giovedì 18 giugno 2026

IL DESIGN CHE SORPRENDE

Per quanto punti moltissimo sul “patrimonio” di design della tradizione, il Vitra Design Museum di Basilea offre sorprese continue. Non solo sorprende ed entusiasma chi viene per la prima volta ma anche chi ci ritorna con una certa frequenza. C’è sempre qualcosa da scoprire, o che non si aveva notato, ma è anche vero che ci sono continue variazioni. Perfino nella VitraHaus, che nei suoi quattro piani riassume le intere collezioni, si avvertono dei cambiamenti.







Soprattutto per quel che riguarda le composizioni di pezzi di design che sono vere installazioni, in genere situate davanti alle vetrate aperte sul “labirintesco” Oudolf Garden (In alto e al centro). Anche lo shop ha sempre delle novità, non necessariamente legate alle mostre in corso.  Tra le esposizioni quella aperta più di recente (23 maggio), che chiuderà il 9 maggio del 2027, è Verner Panton Form Colour Space allo Schaudepot, volume monolitico di mattoni progettato da Herzog & De Meuron. Qui sono esposti i lavori del designer danese a cent’anni dalla nascita. Certamente le sedie, e la Panton Chair in particolare, è la protagonista, con i vari cambiamenti negli anni. Ma c’è anche la collezione di tavolini e sedie a cono, o i tessuti, alcuni usati per creare dei capi dallo stilista belga Dries Van Noten, in una sfilata omaggio al designer (in basso). Interessante la camera con le poltrone che assecondano la linea del corpo in colori forti.  O i progetti di edifici in plastici o in foto, tra cui quello per un concorso per il Centre Pompidou di Parigi, che pare per uno sciopero generale non sia mai arrivato a destinazione. Verità o leggenda?  Appena aperto al pubblico, il Water Garden, che sarà inaugurato ufficialmente il 4 luglio durante il Vitra Campus Summer Festival. Progettato dal paesaggista Bas Smets, convinto ecologo, che nel Vitra Campus ha creato dei micro-boschi piantumando 8mila alberelli, è un laghetto circondato da piante acquatiche secondo criteri di biodiversità. Con la sua vegetazione dovrebbe attrarre uccelli e diventare fonte di sostentamento per i pesci. Il laghetto, alimentato dall’acqua piovana che si raccoglie sul tetto di un vicino capannone, ha al centro una fontana con tre  squali in ceramica. Fanno parte della collezione Angry animals di Hella Jongerius, della quale è in corso la mostra nel vicino Design Museum. Gli squali, con le loro bocche spalancate che svelano enormi, minacciosi denti, vogliono richiamare l’attenzione degli umani sulla loro specie in pericolo. 

lunedì 15 giugno 2026

IL MAGO DELLA LUCE

Difficile dire se le fotografie di Aurelio Amendola siano così straordinarie per la luce o per un insieme di caratteristiche di cui l’uso sapiente della luce è il filo conduttore. Comunque la mostra Capolavori fotografati. Aurelio Amendola che apre domani a Palazzo Reale di Milano, è davvero eccezionale.  Toscano di Pistoia, classe 1938, Amendola è considerato uno dei più importanti fotografi d’arte italiani. Come ha detto Bruno Corà, critico e storico d’arte, nonché  presidente della Fondazione Burri, non è un fotografo ma “un artista che lavora con la fotografia”. Primo ad avere una mostra all' Ermitage di San Pietroburgo, ha fotografato i più grandi artisti contemporanei ma anche le opere più significative dei mastri della scultura rinascimentale e classica.





