sabato 31 gennaio 2026

SURREALE COINVOLGENTE

In principio era la neve s’intitola lo spettacolo di e con Gianfelice Facchetti, da ieri all’8 febbraio al Teatro della Cooperativa di Milano. La neve come elemento della natura e l’uomo nel suo rapporto con lei: argomento rilevante in questo momento, non solo perché tra qualche giorno iniziano le Olimpiadi invernali. Quanto perché, si chiede Facchetti, "i giochi del freddo" in un periodo di guerre dappertutto potrebbero essere l’occasione per far pace con la natura cogliere l’opportunità di una tregua.  




 

Ben conscio dell’impossibilità che questo accada, Facchetti coglie l’opportunità di parlare delle assurdità nel rapporto uomo e natura, ma non solo. Anche tra uomo e donna, tra chi vuole esercitare la forza e chi la subisce passivamente. Tutto questo lo racconta sul filo di un surreale ironico, quanto mai coinvolgente.  Sul palcoscenico, con una scenografia inconsueta e intrigante a cura degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera, è affiancato dagli ottimi Raffaele Kohler alla tromba e Luciano Macchia alla fisarmonica. Perfetti per far uscire dai loro strumenti molto di più di una musica, tanto da trascinare veramente il pubblico. Facchetti parte da punti forti come la morte, per poi continuare con la descrizione di certi animali, con il rapporto dell’uomo con montagne particolari, che si chiamano Montessori, Monte di Venere e Monte dei Pegni. Con un confronto continuo tra l’uomo e l’animale e sempre, anche sotto a quel che potrebbe sembrare una battuta o un gioco di parole di fine umorismo (come "Il pesce quando dice amo muore"), affermazioni e informazioni sul distorto rapporto uomo-natura. Senza mai drammatizzare o volere “dare una lezione”. Per questo molto più convincente ed emotivamente stimolante. “Ci tatuiamo il lupo sulla spalla”, ma appena gli animali si avvicinano, li rifiutiamo. “Non riusciamo a far pace con la natura se non in versione cartone animato” la sua constatazione.   

mercoledì 28 gennaio 2026

STORIE DI STRAORDINARIO MALESSERE

Il virtuosismo teatrale, se così si può definire, può essere irritante specie se il monologo in questione, perché è nei monologhi che si riscontra, è drammatico. Spesso diventa una dimostrazione di bravura eccessiva che in qualche modo allontana dai contenuti per il troppo puntare sulla forma. Per Tre studi per una crocifissione, di e con Danio Manfredini al Teatro Menotti di Milano, questo non avviene. E non certo perché lo spettacolo è composto di tre monologhi, tutti sullo stesso tema: la solitudine, la ricerca di affetto, la non integrazione.




Scritto e rappresentato per la prima volta nel 1992, il lavoro continua a essere attuale, anzi sempre più vicino alla realtà. Dietro si individua il grande professionismo di Manfredini, formato e cresciuto nell’ambito di centri sociali autogestiti, fondatore di collettivi teatrali, vincitore di ben tre Premi Ubu. Tanto da essere definito “maestro invisibile del teatro” e “avere influenzato intere generazioni di teatranti”. La sua immedesimazione nei tre personaggi che interpreta è straordinaria, senza nessun aiuto, eccetto un tavolino e una sedia e delle luci ben disposte. Nel primo dei tre studi è un paziente di un ospedale psichiatrico, racconta di sé e non sembra vagheggiare, anzi alle volte è buffo. Ma è un riso amaro quello che provoca, drammatico, pieno di sconforto, tanto da rendere fastidiose e fuori posto le risate di alcuni del pubblico. Nel secondo studio è una donna, anzi una trans e lo diventa con un cambio in scena, con l’aggiunta di reggiseno sul torso nudo, abito aderente e parrucca. E’ così perché, orfano e desideroso di affetto, ha sperato di trovarlo in un uomo, che ora non la/lo vuole più. Il terzo racconta l’emarginazione di un uomo in un paese straniero. Qui Manfredini si esibisce in un balletto, quasi un tip-tap rivisitato, che rende ancora più struggente il personaggio.  E da cui emergono anche le sue doti di musicista, con un album alle spalle come cantante e chitarrista. Lo spettacolo, ieri al suo debutto, è in scena solo fino a questa sera, ma da venerdì 30 gennaio fino al 1° febbraio è in prima milanese, sempre al Teatro Menotti, di Dino Manfredini, Cari spettatori con la sua regia e gli attori Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro. E’ la storia di due uomini che, usciti da una comunità psichiatrica, vivono insieme in un appartamento della Caritas, ricordano, parlano, si esprimono.      

