oltre il mito a Palazzo Madama, Torino (dal 1° giugno al 18 settembre) non è un tentativo, ma un'operazione perfettamente riuscita. Dietro la rassegna il progetto ambizioso e intelligente di dare una continuità, un filo rosa alla vita di quel palazzo voluto da Cristina di Francia. Cioè una serie di mostre su donne icone, o perché artiste o perché muse ispiratrici di artisti. Con una connotazione più popolare, per interessare pubblici più ampi. Non a caso la presenza del sindaco Piero Fassino, in piena campagna elettorale, per la presentazione alla stampa. Nel grande salone al pianterreno la storia dell'attrice è raccontata attraverso cimeli della sua vita di star, ma soprattutto di donna, circa 150 raccolti per la maggior parte dal collezionista tedesco Ted Stampfer. Dai copioni dei film, le buste delle lettere dei fans, le chiavi del camerino della 20th Century Fox a pezzi di intimità come i bigodini con qualche suo capello ossigenato, le ciglia finte, il mascara. Dall'agenda con i nomi dei suoi prestigiosi contatti al testamento, dagli scontrini delle sue spese in un viaggio in Messico all’assegno per l’acquisto dei pesi(v.foto). Accanto a scatti tratti da film, ci sono le foto dei grandi fotografi come Milton Greene, George Barris, Eliott Erwitt (v.foto) e un’opera d’arte come le Four Marilyns di Andy Wharol. Tra gli abiti di scena come il lungo da sirena di Il principe e la ballerina o il mitico prendisole con gonna plissé soleil di Quando la moglie è in vacanza ci sono quelli dei suoi miti. Il costume nel velluto verde delle tende di Rossella O’Hara-Vivien Leigh, o la vestaglia in seta di Jean Harlow in Pranzo alle otto. Sono invece di Marilyn le calze di Christian Dior, ancora intatte, con cui lei definiva la sua altezza:"Sono alta un metro e sessanta con le calze di nylon ". O la camicia in seta stampata di Emilio Pucci, il suo stilista preferito (è stata sepolta con un suo abito), del 1961 o i jeans e le maglie a righe del cui uso è stata un'antesignana. Immancabile la boccetta di Chanel 5, il suo pigiama. Molto simile per le note dolci a MM il profumo dedicato a lei da Sileno Cheloni per Aqua Flor. Un omaggio alla diva come il cocktail
martedì 31 maggio 2016
HAPPY BIRTHDAY MRS. ICON
oltre il mito a Palazzo Madama, Torino (dal 1° giugno al 18 settembre) non è un tentativo, ma un'operazione perfettamente riuscita. Dietro la rassegna il progetto ambizioso e intelligente di dare una continuità, un filo rosa alla vita di quel palazzo voluto da Cristina di Francia. Cioè una serie di mostre su donne icone, o perché artiste o perché muse ispiratrici di artisti. Con una connotazione più popolare, per interessare pubblici più ampi. Non a caso la presenza del sindaco Piero Fassino, in piena campagna elettorale, per la presentazione alla stampa. Nel grande salone al pianterreno la storia dell'attrice è raccontata attraverso cimeli della sua vita di star, ma soprattutto di donna, circa 150 raccolti per la maggior parte dal collezionista tedesco Ted Stampfer. Dai copioni dei film, le buste delle lettere dei fans, le chiavi del camerino della 20th Century Fox a pezzi di intimità come i bigodini con qualche suo capello ossigenato, le ciglia finte, il mascara. Dall'agenda con i nomi dei suoi prestigiosi contatti al testamento, dagli scontrini delle sue spese in un viaggio in Messico all’assegno per l’acquisto dei pesi(v.foto). Accanto a scatti tratti da film, ci sono le foto dei grandi fotografi come Milton Greene, George Barris, Eliott Erwitt (v.foto) e un’opera d’arte come le Four Marilyns di Andy Wharol. Tra gli abiti di scena come il lungo da sirena di Il principe e la ballerina o il mitico prendisole con gonna plissé soleil di Quando la moglie è in vacanza ci sono quelli dei suoi miti. Il costume nel velluto verde delle tende di Rossella O’Hara-Vivien Leigh, o la vestaglia in seta di Jean Harlow in Pranzo alle otto. Sono invece di Marilyn le calze di Christian Dior, ancora intatte, con cui lei definiva la sua altezza:"Sono alta un metro e sessanta con le calze di nylon ". O la camicia in seta stampata di Emilio Pucci, il suo stilista preferito (è stata sepolta con un suo abito), del 1961 o i jeans e le maglie a righe del cui uso è stata un'antesignana. Immancabile la boccetta di Chanel 5, il suo pigiama. Molto simile per le note dolci a MM il profumo dedicato a lei da Sileno Cheloni per Aqua Flor. Un omaggio alla diva come il cocktail
giovedì 26 maggio 2016
(C)REATO AD ARTE
Normale la difficoltà di descrivere le sensazioni davanti
a un’opera d’arte. Inusuale, invece, la difficoltà di descrivere l'opera stessa. Come
accade per Tutela dei beni: corpi del(c)reato
ad arte di Alessandro Bergonzoni. Non è casuale e fa pensare che l’emozione dell’osservatore faccia parte di
quello che tecnicamente è definito esposizione-proiezione-intervento.