A Palazzo Reale sono esposte 85 immagini di capolavori che, come specifica il sottotitolo, si riferiscono a Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo. I primi tre artisti Amendola li ha fotografati nell’atto di creare le loro opere. E le immagini spiegano la loro arte meglio di qualsiasi testo. Ci sono i fuochi di Alberto Burri, che svelano La Combustione e il processo creativo dove l’alterazione della materia è in primo piano (foto in alto). Emilio Vedova si muove tra i suoi simbolici, grandi tondi. Il rosso sangue domina nelle foto di Hermann Nitsch all’opera nel castello di Prinzendorf. Tutte queste tre situazioni raccontano gli artisti. Si sente l’energia, l’enfasi, il piglio creativo. Del Duomo di Milano ci sono nove fotografie realizzate da Amendola nel 2009 ed esposte per la prima volta al pubblico. Ci sono svariate foto di dettagli, spesso non facili da cogliere, ma anche foto d’insieme, sempre con un’angolazione inedita e incredibili giochi di chiaroscuri che fanno risaltare gli aspetti più preziosi e interessanti. E poi ci sono 35 scatti dedicati ai grandi maestri della scultura, Bernini, Canova, Michelangelo. Anche qui la luce gioca un ruolo fondamentale rivelando la plasticità e il realismo dei corpi (in basso, "Il ratto di Proserpina" del Bernini). “Le luci fanno parlare le sculture” ha detto Domenico Piraina direttore di Palazzo Reale di Milano “Le foto sono un invito al saper vedere”.  E guardando le foto di Amendola, non ci si stupisce che qualcuno abbia chiesto se dietro queste foto ci fosse un sistema di illuminazione per avere quegli effetti. La mostra chiude il 6 settembre e l’ingresso è gratuito. Il catalogo in edizione bilingue, italiano e inglese, è edito da Skira.

venerdì 12 giugno 2026

BRILLO, DUNQUE SONO

In un primo momento si ha l’impressione che si tratti di pittura astratta, dove il colore e le geometrie sembrano giocare un ruolo primario. Ma basta uno sguardo minimamente più attento per distinguere dei visi, ma soprattutto dei corpi, che raccontano una storia. C’è un forte filo conduttore nella mostra Brillo, la prima personale in Italia di Carlos Enfedaque(qui sotto l'autoritratto) allo Spazio MU.RO di Milano, da ieri all’11 luglio. 



 

Spagnolo, di Saragozza, l’artista (classe 1994) dal 2018 vive e lavora a Berlino. Sue opere sono esposte in importanti gallerie di Londra, Madrid, Barcellona, Berlino, Valenza e in collezioni pubbliche e private europee e statunitensi. Ha partecipato a numerosi programmi di "residenza artistica" tra cui quello alla Tom of Finland Foundation di Los Angeles, istituzione fondata nel 1979 dal finlandese Touko Valio Laaksoonen, in arte Tom of Finland, che si occupa della raccolta e della divulgazione dell’arte omoerotica. Ed è qui che Enfedaque ha realizzato la maggior parte delle opere esposte nella galleria milanese. Perché proprio in questa famosa istituzione ha avuto modo di approfondire il tema del corpo umano e della sua libertà, del desiderio e dell’identità queer. A volte solo accennato, ma sempre espresso nelle sue opere, in prevalenza olii su lino e anche in un video. In forma più esplicita nei dipinti esposti nella Red Room, dove si accede oltrepassando una tenda. Non di immediata interpretazione il titolo della mostra: Brillo. Come ha spiegato Enfedaque è il nome di una cornacchia grigia con cui ha instaurato un rapporto quotidiano sul balcone della sua casa a Berlino. Ma El brillo de los ojos, che in spagnolo significa "luccichio", "luminosità degli occhi" è anche il personaggio principale del romanzo Las Malas dell’argentina Camila Sosa Villada. E il suo nome diventa “simbolo di cura, maternità e speranza…in una comunità marginalizzata di donne trans e travestiti”.  

giovedì 11 giugno 2026

VISIONARIO, ANZI PRAGMATICO

Perché un libro sulla moda viene presentato a Milano nella Pinacoteca di Brera dal suo direttore generale Angelo Crespi? E’ successo oggi e il libro è Realtà e visione oltre la moda. Un viaggio visionario oltre il confine del reale (Edizioni Bookness). L’autore non è uno stilista, né un direttore creativo, è Francesco Casile, fondatore di CSM Camera Showroom Milano e CEO del Casile & Casile Fashion Group, una delle figure più autorevoli del sistema distributivo moda italiano ed europeo. Quindi importante, ma dietro le quinte. 



