mercoledì 4 marzo 2026

LA BORSA E' LA VITA

Sempre di più durante la Fashion Week milanese si viene a conoscenza di realtà sconosciute con storie particolari. Il salone White, grazie alla continua ricerca, ne propone svariate. La storia di Ibeliv  è una favola con tutti i requisiti per essere considerata tale. E invece è vera, e ha un protagonista Liva Ramanandraibe, nato in Madagascar nel 1981 (foto qui in basso). Ibeliv è il brand da lui creato. Che, oltre a contenere parte del nome Liva, letto all’inglese si traduce in "Io credo". Non è un nome di fantasia, racconta il pensiero da cui tutto è partito. Cioè il credere fortemente in un progetto, superando ostacoli di tutti i tipi per realizzarlo. L’azienda è a Antananarivo, capitale del Madagascar, produce cappelli, cesti di ogni genere, ma soprattutto borse artigianali in rafia, e conta 4mila dipendenti.  





Tutto comincia da un ragazzo malgascio, appunto Liva Ramanandraibe, che a 16 anni va in Francia, prima ad Avignone, poi a Montpellier per studiare Finanza. Laureato, lavora come stagista per un anno poi, apprezzato e con in mano la sicurezza di una brillante carriera, si rende conto che vuole rendersi utile al suo Paese e la Finanza non è la strada giusta. Così incomincia a girare il mondo, scopre che molte delle borse di paglia nelle vetrine dello shopping chic, vendute a prezzi altissimi, sono fatte da donne del suo paese, pagate pochissimo, che lavorano senza un contratto e nessuna sicurezza per l’avvenire. Per contro nei mercatini del suo Paese si trovano borse a prezzi bassissimi. Decide di entrare in quel business. Lui farà i disegni e si occuperà di trovare i compratori. Le donne realizzeranno i prodotti. Ma ha difficoltà a trovare consensi alle sue idee, nessuna gli dà ascolto. Finalmente due donne si dimostrano interessate al progetto e con loro prepara una piccola collezione, che comincia a proporre in un porta a porta nelle boutique in giro per il mondo. Non è semplice, ma continua imperterrito.  “La mia mamma mi ha insegnato l’umiltà e la passione” spiega. E la figura della mamma sarà determinante nel suo successo. Il primo negozio a interessarsi e acquistare le sue borse è in Italia, a Portofino, dove ha modo di incontrare quello che diventerà il suo distributore Andrea Gennari. Ora le borse Ibeliv sono vendute nei negozi più prestigiosi e raffinati d’Italia e del mondo.  In una mostra sulla storia delle borse, allestita ai magazzini Le Printemps di Parigi,  le sue sono state esposte tra le borse più iconiche. Le portano personaggi come la ex première dame Carla Bruni. Ma quello che è davvero più interessante, ed è anche l’obiettivo raggiunto,  Ibeliv è un’azienda ben strutturata dove lavorano 4mila persone, regolarmente assunte. A guidare il team creativo Liva, ad occuparsi della gestione la "grande" mamma Tiana Raharison, nominata ambasciatrice delle donne africane da Obama. A lei Liva rivolge i ringraziamenti nel bel libro che racconta, con splendide fotografie, dalle coltivazioni della rafia ai disegni e gli schizzi dei modelli, alle lavorazioni, fino alle immagini delle campagne pubblicitarie. “Portare Ibeliv è scegliere un’eleganza naturale e senza tempo nata dal desiderio di fare il Bello facendo il Bene”. Scrive Liva nell’introduzione.


domenica 1 marzo 2026

GRAN FINALE

Ultimo giorno di Fashion Week in presenza. A chiudere con Giorgio Armani, come sempre,  due brand cinesi, ormai habitués delle passerelle milanesi. Hui in un bosco futuribile, fatto di cordoni rossi, ha fatto sfilare un perfetto mix di Oriente-Occidente (in basso a destra). Dove le sete stampate cinesi convivono con i pesanti tweed e i finestrati. Le allacciature e i tagli tipici si alternano ai dettagli della nostra sartoria. Il tubino è un "cheongsam" rivisitato in seta rossa . Sarawong “esplora l’impronta silenziosa che il tempo lascia sulla materia” traducendola nei colori della natura, delle rocce, della pietra (in basso a sinistra). Dai marroni caldi al bruciato, dalla tinta terra ai neri intensi, fino alle trasparenze e a un bianco luminoso. I capi sono quanto mai femminili anche partendo da presupposti diversi. L’abito in chiffon stampato prende rigore dalla lunga giacca in maglia. Il giubbotto con controspalline, vagamente militare, è ingentilito da ricami floreali. Pelle e organza, pizzo ed ecopelliccia si accoppiano piacevolmente.




 Cavia riunisce in sé il più vero artigianato con la sostenibilità e soprattutto la voglia di sperimentare. E il nome, decisamente insolito, lo annuncia. Il brand l’ha creato Martina Boero durante il lockdown, forte della conoscenza di filati e gomitoli maturata nella merceria della mamma. Ed ecco una collezione di pezzi unici fatta di tagli di coperte riciclate, assemblaggi di tartan diversi, maglieria realizzata a mano con filati vari. Perfino il denim è reinterpretato e personalizzato a mano. Una collezione intrigante e invitante che riscuote grande successo in Cina, Corea, Giappone.  Al suono del pianoforte Henri Maheu presenta il suo giovanissimo (2024) brand Henri Paris, che celebra l’heritage dei grandi couturiers dagli anni 30 ai 50. Quindi drappeggi, volants, in tessuti con stampe disegnate dallo stilista, ma anche giacche con revers di seta e blazer e abiti nei jacquard della tappezzeria.  Nel salone accanto della sontuosa Residenza Vignale, Giuseppe Della Monica, ideatore del brand Marea, presenta la collezione Poltronissima, la cui origine è un archivio teatrale recuperato. Dai velluti delle poltrone agli abiti di scena. Quindi rosso, nero, oro, i colori. Pezzi importanti presi singolarmente, ma da poter sdrammatizzare con l’incontro di altri. Le note dell’arpa, suonata dalla sorella del designer fanno da sottofondo alla presentazione. La voce di un cantante anima, invece, il salone con la collezione Kasai, disegnata dalla romena Ana Olingheru. Un inno alla femminilità e alla sensualità con un importante supporto sartoriale (foto in alto). Domani le sfilate di Uni Form (Sud Africa), Nadya Dzyak (Ucraina),I am Isigo (Nigeria),Maxivive(Lagos), Edis Pala(Bulgaria), Ivan Delogu Senes (Sardegna) solo in digitale.   