venerdì 23 gennaio 2026

CREATURE IMPOSSIBILI

E’ uno zoo speciale quello nello Spazio MM di Via Maroncelli a Milano, sede di MM Company, piattaforma per progetti e ricerche d’arte. La mostra s’intitola Animalia, ma non pensate di poter riconoscere un qualche esemplare del regno animale. 




Le strane bestie, create da Luciano Francescon, sono ricoperte di pelliccia, più o meno folta che come si può dedurre dai colori sgargianti e improbabili, è un rivestimento tessile realizzato con filati sintetici, pellicce artificiali, corde. Mentre l’ossatura delle colorate creature sono parte della natura. Sono, infatti, rami caduti da alberi o arbusti trovati dall'artista per terra, nei boschi.  Che Francescon, prima di rivestire, manipola. Taglia i piccoli rami lasciando solo i più lunghi che fungono da sottili gambe, ma la modellatura è quella naturale. Tanto che le loro posizioni sembrano ispirate a quelle dell’umano. Qualche animale ha anche degli pseudo-occhi, o qualcosa di simile a una coda, ma non nella posizione consueta.  Altri non hanno gambe ma solo un simil-busto, una testa. Appoggiano tutti su piattaforme-piedestalli di un marmo che simula il sale rosa, come fossero usciti o emersi da qualche strano luogo nascosto della terra. Gli animali hanno anche una voce, un suono speciale studiato dal sound designer Giovanni Campana. Animalia è allo Spazio MM fino al 28 gennaio. Da vedere.


giovedì 22 gennaio 2026

QUANDO LA CREATIVITA' E' IN TESTA

E’stato uno dei grandi maestri della pubblicità, i suoi manifesti, gli spot, gli slogan sono entrati nelle case e nel linguaggio di molti per più di trent’anni. Armando Testa, fondatore dell’omonima agenzia, non è stato solo un grande art director, ma un artista capace di raccontare svariati prodotti in modo efficace e sempre sul filo dell’attualità e dell’ironia. Lo sport è stato uno dei tanti temi trattati. 

   




E’riuscito a “trasformare le pratiche sportive in metafore di cambiamenti sociali e culturali del nostro tempo”. Ottima quindi l’idea di dedicargli una mostra a Milano in occasione delle Olimpiadi. Aperta oggi al Museo del Novecento, curata da Gemma De Angelis Testa e Gianfranco Maraniello, intitolata Urrà la neve! Armando Testa e lo sport propone una selezione di opere realizzate in oltre trent’anni di attività. Dagli anni Cinquanta con il manifesto delle Olimpiadi di Roma e del Moto Guzzi Lodola Sport 175 agli anni Sessanta e Settanta con il Concorso ippico internazionale, la pubblicità dello sci estivo di Cervinia e il Grand Prix della pubblicità, scelto anche come locandina della mostra, con la gamba pelosa il cui piede è uno sci. E’ di fine anni Ottanta la pubblicità giocata sull’azzurro di Azzurra, mentre per il calcio di Torino 90 uno stadio è inserito nella O. E infine su un piccolo televisore, come si usavano in quei tempi, c’è il famoso "carosello" dei wafers e degli Urrà Saiwa, proiettato dal 1966 al 1969 chiamato Il treno per Saiwa. Nessun riferimento a un avvenimento sportivo, ma un piccolo film dove il corpo umano diventa macchina in movimento. Legato anche a Milano-Cortina 2026, perché il trenino è fatto da uomini che si tengono per la vita, come nei trenini delle feste, e percorre un sentiero tra le nevi. Molto divertente, con i fischi di partenza, lo sbuffare come un motore del primo della fila e la voce da altoparlante di stazione che annuncia: “Da oggi a merenda si cambia”.   