Perché, come dice anche l’autore, non è uno spettacolo, ma qualcosa di più
vicino alla performance, forse. E’ stato oggi nella Sala della Passione della
Pinacoteca di Brera. Dura 25 minuti e si ripete tre volte nella giornata. Il
titolo e il sottotitolo Il valore di
un’opera, in persona potrebbero fare pensare ai soliti intelligenti giochi
di parole di Bergonzoni. Come anche quello che dice la sua voce all’inizio, nella
sala completamente buia e chiusa. Le analogie, gli accostamenti per assonanza, l’assurdo che diventa reale. Quel
Vi voglio un gran bene seguito da un bene storico, un bene comune, culturale.
Oppure quelle frasi perentorie, solo apparentemente surreali come L’umanità ha la più immensa collezione
d’arte privata: gli esseri viventi. Poi arriva la luce, entra Bergonzoni e
fissa un grande rettangolo proiettato sull’unica parete senza dipinti. Emerge una macchia in basso, forse una bocca. Sembra
di intravvedere una porta e la bocca è solo un’ombra, e a poco a poco esce
drammatica, penetrante, angosciante quella foto del viso torturato di Stefano Cucchi,
che abbiamo vista e rivista. Qualche attimo e scompare, sul muro ritorna
il rettangolo di luce bianca. L’autore resta lì. Si sente la sua voce che parla
di confine. Tra il bello e il male?
Quando ti sentirai abbattuto tra le bellezze di un quadro ritrovato del ‘600 e
un morto d’incuria della cronaca del ‘900? Ed ecco il discorso della
tutela, del rispetto. Quale confine tra
un capolavoro classico e un corpo che rappresenta l’anima? Da un lato si
vorrebbe che queste frasi, apparentemente sconnesse, continuassero per farci
riflettere, dall’altro ci piacerebbe che la voce tacesse, per non sentirci in
colpa. E forse anche quell’impossibilità del pubblico di riuscire a stare nel
completo silenzio senza tossire, muoversi, bisbigliare è una forma di difesa.
venerdì 20 maggio 2016
SCENA DI UN MATRIMONIO


L’ambiente è importante in una presentazione.
Valorizza e contribuisce a creare la giusta cornice. Ma ci sono delle riserve.
Se è di uno splendore inconsueto, può fare ombra o addirittura azzerare l’effetto
di quello che si vuole mostrare. O peggio far notare i diversi livelli, di cui
uno irraggiungibile. Per questo ha avuto coraggio, e una sicurezza ben riposta
nel suo lavoro, Carlo Pignatelli nel proporre la sua Wedding Story in uno dei
più straordinari palazzi del centro storico milanese. E la scelta gli ha dato
ragione. Gli abiti da sposa non solo erano all’altezza, ma venivano esaltati
dal contesto. Il palazzo, in via Meravigli fu fatto costruire nel 1876 dai
fratelli Turati, da cui prende il nome, dall’architetto Lodovico Pogliaghi uno
dei migliori dell’epoca. L’esterno in stile neo-rinascimentale richiama con il
rivestimento in bugnato rustico, voluto dai committenti, il palazzo dei
Diamanti di Ferrara. Il cortile con colonnato è imponente, come è notevole lo
scalone d’accesso. Ma sono soprattutto i saloni ad affascinare per i soffitti
decorati, gli stucchi, le dorature, i cornicioni, gli splendidi pavimenti e gli
straordinari affreschi, tra cui quelli di Mosé Bianchi nella Sala della Flora.
Eppure gli abiti, bianchi o nelle sfumature che vanno dal bianco giglio al bois de rose, dal giallo primula
all’avorio fresia, riescono a imporsi, ad attrarre l’attenzione. Sono indossati
da modelle sedute o in piedi, immobili, ma non imbalsamate. Statiche, ma reali.
Pur nella loro varietà seguono tutti la
stessa tendenza che è quella di un’attenzione alla tradizione, perché per la
sposa è fondamentale, ma con quel tocco di creatività per rinnovare, lontano
dal revival. Giochi di ruches, ricami, plissé
soleil,nei tessuti più suntuosi e classici. Quanto alle linee scollature
sempre presenti anche sulla schiena, ma moderate, donanti ma mai eccessive. Qualche
strascico, ma senza arrivare al costume.