sabato 28 febbraio 2026

OLTRE LA CONTAMINAZIONE

La moda è sempre più “anche qualcosa d’altro”. Legami con arte, rapporti umani, cultura sono evidenti e continui.  Maria Calderara è stata un precursore.  Per questa edizione, con una presentazione e una performance, prosegue nella contaminazione dei linguaggi. La sua piccola ma caratterizzata collezione s’ispira alla poetica dell’artista Tomaso Binga, nome d’arte di Bianca Pucciarelli Menna (Salerno, classe 1931) i cui lavori sono in mostra nel suo spazio. Dalla scrittura “dematerializzata”, motivo decorativo per abiti e giacche, a quella B di Binga che moltiplicata diventa la stampa dell’abito. Applicazioni di piccoli rettangoli con disegni dell’artista movimentano giacche e soprabiti. Immancabili il panno stropicciato e il feltro per giacche e camicie (in basso). 





Monsieur Matteo Sorbellini nella vip room da Roberta e Basta propone  capi unici dove in ognuno s’intravvede una dirompente creatività,  formata anche in gallerie d’arte. Tutto è particolare, dalle camicie con colli allungati ai pigiami da giorno con pizzi e ricami. Molto è giocato sul tridimensionale: la gonna è fatta di quattro pezzi di gonne diverse, la camicia si ibrida con la mantella, il jeans si sdoppia con il cargo (foto al centro). Dal Portogallo arrivano Pedechumbo e Davii. Il primo è un racconto fatto di cappotti in maglia traforati e abiti in Viscosa effetto seta, dove la lavorazione è tutta a mano. Il secondo è il perfetto incontro, versione total black, di passato e futuro, tessuti preziosi e materiali tecnologici. Il top di velluto diventa abito legato alla gonna di neoprene. Dalla giacca di neoprene spunta il chiffon di seta. I capi di Gabriele Colangelo sono, as usual, sculture con vestibilità. L’oversize si alterna a forme aderenti al corpo. S'inserisce perfettamente in questo “vedere oltre la moda”, Tabula Rasa la campagna creativa di White di febbraio, ideata dal presidente e direttore creativo Massimiliano Bizzi (foto in basso).  La continua ricerca per un’evoluzione della moda aperta a nuove tendenze e ispirazioni è ormai la caratteristica del salone con oltre 300 brand di cui il 46% stranieri. Impossibile parlare di tutti, anche se ognuno ha una sua storia. Nulla è scontato o prevedibile e non solo nelle Secret Rooms.  Dal classico reinterpretato con genialità e fantasia di Batakovic Belgrade, brand fondato da Ivana Batakovic al perfetto connubio di artigianalità indiana ed eleganza francese in una visione iperpoetica di MII (acronimo di made in India). Ballantyne con le sue borse racconta storie di famiglia ricostruite con l’AI.  Dietro le borse e i cappelli in rafia di Ibeliv, dal Madagascar, una storia-favola che vale un racconto tutto per sé e ci sarà. Tra gli accessori i gioielli in metallo smaltato della greca Dora Haralambaki, gli straordinari ventagli di The Viana Fan da Madrid, sostenibili perché realizzati con legni speciali, piuttosto che gli inimitabili cappelli di La Stramberia da Pietrasanta.  


venerdì 27 febbraio 2026

LA DONNA E' MOBILE

La donna Eleventy ama viaggiare, per questo veste capi diversi per situazioni diverse, sempre accomunati però da una vestibilità confortevole e con una precisa identità, caratteristiche del brand.   Ai colori iconici, dal bianco a tutte le gradazioni del beige e all’immancabile blu, si aggiungono il giada e il viola, interpretati con sfumature. Tra i materiali il mix di lana, seta, cashmere per  giacche e pantaloni. Svariati i gilé imbottiti. Il cappotto adotta la coulisse in vita. Il nuovo completo ha un pantalone corto e largo, quasi una gonna. La giacca di pesante Principe di Galles s’illumina di paillettes (foto qui in basso).   






Quasi interamente per la sera la collezione di Nissa dove il punto vita è sempre segnato. Satin, seta, pizzo, velluto i tessuti. L’abito corsetto è protagonista, con un voluto riferimento al mondo dei cavallerizzi. Specie nei dettagli di cinturini e cinture.  Hanita rivede i classici, con un’attenzione ai volumi e ai colori sempre in gradazione. Tra i pezzi più interessanti il giubbotto in Teddy, materiale dei peluche (v.teddy bear) e il cappotto in lana con zip e cappuccio. Il mondo della calzatura è sempre più personalizzato. Baldinini sceglie la B, iniziale del nome, come fil rouge di una collezione dalle linee pulite, dove niente è sopra tono. La B c’è sempre, piccola si intreccia con la pelle o firma lo stivale di camoscio con il minuscolo tacco (in alto a destra). Diventa fibbia in un oro dalla lucentezza smorzata. Flash di pelle maculata, leopardo e zebra, per ballerine e stivali. Raso e B in strass per la sera. Da AGL tutto ruota intorno a un fiocco. E’ sul mocassino rosso (in alto a sinistra), caratterizza lo stivaletto, personalizza lo scarponcino con alta suola di gomma. Tra i pezzi clou lo stivale ispirato al corsetto vittoriano e quello con texture invecchiata. Una salamandra serpeggia nella collezione da sera di Giuseppe Zanotti. E’ intera sulla clutch, ma si fa in vari pezzi sul tallone come sulla punta del sandalo o sul raso del sabot e sullo stivaletto con bordo di pelliccia. Fracomina nella boutique di Via Manzoni “celebra” il denim in tutte le forme. Decorato, ricamato, in forma di abito, di top, di trench, di gonna. Che la Fashion Week milanese sia sempre più internazionale ormai è un dato di fatto. Afraa, brand del Qatar, creato da Afraa Al-Noaimi, ha sfilato ieri nella Casa degli Artisti. Linee fluide e volumi ampi. Sete, nappe e jersey i materiali più visti. Mafi Mafi, brand fondato dalla designer etiope Mahlet Afework, sceglie l’Accademia del Lusso come passerella per le collezioni Haset e Zellan, entrambe con elementi tipici della cultura etiope. Nella prima linee fluide e tinte tenui, nella seconda  materiali resistenti e con contrasti grafici. Cinque e molto creativi, gli stilisti coreani che hanno mostrato le loro collezioni di abbigliamento e accessori, occhiali compresi, in un pop up di fronte al multimarca Antonioli. L’oro è dominante nei blazer e nei cappotti di Ara Lumiere, brand sostenibile fondato dalla filantropa indiana Kulsum Shadab Wahab, che nel suo atélier impiega solo donne sopravvissute ad attacchi con acido. Notevoli i ritratti di alcune di loro sulla parete dello spazio espositivo.   