mercoledì 21 gennaio 2026

L' ENIGMA DEI PREGIUDIZI

E’ stato un libro Alan Turing. The Enigma di Andrew Hodges, nel 2001 un film The imitation game diretto da Michael Apted (Gorky Park, Gorilla nella nebbia, Chiamami Aquila)e prodotto da Mick Jagger, una pièce teatrale, scritta da Hugh Whitemore nel 1986. Da ieri fino al 25 gennaio Enigma (Breaking The Code), nella traduzione di Antonia Brancati, con la regia di Giovanni Anfuso, prodotto dal Teatro Biondo Palermo e Teatro di Messina, è al Teatro Menotti di Milano. 




Enigma è stato un dispositivo elettromeccanico utilizzato dai sommergibilisti tedeschi per comunicare tra loro durante la seconda guerra mondiale. La vicenda narrata è quella di uno scienziato inglese Alan Turing, unico a essere riuscito a decifrare questi messaggi. Ma non tratta la sua attività, quanto, in varie fasi, quello che è avvenuto prima, ma soprattutto dopo la guerra e ha riguardato la vita privata dello scienziato. Come in parte anticipa quel Breaking the Code del sottotitolo. La scena, curata da Alessandro Chiti, è sempre la stessa. Un grande tavolo grigio con sgabelli intorno dove gli attori siedono, ci camminano vicino e sopra, ci si distendono. Sullo sfondo, uno schermo con una serie di messaggi in codice si alternano a immagini di un giardino, dietro a finestre.  Nella parte di Turing il bravissimo Peppino Mazzotta, noto ai più come "il Fazio di Montalbano". Un flash iniziale sulla sua adolescenza, quando la matematica è già una sua grande passione e poi altri della fine e di dopo la guerra. Quando non è più la sua genialità da matematico al centro dell’attenzione, ma la sua omosessualità svelata nell’interrogatorio dell’ufficiale Ron Miller, al seguito di una denuncia dello scienziato stesso. Da qui è tutto un crescendo in cui sempre di più Turing è messo in difficoltà, ma non perde il suo aplomb, tanto da far diventare ridicoli gli accusatori. Non conta più l’ottimo lavoro fatto per il suo paese, neanche a salvarlo dalla giustizia inglese, per cui l’omosessualità è punibile. I pregiudizi trionfano sugli altissimi meriti. Processato, dovrà lasciare il lavoro. Nell’ultima scena, dopo un piccolo monologo, disteso sul tavolo-piattaforma, Turing ha in mano una mela rossa intrisa di cianuro. Anche se la madre non sosterrà mai la versione del suicidio.

lunedì 19 gennaio 2026

MODA UOMO: ULTIMO CAPITOLO

Ultimo giorno della Fashion Week dell’uomo in presenza, che si conclude questa sera con lo streetwear di PDF, adorato da rapper e giovanissimi. Domani sette sfilate solo in streaming. Ad aprire la giornata David Catalàn e Miguel Vieira che scelgono come passerella la nuova, ma ormai superfrequentata, Fondazione Sozzani di Via Bovisasca.                                 

                                         