Al primo momento il libro può sembrare autoreferenziale e un po’ambizioso, ma basta leggere la quarta di copertina dal titolo  Il libro che non doveva esistere" e la prefazione di Mario Boselli, presidente onorario di Camera della Moda, per rendersi conto che non è “un’operazione nostalgica” ma "un atto di restituzione... che restituisce dignità a un sistema che vive di competenze, di sacrifici, di visioni”. Ma anche un manuale che descrive un mondo, le sue origini e il suo futuro, dove anche il carattere autobiografico diventa fondamentale. Francesco Casile, nato in un piccolo paese della Calabria in una famiglia di contadini, è riuscito ad arrivare a importanti traguardi. La sua storia, per quanto potrebbe avere tutte le caratteristiche del “racconto buonista”, in genere fine a sé stesso, è invece assolutamente funzionale. Soprattutto come messaggio per i giovani, su cui punta la moda e il made in Italy del futuro. Come è scritto nella quarta di copertina “ai giovani talenti che sognano la moda questo libro servirà per conoscere il passato, per crescere e in futuro diventare i leader del settore”. Casile spiega come un sogno può diventare realtà. E guardare al passato per costruire il futuro è la base. Ma non sono frasi fatte. I suoi verbi-consigli sono: ascoltare, osservare, interpretare, costruire relazioni più che fatturare, esserci quando gli altri svaniscono. Non mancano piccoli ritratti dei protagonisti della moda, dai couturier del passato come Fortuny e Poiret ai nomi del prêt-à-porter, a importanti giornalisti scomparsi. Interessante, e anche divertente, uno dei capitoli, che l'autore chiama tappe, in cui analizza le figure simbolo della moda. Da quelle positive a quelle negative e come riconoscerle. Chi vuole tutto subito, il capo che non guida, ma si specchia, “Io prima di tutti”, il bello senza fondamento.  Casile distingue i consigli da dare ai giovani da quelli da dare ai leader.  Insegna a distinguere tra velocità che è intelligenza, da fretta che è disordine. Quasi commuoventi, ma senza retorica, i ringraziamenti finali ai colleghi, ai giornalisti e ai media, ai collaboratori silenziosi, alla sua famiglia. E perfino ai critici, ai dubbiosi, ai detrattori e “a chi non ho nominato ma sa di esserci”. E da quello che hanno detto i relatori alla presentazione del libro, non sono parole vuote o di prammatica, ma l’espressione di una persona altruista e generosa, oltre che geniale.

mercoledì 10 giugno 2026

MANI IN ALTO

Che l’artigianato sia una ricchezza da proteggere è uno dei temi da affrontare. Non è certo facile in un mondo come l’attuale dove si "disconoscono" molti valori. Gli artigiani sono sempre meno, sono spesso persone di una certa età e se hanno dei figli questi non possono o non vogliono ereditare un mestiere ormai difficile da esercitare. Per cui un’iniziativa come quella di Homo Faber deve essere vista come una vera ancora di salvezza, oltre che un piacevolissimo appuntamento d’arte.




La manifestazione nata nel 2018, con una cadenza biennale (ha saltato il 2020) è organizzata da Michelangelo Foundation (associazione no-profit con sede a Ginevra) in collaborazione con Fondazione Cologni Dei Mestieri d’arte e Fondazione Giorgio Cini. La quarta edizione, dal 1° al 30 settembre, si tiene come sempre nell’Isola di San Giorgio a Venezia, che ogni volta si trasforma secondo il tema della mostra. Quest’anno, come annuncia il titolo An Island of light, è il rapporto tra luce, materiali e naturalmente la mano dell’uomo. Un tema quello della luce, caro al direttore artistico del momento, l’artista e designer inglese Es Devlin (nella foto) che è stata tra i protagonisti dell’ultimo Salone del Mobile di Milano con la sua Library of Light alla Pinacoteca di Brera. Più di 800 gli oggetti esposti, creati da più di 400 artigiani di 55 paesi del mondo. Suddivisi all’interno della Fondazione, ma anche nei cortili e nei giardini. Si va da oggetti e creazioni selezionati nei colori della terra, in un salone, agli uccelli nella zona piscina dove l’acqua è un altro filo conduttore. Uccelli di carta bianca voleranno nella Sala Bianca mentre nell’Anticenacolo voleranno, come uccelli, delle lanterne. I colori non mancheranno e saranno quelli dell’arcobaleno in un’altra sala. La mostra prosegue nel Labirinto Borges dove su un muro saranno disegnati gli animali di città, ignorati e non considerati. Un altro richiamo al rapporto tra uomo e natura. A completare il tutto e invitare a una piacevole sosta tre ristoranti di diversi livelli di servizio e di menù, ma tutti con la firma dello chef stellato Salvatore Sodano. Previsti workshop e tour tra gli artigiani di Venezia. A fare da guida e ad accogliere i visitatori gli Ambassador, giovanissimi artigiani in uniforme, colorata con lo spray di uno speciale indaco coltivato sull’isola.

mercoledì 3 giugno 2026

MILANO IN NERO

Già l’idea di ambientare la ricerca di un serial killer a Milano durante il lookdown è un’idea che intriga. Ma non basterebbe certo per fare di E così per non morire (Ed. Italian Tabloid, Feltrinelli) di Paolo Roversi un thriller che prende davvero. 