giovedì 26 febbraio 2026

LA VARIETA' E' IL SALE DELLA MODA

Non è facile proporre capi con quel quid in più, ma che rientrano in un vestire probabile e donante. E, invece, questa potrebbe essere la definizione della collezione di Mantù. Che a un primo sguardo veloce  ha una buona vestibilità, ma subito dopo qualcosa salta all’occhio ed è il frutto di una forte creatività e di uno studio attento di volumi e materiali. Così il cappotto in tweed con collo di lana, l’abito in organza con ricami a mano, il completo in Viscosa, l’unire "il sweet al rough". Borsalino presenta la collezione in uno show room con tavoli di laboratorio in piena attività. Il tailoring è in primo piano con le impunture a contrasto, le rifiniture in morbidi pellami. Tra i nuovi colori il purple lipstick, il verde cappero, il giallo cedro, e l’animalier. Come forme Lucille leggermente a pagoda. Nuovi i berretti in lana, di cui alcuni con visiera e pronti a diventare caldissimi passamontagna. Continua la produzione di borse e di occhiali, con i nomi di icone del cinema e dello spettacolo da Robert(Redford) a John (Belushi), a Frank (Sinatra).





Dhruv Kapoor, brand indiano, racconta l’attesa, il passaggio, il non finito. Una metafora della vita esplicitata anche nelle piccole foto di aeroporti, ascensori, hall di hotel. I ricami sui capi sono lasciati volutamente incompiuti, i disegni definiti incontrano tracce di bozze. Formale e tempo libero convivono, come imperfetto e perfetto (foto in alto). Tutto è perfetto da Curiel con flash inaspettati per addolcire il rigore.  Così l’abito con la gonna dal taglio obliquo o il capotto con un’imprevedibile fodera con i bozzetti. La "Swinging London" rivive in una formula inedita nella collezione Forte-Forte disegnata da Giada Forte (foto in basso). I capisaldi dello stile british come il pied-de-poule con toni di verde si confrontano con la mantellina con frange e inserti dorati. Il cappotto a lavorazione jacquard si accompagna al top di paillettes. Per il brand canadese Ports, Francesco Bertolini nuovo direttore artistico, sceglie il tema del viaggio, con invito in forma di biglietto aereo. Ma il suo non è un viaggio vero quanto un viaggio di pensiero, che si compie anche quando si indossa un abito e ci si sente cambiati. Svariate quindi le proposte. Dal cappotto di pelle con coulisse in vita agli abiti neri dalle forti asimmetrie ma anche il caldo twin-set di tipo norvegese o lo chemisier con gonna plissé soleil. Da Biagini, come sempre, la varietà è vincente. Nelle forme, nei colori, nei materiali. Dalla micro borsa con custodia impermeabile per i giorni di pioggia alla pochette a forma di lingotto d’oro. Dalla borsa di medie dimensioni con manico a forma di muso di cavallo o di gatto all’ampia borsa in cavallino , naturale o colorato nelle tinte tipiche del brand verde e bordeaux. Come materiali dall’anguilla al coccodrillo, allo suede. Florania debutta alla Fashion Week con una collezione per uomo e per donna dove ampiezze e asimmetrie sono punti fermi di una nuova vestibilità.

mercoledì 25 febbraio 2026

L' ELEGANZA NASCE DAL MIXARE

Rivivono gli anni ’50 delle star nella collezione di Alabama Muse,   intitolata "Bellissima". Alice Gentilucci porta sulla passerella della Fondazione Sozzani una versione Tremila delle donne che hanno dominato cinema e riviste.  Per loro visoni, volpe nere, astrakan, leopardo, ovviamente animal free, con tagli ed enfasi del guardaroba da star, portati su abiti-sottoveste in colori delicati. Ma pronti a diventare la versione femminile e donante del cappotto per tutte le ore. Quasi all’opposto la donna di Daniela Gregis che sfila nel chiostro dell’Oratorio della Passione in Piazza S.Ambrogio. La stilista mette insieme tessuti pesanti, soprattutto pied-de-poule di dimensioni diverse, con sete stropicciate e maglieria vintage. I pantaloni sono larghissimi, le gonne fino ai piedi e ampie. In testa le modelle portano fazzoletti annodati. Beige, nero, grigio i colori con flash di rosso, anche negli occhiali (foto qui in basso). 