Un ottimo mix di sportswear e classico caratterizza la collezione di David Catalàn, brand nato in Spagna nel 2013 ma con base anche in Portogallo. Linee abbondanti, rivisitazione dei tessuti, profili di pelle per giacche e pantaloni. Ritorno della cravatta per accessoriare l’abito a quadri, ma anche in pelle per camicia e pantaloni in pelle o per blazer sartoriale e jeans (foto al centro). Miguel Vieira, marchio portoghese creato dall’omonimo stilista, ormai un habitué della fashion week milanese, sdogana completamente il rosa per l’uomo. Non solo pull o T-shirt, ma abiti, completi di gilé. O ancora tessuti tipici del vestire maschile come il gessato o il Principe di Galles rivisti in rosa. E poi ancora rosa le cravatte o le righe delle camicie. Rombi rosa accostati ad altri beige e bianchi per il gilé-piumino. Unico altro colore il nero, impreziosito da elementi come una rosa di volants o illuminato da paillettes (foto in alto). Attesissima la sfilata di Giorgio Armani (in basso i saluti finali), con la prima collezione disegnata interamente da Leo Dell’Orco, compagno di vita e di lavoro dello stilista scomparso. Perfettamente rispettati i suoi canoni e i suoi codici, come i colori: dall’armaniano greige al burgundy, ai blu intensi. Cappotti avvolgenti, pantaloni ampi, blouson dalla linea fluida anche con cintura, maglieria con trecce o jacquard geometrici. E poi pullover in stile montagna omaggio ai Giochi Olimpici, già anticipato dalla serata di presentazione della collezione EA7 con l’abbigliamento e gli accessori che vestiranno gli atleti nei momenti conviviali, tra cui inaugurazione e premiazione di Milano-Cortina 2026. Una serata che ha sostituito la tradizionale sfilata dell’Emporio. Svariati i completi indossati da donne. La presenza femminile si è notata su molte passerelle.  Addirittura solo brand donna (Blanchett Goose, Sara Roka, Hildamaha, MRZ, 120% Lino) alla sfilata organizzata da Camera Showroom e Confartigianato Moda per presentare l’eccellenza artigiana che incontra la sostenibilità. Nella boutique di De Wan, sempre presente alle fashion week con nuove proposte, oltre a zainetti, porta-cellulari, raffinati e iperpratici trolley per lui, le magiche borse in pelle che cambiano colore per lei.  

domenica 18 gennaio 2026

NUOVO SOFT

La terza giornata della Men’s Fashion week si è aperta con la sfilata di Simon Cracker, sempre coerente con il suo stile. Uno stile che potrebbe apparire non in sintonia con la tendenza di stagione che vuole capi funzionali e confortevoli. Eppure si inserisce perfettamente in questa linea, perché la collezione, disegnata come sempre da Simone Botte, propone capi con "protezioni capaci di adattarsi a ogni corpo e ogni genere". Con uno sguardo al passato e con ogni piccolo dettaglio non casuale. Può essere un drappeggio particolare, un’asimmetria nell’allacciatura o tutti gli elementi della sartoria assemblati in un unico capo (foto a destra).  


      


Decisamente diverso il confort Eleventy, per una collezione perfetta dalla città al tempo libero. Come ha spiegato Marco Baldassari, art director oltre che co-fondatore del brand, c’è stato un cambiamento nei colori come nei tagli e nelle silhouette. Non più toni chiari, ma il burgundy, l’ambra, il "verde selva" e il "blu notturno", con solo qualche flash di bianco. I tessuti sono più morbidi, dalla vigogna protagonista al cashmere. Anche i tagli sono rinnovati, ecco la giacca con collo Mao, essenziale e facile da indossare. La maglieria in lana e cashmere richiama le atmosfere montane (nella foto la indossa l'olimpionico brand Ambassador Marco Tamberi). In sintonia gli accessori, dai berretti alle scarpe, agli zaini, alle sciarpe(v.foto). Un classico riveduto nei colori e nei volumi, ma dove la sartorialità è dominante da Canali, che ambienta la presentazione in un bar da club ricostruito nella Galleria Meravigli, esempio di liberty.  Nasce dal ricordo di un viaggio a Parigi la collezione di Brett Johnson. Soprattutto per quei toni raffinati e senza tempo, come il grigio nebbia, uno speciale punto di verde, il nocciola. Ma anche i volumi, strutturati e fluidi, richiamano le architetture parigine. Morbidi e leggeri i tessuti, curatissimi i dettagli, dai bottoni in corno alle zip in "bagno palladio". Una funzionalità garantita quella di TRC dato che i i capi guardano all’abbigliamento da lavoro con i dovuti aggiustamenti. Particolare la capsule ispirata al mondo dello snowboard, rivisto in colori quasi pop. Jeans cinquetasche e con inserimento  della cintura. Denim accostato al nylon. Dal workwear nasce anche la collezione di Victor-Hart, al suo debutto a Milano.  Fondato dal ghanese Victor Hart, il brand trasforma  con il "soft tailoring" le tute, le salopette, le giacche da lavoro. E il denim è in primo piano(foto in alto a sinistra).