Punto vita sempre sottolineato, per un’esaltazione del femminile. A completare
la scena modelli con gli abiti di Carlo Pignatelli Cerimonia, in tessuti
preziosi e ovviamente esclusivi. giovedì 19 maggio 2016
AMARCORD 1980
Chissà se piacerà a Guccini. Il cantautore è
atteso, ma non si sa se verrà. In Talkin’
Guccini, di amore, di morte e altre sciocchezze, al teatro Menotti a Milano
(fino al 4 giugno), il suo mix di impegno, musica, amicizia, racconti
scanzonati, viene fuori bene con la
regia di Emilio Russo, che ne ha scritto anche i testi. Sempre sul filo del
ricordo, certo, ma senza nostalgie melense e con solo un pizzico di reducismo
sessantottino. In scena un’osteria di Bologna in una caldissima sera del 1°
d’agosto 1980, che solo La locomotiva
intonata da attori e figuranti, a fine spettacolo, rivela preludio della strage
nella stazione.
Tra i tavoli gira l’ostessa
Serafina, una Lucia Vasini convincente e a suo agio in una parlata
bolognese zeppa di dialettismi. A interrompere le sue divagazioni su minestre e
avventori del passato, un frate ubriacone con uno strano interesse missionario per le donne (Fabio Zulli) e Vacca d’un
cane(Enrico Ballardini) chiamato così per la colorata interiezione con cui
farcisce i racconti da musicista sognatore e un po’sfigato. E poi la Matta (Andrea Mirò) con le sue storie surreali e
la sua collezione di cartoline improbabili. Parlano, cantano, ballano,
ricordano. Le canzoni trascinano il pubblico (anche i giovanissimi), ma è la
rappresentazione di una certa umanità data dai quattro a dare il tocco
speciale. Ad accompagnarli al piano
Alessandro Nidi. A rendere più che mai guccinesca
l’atmosfera, con voce e chitarra, Juan Carlos Flaco Bondini, dal 1976
chitarrista di Guccini e ispiratore del
progetto. Dopo aver visto lo spettacolo di Emilio Russo su Fabrizio De André.
![]() |
| Foto Laila Pozzo |
mercoledì 18 maggio 2016
PERCHE' NON PARLI?
Chi ha osservato un gorilla da vicino, in uno zoo, non
può che essere rimasto incantato da quella sua straordinaria somiglianza con
l’umano. Quegli occhi scrutatori, quella testa con le rughe di chi medita, quei
movimenti un po’ goffi da omaccione. Non c’è da stupirsi se Dian Fossey abbia
dedicato la sua vita a studiare i primati e sia anche morta, in circostanze
misteriose, ma sicuramente per difenderli. Non è così strano quindi che Gigi Bon abbia deciso di fare di un gorilla
il soggetto di una scultura iperrealista.
E non solo, per insistere su quella sua aria da pensatore, l’abbia ritratto
appoggiato a pile di libri. Dietro la scelta dell’artista veneziana, accanto
all’interesse per l’antropomorfo, un grande amore per gli animali. Non tutti, per quanto amati, rientrano però
nella sua arte. Tartarughe, ippopotami, elefanti ma soprattutto rinoceronti i
suoi modelli. “Mi sento un po’
rinoceronte, da bambina ero molto schiva, chiusa in me stessa, ora sarei stata
considerata autistica, ed ero colpita dal baby
rhino sul pavimento della Basilica di S.Marco. Lo vedevo come un animale fantastico,
chiuso nella sua corazza protettrice”.
Nel suo Mirabilia, atélier-galleria dal sapore di una Wunderkammer in
calle Malipiero (dietro a Palazzo Grassi, dove dicono sia nato Casanova) ci
sono parecchi rinoceronti di varie dimensioni. Mai life size. “Mi piacerebbe realizzarne uno, ma dovrei avere uno
sponsor”. Bon lavora sulla cera persa, più morbida della creta e poi fa
realizzare i bronzi in fonderia, tutti pezzi unici, quindi molto costosi. Nel
curriculum dell’artista nessun corso d’arte, ma solo una grande passione.
Laureata in giurisprudenza e con un’avviata attività di consulente finanziaria,
a 40 anni Gigi Bon dopo un anno
sabbatico decide di lasciare tutto per dedicarsi a scultura e pittura. “Ho imparato
lavorando, specie in fonderia, provando, riprovando, anche sbagliando”.
Inevitabile la domanda se per i suoi ritratti si documenti dal vivo. “No guardo
le foto, i filmati, i documentari, ora ce ne sono moltissimi su You Tube. Conosco solo il rinoceronte. Quando ero
piccola ero talmente presa da questo animale, che mia mamma mi portò allo zoo a
vederlo”.(Foto di Giovanna Dal Magro)
Iscriviti a:
Commenti (Atom)