Per la prima volta Herno presenta i suoi capi indossati. Per mostrare la fluidità delle linee e per farne tastare la morbidezza dei materiali. Il Principe di Galles dell’abito è rivisto nel colore, la gonna diritta è in finta pelle spalmata. Il cappotto è in eco-pelliccia, il trench in cashmere. Sul piumino sono applicati fiocchi di neve, sull’abito in mohair c’è una spruzzata di paillettes. Sealup (foto in basso) continua a rivedere il capo di tradizione sportiva con la cura sartoriale. Ecco nel piumino i dettagli di Alcantara su colletti e polsi, per eventuali personalizzazioni. Il peacoat è in velluto liscio. L’interno del cappotto ha una plissettatura. Il giaccone “marinaro” è vivacizzato da bottoni d’oro diversi. Il piumino ha un’imbottitura fatta degli scarti delle sete di Ratti.  Si chiama  Evolving Architecture  la collezione di Valextra. Le sue borse, pur rimanendo legate alla tradizione, seguono criteri innovativi nei materiali, nei dettagli, nella costruzione. Così Iside Editor ha una silhouette allungata. Iside Tin è completata da una tracolla, Iside Lily è movimentata da intarsi e ricami.  Nuova Giò, omaggio a Giò Pontirazionale ed essenziale, è anche in shearling (foto al centro).  Da Starbucks si raccontano le Apron Stories. E cioè i grembiuli elaborati da Francesca Ragazzi, direttore di Vogue Italia, Galib Gassanoff del progetto Institution, Carolina Castiglioni di Plan C e Sara Battaglia. Saranno venduti solo qui e il ricavato sarà devoluto in beneficenza. Redemption sceglie l’attraente cornice della Terrazza Duomo per il suo ritorno all’Aristopunk. Il direttore creativo Gabriele Moratti gioca sui contrasti, mette insieme velluti e broccati del vestire per serate chic con il perfecto(il giubbotto senza maniche) in ecopelle del mondo rock. E dai contrasti esce una nuova eleganza. Christopher, brand indiano con produzione totalmente italiana, ha mostrato i suoi accessori luxury nell’elegante Galleria Robilant-Voena. Dalle scarpe, per uomo e per donna, con dettagli curatissimi, alle borse veri gioielli d’artigianato, ai foulard fino agli occhiali. A Palazzo Morando, fashion hub di Camera della Moda, Phan Dang Hoang, presenta Lacquer, supportato da Afro Fashion Association, organizzazione no-profit per promuovere il lavoro di creativi africani e non solo.  Il designer vietnamita mette insieme elementi del guardaroba occidentale con pezzi della sua tradizione. Oltre a un omaggio a uno scultore e a un pittore del suo Paese.    

martedì 24 febbraio 2026

DONNE D'INVERNO

Primo giorno di Fashion Week milanese per la donna del prossimo autunno-inverno.  Ad aprire le danze Simonetta Ravizza con una sofisticata rivisitazione dell’archivio (foto qui in basso). Nessuna interpretazione nostalgica, ma una rilettura chic, dove il vintage diventa status symbol. Ripresa di peli dimenticati come il rat mosqué, la capra tibetana, rigorosamente nella catena alimentare. Rivive lo shearling come pelliccia soprattutto a pelo lungo. Ritorno della stola che diventa una sciarpa perfetta per completare un insieme per tutte le ore. La volpe prende le macchie o diventa reversibile con la maglia. Interessante e inserita "nell’attenzione alla sostenibilità" la giacca realizzata con scarti di visone cuciti insieme e colorati. A completare giacche, camicie, pantaloni in camoscio. 




Guarda all’archivio anche Alberto Affinito, fondatore e designer di Art259Design. Il 70% della sua collezione è una rielaborazione di capi di passate collezioni: le giacche si allungano, l’abito si trasforma in un top, lo spolverino si stringe in vita e diventa un vestito. Solo la maglieria non ha un passato. Pesanti tweed, scozzesi in toni pacati, pied-de-poule inediti sono i tessuti della collezione genderless di Zona 20 dove l’asimmetria è dominante. Silhouette verticali e allungate per una vestibilità universale, come sempre, nella sfilata di Martino Midali, nata in collaborazione con Stati Generali delle Donne, rete impegnata nella promozione della parità di genere e del valore del lavoro femminile. Tessuti morbidi in colori luminosi e caldi si alternano a tessuti tecnici opachi, in una perfetta armonia. La luce e il lucicchio è il fil rouge che lega tra loro i capi di Custo Barcelona. Che siano i revers del blazer dal taglio maschile o le fasce con cristalli che spiccano su abiti e pantaloni. Ritorno della gonna a palloncino e degli abiti bustier.  S’intitola "A room with a view" la presentazione di Borbonese (foto in basso). Solo un riferimento con il cult di James Ivory del 1985. Portare la natura nella quotidianità. La continua ricerca del nuovo senza dimenticare la tradizione. A fare da cornice alla collezione, a Palazzo Crespi progettato da Piero Portaluppi nel 1930, le sculture e le installazioni video dell’artista italo-argentino Martin Romero. Tra le novità i pezziforti del brand in materiali inediti come cavallino, montone, ecopelliccia e tessuto riciclato maculato. Alta artigianalità e dettagli a sorpresa sono i punti forti delle borse e delle scarpe di Rodo disegnate da Giorgio Dori, terza generazione del brand che quest’anno compie 70 anni. Dai giochi di impunture alle fibbie per le scarpe in metallo intrecciato a mano, dal corno degli alamari del montgomery, rivisti in metallo, per i sandali alla nappa stropicciata per le borse, agli zirconi che illuminano le clutch. Verde petrolio e rosso ciliegia sono i colori del momento  per le borse De Marquet. Svariati i pellami: pelle verniciata, pelle dollaro (martellata), pelle di vitello liscia, falso coccodrillo e camoscio. Tra gli eventi di Camera della Moda l’apertura del Fashion Hub a Palazzo Morando e la presentazione del progetto Next on air realizzato da CNMI in collaborazione con Rinascente: nell’Air Snake al primo piano del department store sono in esposizione e in vendita da oggi al 9 marzo le collezioni di dieci brand internazionali selezionati da una giuria di professionisti.

venerdì 20 febbraio 2026

IMPAREGGIABILE GASTEL

Se qualcuno ha ancora qualche piccolo dubbio e considera la fotografia un’arte minore vedendo la mostra Giovanni Gastel Rewind, li supera immediatamente. Tutto questo senza togliere nulla al valore della fotografia d’autore, non solo in termini di documentazione e di creatività. La personale del grande fotografo, scomparso nel 2021, è a Palazzo Citterio a Milano fino al 26 luglio. Con più di 250 foto, video, sue poesie e scritti e oggetti personali.  Per quanto ci siano dei raggruppamenti, non esiste un percorso vero e proprio, comunque non in termini cronologici. Appena entrati si è subito abbagliati dagli still life, realizzati soprattutto per le riviste Donna e Mondo Uomo, che sono state un trampolino di lancio per molti. Entusiasma la capacità di Gastel di dare vita a capi e accessori, con l’aggiunta di qualche elemento spesso in contraddizione.