 



Come annuncia il sottotitolol’indagine è condotta dalla profiler Gaia Virgili, personaggio protagonista, come Radeschi, nei romanzi dello scrittore. Pure questa è una caratteristica intrigante. Anche perché a indagare su un killer, che uccide solo donne, è una donna con una serie di pensieri, riflessioni e caratteristiche che rendono la sua ricerca più credibile. Anche l’impianto del libro è particolare, in quanto a capitoli “in tempo reale” appunto nella Milano del 2020, si alternano capitoli che raccontano l’indagine su un serial killer, sempre di donne, che agisce, sempre a Milano, ma negli anni ’60 e ’70. Dettaglio interessante, che si scopre a poco a poco, i vari punti di contatto dei delitti e soprattutto le caratteristiche comuni delle vittime. Di questi capitoli “del passato” fanno parte anche  articoli di giornali allora “specializzati” in cronaca nera. E la scrittura sembra davvero originale, grazie all’esperienza nel settore di Roversi  che, anche se in tempi più recenti, ha iniziato la sua attività di giornalista proprio nella “nera”. Questo non toglie comunque niente alla descrizione di una Milano chiusa, muta, preoccupantemente silenziosa e dei personaggi con cui si riesce quasi a stabilire un rapporto o comunque li si sente vicini. Questo varia ovviamente da lettore a lettore. Il finale è una sorpresa, ma non in modo sfacciatamente esagerato, come spesso accade anche nei migliori thriller, fino a diventare scontato.

venerdì 29 maggio 2026

IL PARADISO SI PUO' COSTRUIRE

Incredibile come il Museo Rietberg di Zurigo, con una notevole  collezione permanente di arte extraeuropea, organizzi mostre  particolari, emozionanti e sempre con un messaggio e un forte contenuto sociale. Ora è in corso, fino al 6 settembre, Quasi un Paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea. Già dal titolo si può intuire che non è una normale mostra di foto relative a un certo periodo. Infatti, le foto di archivio sono solo il punto di partenza del lavoro di venti artisti da tutto il mondo. 

 



Tutti nati tra il 1974 e il 2000, con l’eccezione di due del 1967 e 1968. Uno di questi è il vietnamita Dinh Q.Lê, morto prematuramente nel 2024, la cui opera apre la prima delle quattro sezioni della mostra che ricostruisce archivi fotografici, per varie ragioni, soprattutto sociali e di guerre, andati distrutti o mai creati. E i suoi cubi Crossing the Farther Shore raccolgono immagini della vita quotidiana di famiglie vietnamite costrette ad abbandonare le loro case durante il conflitto (in alto). La seconda sezione parla di stereotipi di tipo razzista-coloniale. Ma in una forma ironica o, comunque, che mette in ridicolo un certo modo di pensare dei bianchi. Come Four Seasons di Wendy Red Star (USA) le cui immagini kitsch vogliono raccontare come i nativi americani vivessero il contatto con la natura (in alto). O ancora le foto recuperate del senegalese Omar Victor Diop di quadretti   conviviali anni ‘50 e ‘60, in cui si avverte sempre la presenza di un nero escluso. Sia perché il suo sguardo è da un’altra parte, sia perché non partecipa a una risata comune, ecc. Nella terza sezione gli artisti, in qualche modo, correggono le ingiustizie rivelate da vecchie fotografie. La svizzera Sasha Huber vuole riparare alle foto di un naturalista, che ritraeva uomini e donne schiavizzati nudi, rivestendoli, come per proteggerli, con abiti-armature scintillanti e importanti, applicati con graffette (in basso). La quarta sezione è quella che lascia più spazio alla fantasia degli artisti. Indicativa la mega installazione del francese Raphaêl Barontini. Con applicazioni, collages, disegni e foto stampate su una grande tenda a tutta altezza, racconta come una donna del Congo, Nobosudru, venuta in Europa in un viaggio organizzato da Citroên nel 1924-25, possa aver visto quel mondo così lontano dal suo modo di vivere. La foto della donna è vera. Una mostra da non perdere, anche per il magnifico parco che circonda il museo, particolarmente attraente in questo periodo.