Ecco, per esempio, un casco di banane che con un paio di occhiali e una cravatta diventa uno strano animale-personaggio. Un fazzoletto semiaperto è un naso su cui poggiano degli occhiali tartarugati. Uno spremiagrumi si trasforma in un volto con una fetta di arancia che fa da cappello e dei grandi occhiali azzurri. Un paio di guantoni in pelle nera diventano un viso di cui un’apertura diventa la bocca. Degli occhiali crescono da un vaso, come una pianta. Una Tour Eiffel capovolta è il tacco di una scarpa, portata su una sexy calza a rete. E tutto senza mai svilire l’oggetto da presentare. Anzi dandogli vita, storia, identità. Di Gastel hanno detto che fotografava gli oggetti   come modelle. E le modelle come oggetti. Non è uno sterile gioco di parole, ma conferma la sua capacità di non togliere niente né alle persone, né agli oggetti, anzi di valorizzarli nei modi più imprevedibili. Interessante un angolo in cui è stato ricostruito il suo studio, con libri, carte, oggetti vari, e le sue poesie. Curiosa la stanza con le foto di modelle incorniciate e trattate come icone russe. Vari i ritratti di personaggi, con uno sguardo e un sorriso speciale, che coglie solo chi sa guardare al di là delle apparenze. Così Obama fotografato nel 2017, Andrea Bocelli a figura intera forse su un palco, Michele De Lucchi designer e architetto, Flavio Lucchini creatore e direttore storico di Vogue Italia (oltre che di Donna e Mondo Uomo), Carlo Verdone naturale, in un momento di massima empatia. Un’intera parete è dedicata alle foto che amici, colleghi, personaggi hanno scattato a lui. E anche in queste si percepisce una vicinanza, si intuisce come Gastel avesse un ottimo rapporto con le persone. E il video in cui si racconta lo conferma. Semplice ma senza false modestie, appassionato senza esaltarsi. “Fotografare è una necessità e non un lavoro. Rendere eterno un incontro tra due anime mi incanta” il suo pensiero.


giovedì 19 febbraio 2026

ARTISTICO, ANZI METAFISICO

Fa parte del "palinsesto espositivo" su Metafisica storica e Metafisiche dei linguaggi artistici da vedere a Palazzo Reale di Milano, ma la mostra dell’artista sudafricano William Kentridge, dedicata a Giorgio Morandi, ha comunque una sua identità precisa.  Aperta il 6 febbraio, in occasione dei Giochi Olimpici, è a Palazzo Citterio in via Brera fino al 5 aprile.   



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Si compone della videoinstallazione More sweetly play the dance e di Hommage to Morandi. Se la mostra, come dice il titolo, è inequivocabilmente legata all’artista italiano, l’installazione può essere vissuta in modo assolutamente indipendente. Nell’omaggio a Morandi Kentridge reinterpreta in cartone gli oggetti delle famose  nature morte del pittore. Non ci sono colori, tutto è grigio, impreciso, volutamente non finito. Fa pensare a un passato, ma rivisto in una chiave poetica . Gli stessi tratti grigi e imprecisi si ritrovano nello sfondo della grande installazione che domina la sala Stirling. E’ un enorme video circolare dove inizialmente si vedono dei tratti grigi su un fondo nebuloso, poi improvvisamente parte la musica e lo schermo diventa un lungo sentiero popolato da figure umane, più o meno realistiche e più o meno riconoscibili. Ognuno di loro ha qualcosa da raccontare. Nel modo di sventolare la bandiera, piuttosto che in quel camminare aggrappato a una macchinario per ossigeno che invece sostiene un vecchio telefono. Ci sono donne e uomini che ballano e altri che incedono zoppicando. C’è chi porta dei palloni con facce umane. C’è la banda che suona le trombe, ma c’è anche un uomo che dal suo pulpito arringa la folla. E’ la storia di un popolo, di un Paese, dei casi della vita. I personaggi si avvicendano portando casse, gabbie,  bandiere. Ognuno di loro è una sorpresa eppure ognuno di loro contribuisce con qualcosa di fondamentale alla storia. Quando gli ultimi personaggi scompaiono e la musica finisce, svanisce un mondo e si ha l’impressione di aver sognato.   

lunedì 16 febbraio 2026

VEDERE CON ARTE

A distanza si notano soprattutto i colori, mai invasivi ma  caratterizzanti e ben accostati. Avvicinandosi, si individua un piccolo scoiattolo da una parte e una foglia dall’altra. O una minuscola cornice barocca, delle ali multicolori, dei riccioli che richiamano la decorazione o il portale di un palazzo patrizio. O ancora dei semplici elementi geometrici in una varietà di tonalità a effetto. Sono sul volto di persone, ma non sono maschere o parte di un travestimento e nemmeno un espediente per non farsi riconoscere. Tutt’altro, servono per vedere meglio. 



Sono infatti occhiali, anzi montature di occhiali completabili con lenti da vista o da sole. Ognuno di questi è un pezzo unico, con l’unicità proprio di un oggetto d’arte, di una scultura.  Il marchio è Design Shower e il suo creatore è il designer coreano Zone Feel Kim, capace di mettere insieme arte e tecnologia, rigore asiatico e fantasia. Cesellati e assemblati interamente a mano su suo disegno, gli occhiali sono realizzati nei migliori acetati coreani e italiani.   Elemento non trascurabile, nonostante l’impegnativo design, sono di straordinaria leggerezza e quindi particolarmente confortevoli da indossare. “Un occhiale che non si sente sul volto ma si fa guardare dal mondo” è il commento di Maria Vittoria Vanoni dell’Ottica 58EttorePonti di Milano.

venerdì 13 febbraio 2026

PASSIONE BIANCA

E’incredibile vedere come i Giochi Olimpici invernali siano ispiratori, oltre che di eventi previsti, di mostre d’arte. Basta pensare a quelle  visitabili a Milano. Svariati i punti di vista da cui partono. Le montagne e la neve sono tra i principali. Lo sono di due mostre alla Fabbrica del Vapore, diversissime tra loro. 

A visionary at altitude – N vijionar so alalt nella Sala Bianca fino al 13 aprile è una “Mostra fotografica di Stefano Zardini” dice il titolo, curata da Margherita Palli, Thina Adams, Valentina Vitali. Al primo impatto le foto potrebbero sembrare immagini di gare di sci. Ma basta uno sguardo più attento per entrare in un’atmosfera particolare. Le foto sono in prevalenza di gare, scattate durante le Olimpiadi Invernali di Cortina d'Ampezzo del 1956, ma completamente rivisitate.  


 


Zardini, fotografo ampezzano, ha attinto dall’archivio fotografico del padre e dello zio, e ha inserito colore al limite del pop, creato ombreggiature e flash particolari. Da sue personali foto di luoghi di montagna con funivie, impianti di risalita, affollamenti vari, invece, ha tolto ombre e colori ed enfatizzato il bianco.”Un progetto di grande forza poetica e visiva capace di mettere in dialogo l’immaginario urbano con quello delle vette dolomitiche “l’ha definito l’Assessore alla Cultura Tommaso Sacchi. Dietro al lavoro di Zardini non solo un incredibile e virtuosistico intervento artistico, ma soprattutto un messaggio, una provocazione che spinge a rivedere una montagna trasformata in luna park. Oltre alle immagini colorate di The Pioneers’Passion e quelle dove il bianco è dominante di Snowland , c’è Tracce-Lasciare che l’occhio squarti il paesaggio  con  gigantografie delle righe e dei solchi che gli sci lasciano sulla neve.      



Nella porta accanto, la Sala delle Colonne ospita la mostra Silvia De Bastiani. Water and Peak, fino al 6 aprile. Sono straordinarie immagini di montagna da punti di vista diversissimi con una precisione di dettagli fotografica. Invece, sono acquarelli realizzati dall’artista (Feltre, classe 1981), diplomata in Pittura, laureata in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo e docente presso le Accademie di Belle Arti di Venezia e Verona (nella foto).  Dotata di una conoscenza profonda dell’ambiente alpino, De Bastiani sale sulle vette e cammina per boschi con pennelli e tela nello zaino, per riportare quello che vede. “Le montagne non sono mai rappresentate come vedute statiche, ma come organismi in continuo mutamento".

martedì 10 febbraio 2026

RIDERE IN PROGRESS

Applausi scroscianti, ma soprattutto risate continue che, alle volte, impediscono di afferrare le ultime sillabe di una battuta. Nessun momento di pausa o sospensione qualsiasi. Un ritmo incalzante, inarrestabile, frenetico, a cui è difficile tenere dietro. Questo succedeva ieri sera al Teatro della Cooperativa di Milano. Sul palcoscenico Finché la barca va. Non uno spettacolo, ma un laboratorio comico, come lo definisce la stessa ideatrice, nonché capocomica,Debora Villa (nella foto).


 

In pratica un movimentato cabaret a più volti dove il fil rouge non è tanto l’argomento trattato, ma il tipo di comicità. Pur nelle sue svariate sfaccettature. Accanto a Debora, che apre l’immaginario sipario, quattro artisti. Tema trattato la risposta a “Come va?”. Una domanda spesso formale che riceve e solleva, invece, risposte diverse. C’è chi come Debora cerca di stabilire cosa sia la felicità, fondamentale per stare bene e difficile da incontrare in questo momento. C’è chi come Daniela Panetta, cantante jazz, insegnante, vocologa, interviene cantando e con i ritratti di qualche allievo della scuola di musica, non proprio allineato.  Flavio Pirini, cantautore e cantattore, con la sua chitarra non la mette sul personale, ma resta “sul generale” con follia. Giochi di parole anche da Rafael Didoni, con un’interpretazione fuori dagli schemi, in linea con la sua definizione di comico surreale e poeta. Più "terreno" Alessandro Girami, monologhista e attore, che riesce a costruire un piccolo, irresistibile show sull’abitudine milanese di chiedere, a chi dice di essere di Milano: "Ma Milano Milano?". Non sul cartellone, ma perfettamente in linea-humour con il resto, gli interventi a sorpresa del "milanese imbruttito" Germano Davide Lanzoni e di Gianmarco Pozzoli. Il prossimo spettacolo-laboratorio Finché la barca va di Debora Villa, con show diverso, sarà al Teatro della Cooperativa il 23 marzo. 


domenica 8 febbraio 2026

ALICE GUARDA IL NONNO?

Alice non canta De Andrè ha esordito al Teatro Gerolamo di Milano in prima nazionale ieri e oggi. Detto così il titolo non è chiaro o  sembrerebbe da scoprire nel corso dello spettacolo. Ma poi sapendo che quell’Alice di cognome fa De Andrè è che è lei, insieme ad Alessio Tagliento, l’autrice del testo nonché la regista, oltre che l’unica interprete, allora tutto diventa più chiaro. Quel De Andrè di nome fa Fabrizio e lei Alice è sua nipote, la figlia di Cristiano.  




In effetti non canta nessuna canzone del nonno, rivela subito di essere stonata e nemmeno usa le sue canzoni come sottofondo, pur avendo sempre sulla scena l’ottimo violoncello di Giulia Monti. Il racconto, monologo, parte comunque da lì, da quel nonno mai conosciuto di cui, in qualche modo per bocca del padre, ha forse il ricordo di quella carezza sul collo quando era ancora in pancia della mamma, pochi mesi prima che lui morisse. Quello di Alice, comunque, è un omaggio al grande Faber. Anche se ribadisce che quel cognome le è stato alle volte un po’ stretto. Ma lo dice senza drammatizzazioni, che suonerebbero stonate, e ne prende spunto per far ridere. Proprio su una certa ovvietà di pensiero della gente.  Regista e drammaturga, Alice De Andrè ha lavorato con una compagnia di ragazzi Asperger e con questa, tra l’altro, è stata applaudita al Teatro Gerolamo, qualche mese fa. Ed è anche molto bella Alice, con una presenza scenica notevole, una vivacità e una simpatia istintiva. Questo rende ancora più apprezzabile il fatto di non aver voluto sfruttare quel cognome, senza però volersene disfare. Anche perché a quel nonno lo legano tanti ricordi, che non sono solo le canzoni ma l’aver vissuto in Sardegna nella sua casa, i racconti del padre, certi suoi modi di dire, la passione comune per la torta pasqualina. Risultato un mix di comico e di poetico che prende, diverte e per i più agés fa pensare e commuove. Un po’ lungo e meno tonico il finale, subito superato e dimenticato da un bis con il quiz per far indovinare al pubblico la canzone di Faber suonata al violoncello.   

mercoledì 4 febbraio 2026

MOMENTI DI INCOMMENSURABILE MAGIA

Sono moltissimi, ed è logico, in questo periodo di Olimpiadi gli eventi che parlano di sport. A Cortina, ma per la maggior parte a Milano. Le mostre, soprattutto d’arte e fotografiche sono in primo piano. Difficile riuscire a vederle tutte, anche perché spesso hanno durata limitata. Ed è un peccato. Per esempio per I am possible. La magia dello sport, inaugurata il 2 e aperta solo fino all’11 febbraio a Milano, nell’ex Fornace sul Naviglio Pavese.  




Quel termine"magia"del titolo non si riferisce solo all’entusiasmo e all’atmosfera che lo sport può generare. Ma a un qualcosa che può davvero cambiare la vita delle persone. Con le foto di Cristina Corti, che ne ha curato anche l’allestimento, e il patrocinio del Municipio 6 del Comune di Milano, la mostra è in partnership con Stelle nello sport. E’ questo un progetto di "promozione della cultura sportiva e dei suoi valori etici e sociali" al 27° anno di attività. Protagonisti delle immagini, quindi, ragazze e ragazzi con disabilità fisiche, psichiche e sociali che nello sport hanno trovato valori e modi per superare la diversità. Le foto di Corti sono il frutto di anni di reportage in società sportive liguri. Gli sport, esclusi quelli da neve, ci sono tutti, da quelli di squadra a quelli da singoli, dalla vela all’equitazione, dalla scherma al tennis, al tiro all’arco. Alcuni utilizzano equipaggiamenti particolari, altri no.  Ma in tutte le foto la fotografa è riuscita a cogliere oltre il movimento, lo sforzo, la tenacia, quel particolare sorriso o sguardo capace di raccontare un traguardo “di vita”. Completano la mostra una serie di foto in bianco e nero degli atleti ripresi soprattutto nei momenti di relax, di convivialità, di festeggiamenti. In questi ancora di più si avverte l’empatia, la solidarietà, l’aver conquistato più che un "traguardo" sportivo. Come è scritto in un pannello, si intuisce la magia dello sport che “leva il dis e divento abile”. Ottima la scelta della ristrutturata ex Fornace come spazio espositivo. 

sabato 31 gennaio 2026

SURREALE COINVOLGENTE

In principio era la neve s’intitola lo spettacolo di e con Gianfelice Facchetti, da ieri all’8 febbraio al Teatro della Cooperativa di Milano. La neve come elemento della natura e l’uomo nel suo rapporto con lei: argomento rilevante in questo momento, non solo perché tra qualche giorno iniziano le Olimpiadi invernali. Quanto perché, si chiede Facchetti, "i giochi del freddo" in un periodo di guerre dappertutto potrebbero essere l’occasione per far pace con la natura cogliere l’opportunità di una tregua.  




 

Ben conscio dell’impossibilità che questo accada, Facchetti coglie l’opportunità di parlare delle assurdità nel rapporto uomo e natura, ma non solo. Anche tra uomo e donna, tra chi vuole esercitare la forza e chi la subisce passivamente. Tutto questo lo racconta sul filo di un surreale ironico, quanto mai coinvolgente.  Sul palcoscenico, con una scenografia inconsueta e intrigante a cura degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera, è affiancato dagli ottimi Raffaele Kohler alla tromba e Luciano Macchia alla fisarmonica. Perfetti per far uscire dai loro strumenti molto di più di una musica, tanto da trascinare veramente il pubblico. Facchetti parte da punti forti come la morte, per poi continuare con la descrizione di certi animali, con il rapporto dell’uomo con montagne particolari, che si chiamano Montessori, Monte di Venere e Monte dei Pegni. Con un confronto continuo tra l’uomo e l’animale e sempre, anche sotto a quel che potrebbe sembrare una battuta o un gioco di parole di fine umorismo (come "Il pesce quando dice amo muore"), affermazioni e informazioni sul distorto rapporto uomo-natura. Senza mai drammatizzare o volere “dare una lezione”. Per questo molto più convincente ed emotivamente stimolante. “Ci tatuiamo il lupo sulla spalla”, ma appena gli animali si avvicinano, li rifiutiamo. “Non riusciamo a far pace con la natura se non in versione cartone animato” la sua constatazione.   

mercoledì 28 gennaio 2026

STORIE DI STRAORDINARIO MALESSERE

Il virtuosismo teatrale, se così si può definire, può essere irritante specie se il monologo in questione, perché è nei monologhi che si riscontra, è drammatico. Spesso diventa una dimostrazione di bravura eccessiva che in qualche modo allontana dai contenuti per il troppo puntare sulla forma. Per Tre studi per una crocifissione, di e con Danio Manfredini al Teatro Menotti di Milano, questo non avviene. E non certo perché lo spettacolo è composto di tre monologhi, tutti sullo stesso tema: la solitudine, la ricerca di affetto, la non integrazione.




Scritto e rappresentato per la prima volta nel 1992, il lavoro continua a essere attuale, anzi sempre più vicino alla realtà. Dietro si individua il grande professionismo di Manfredini, formato e cresciuto nell’ambito di centri sociali autogestiti, fondatore di collettivi teatrali, vincitore di ben tre Premi Ubu. Tanto da essere definito “maestro invisibile del teatro” e “avere influenzato intere generazioni di teatranti”. La sua immedesimazione nei tre personaggi che interpreta è straordinaria, senza nessun aiuto, eccetto un tavolino e una sedia e delle luci ben disposte. Nel primo dei tre studi è un paziente di un ospedale psichiatrico, racconta di sé e non sembra vagheggiare, anzi alle volte è buffo. Ma è un riso amaro quello che provoca, drammatico, pieno di sconforto, tanto da rendere fastidiose e fuori posto le risate di alcuni del pubblico. Nel secondo studio è una donna, anzi una trans e lo diventa con un cambio in scena, con l’aggiunta di reggiseno sul torso nudo, abito aderente e parrucca. E’ così perché, orfano e desideroso di affetto, ha sperato di trovarlo in un uomo, che ora non la/lo vuole più. Il terzo racconta l’emarginazione di un uomo in un paese straniero. Qui Manfredini si esibisce in un balletto, quasi un tip-tap rivisitato, che rende ancora più struggente il personaggio.  E da cui emergono anche le sue doti di musicista, con un album alle spalle come cantante e chitarrista. Lo spettacolo, ieri al suo debutto, è in scena solo fino a questa sera, ma da venerdì 30 gennaio fino al 1° febbraio è in prima milanese, sempre al Teatro Menotti, di Dino Manfredini, Cari spettatori con la sua regia e gli attori Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro. E’ la storia di due uomini che, usciti da una comunità psichiatrica, vivono insieme in un appartamento della Caritas, ricordano, parlano, si esprimono.      

venerdì 23 gennaio 2026

CREATURE IMPOSSIBILI

E’ uno zoo speciale quello nello Spazio MM di Via Maroncelli a Milano, sede di MM Company, piattaforma per progetti e ricerche d’arte. La mostra s’intitola Animalia, ma non pensate di poter riconoscere un qualche esemplare del regno animale. 




Le strane bestie, create da Luciano Francescon, sono ricoperte di pelliccia, più o meno folta che come si può dedurre dai colori sgargianti e improbabili, è un rivestimento tessile realizzato con filati sintetici, pellicce artificiali, corde. Mentre l’ossatura delle colorate creature sono parte della natura. Sono, infatti, rami caduti da alberi o arbusti trovati dall'artista per terra, nei boschi.  Che Francescon, prima di rivestire, manipola. Taglia i piccoli rami lasciando solo i più lunghi che fungono da sottili gambe, ma la modellatura è quella naturale. Tanto che le loro posizioni sembrano ispirate a quelle dell’umano. Qualche animale ha anche degli pseudo-occhi, o qualcosa di simile a una coda, ma non nella posizione consueta.  Altri non hanno gambe ma solo un simil-busto, una testa. Appoggiano tutti su piattaforme-piedestalli di un marmo che simula il sale rosa, come fossero usciti o emersi da qualche strano luogo nascosto della terra. Gli animali hanno anche una voce, un suono speciale studiato dal sound designer Giovanni Campana. Animalia è allo Spazio MM fino al 28 gennaio. Da vedere.


giovedì 22 gennaio 2026

QUANDO LA CREATIVITA' E' IN TESTA

E’stato uno dei grandi maestri della pubblicità, i suoi manifesti, gli spot, gli slogan sono entrati nelle case e nel linguaggio di molti per più di trent’anni. Armando Testa, fondatore dell’omonima agenzia, non è stato solo un grande art director, ma un artista capace di raccontare svariati prodotti in modo efficace e sempre sul filo dell’attualità e dell’ironia. Lo sport è stato uno dei tanti temi trattati. 

   




E’riuscito a “trasformare le pratiche sportive in metafore di cambiamenti sociali e culturali del nostro tempo”. Ottima quindi l’idea di dedicargli una mostra a Milano in occasione delle Olimpiadi. Aperta oggi al Museo del Novecento, curata da Gemma De Angelis Testa e Gianfranco Maraniello, intitolata Urrà la neve! Armando Testa e lo sport propone una selezione di opere realizzate in oltre trent’anni di attività. Dagli anni Cinquanta con il manifesto delle Olimpiadi di Roma e del Moto Guzzi Lodola Sport 175 agli anni Sessanta e Settanta con il Concorso ippico internazionale, la pubblicità dello sci estivo di Cervinia e il Grand Prix della pubblicità, scelto anche come locandina della mostra, con la gamba pelosa il cui piede è uno sci. E’ di fine anni Ottanta la pubblicità giocata sull’azzurro di Azzurra, mentre per il calcio di Torino 90 uno stadio è inserito nella O. E infine su un piccolo televisore, come si usavano in quei tempi, c’è il famoso "carosello" dei wafers e degli Urrà Saiwa, proiettato dal 1966 al 1969 chiamato Il treno per Saiwa. Nessun riferimento a un avvenimento sportivo, ma un piccolo film dove il corpo umano diventa macchina in movimento. Legato anche a Milano-Cortina 2026, perché il trenino è fatto da uomini che si tengono per la vita, come nei trenini delle feste, e percorre un sentiero tra le nevi. Molto divertente, con i fischi di partenza, lo sbuffare come un motore del primo della fila e la voce da altoparlante di stazione che annuncia: “Da oggi a merenda si cambia”.