giovedì 27 novembre 2025

SOGNI E TATUAGGI

Dopo varie presentazioni in Italia e all’estero è stato proiettato ieri, all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano, Felix, dare to dream  di Valerio Bariletti e Morgan Bertacca, che ne sono pure i produttori. Un docufilm coinvolgente anche per la caratteristica di poter essere “letto” da diversi punti di vista. Dalla più immediata biografia al quadro di un momento culturale. In evidenza concetti di famiglia, generazioni, creatività e arte ai margini. 


 

La storia è quella di Felix Leu che, a sedici anni, lascia la casa e raggiunge la madre a Parigi, dove vive con l’artista Jean Tinguely. Da lì, la controcultura rivoluzionaria degli anni 60 e 70, di cui è un convinto esponente, e un suo ben consolidato concetto di libertà, lo portano a New York.  Qui incontra  Loretta. E’ amore a prima vista, sarà la sua compagna e con lei formerà una famiglia. E sono Loretta e i figli che raccontano il personaggio. Ai loro ricordi si alternano flash con Felix stesso. In questo quadro di anticonformismo e di” rimanere fedele ai propri sogni navigando nell’oceano della vita” si inserisce la scelta di dedicarsi al tatuaggio. Una forma d’arte che non è mai stata considerata tale ma che, come ha detto prima della proiezione Bariletti, è nella storia.  Dopo lo "scrivere nelle grotte" l’uomo ha incominciato a "scrivere sul corpo". Sul proprio come quello altrui, creando empatia. E’ con questa filosofia che la famiglia gira per il mondo con un passaggio in India, immancabile in quella generazione, dove Felix non si fa pagare per i tatuaggi, data la  povertà della gente. Le ultime immagini parlano della sua malattia, di come l’ affrontano lui, Loretta e i figli. La fotografia di ottimo livello riesce a trasmettere luoghi, persone, espressioni e soprattutto ambiente. Forse un po’ lunga la seconda parte e qualche volta risapute certe rievocazioni del mondo hippy.   

mercoledì 26 novembre 2025

OLTRE LA TEMPESTA

Shakespeare è il teatro. Ma guardando uno spettacolo di più di quattro secoli come La tempesta, in prima milanese al Teatro Menotti, ci si chiede quanto la capacità di coinvolgere, ora, dipenda molto dal regista. In questo caso dall’argentino Alfredo Arias di cui l’opera del Bardo è stato uno dei passi più importanti della sua straordinaria carriera, rappresentato per la prima volta al Festival di Avignone nel 1986. 




C’è una storia, o meglio una trama, ma è solo una traccia su cui si costruisce un’atmosfera tra sogno e realtà. E tutto è studiato per crearla. Dalla scena con quell’incredibile labirinto di pietre, che sembra inghiottire gli attori, alle luci giocate su straordinari chiaroscuri.  E poi naturalmente i personaggi. Tra  i quali la figura dominante è Prospero, interpretato dal bravissimo Graziano Piazza, sovrano dell’isola dove è stato relegato, insieme alla figlia, dal perfido fratello per essere Duca di Milano al suo posto. Da  qui parte la storia del naufragio che coinvolge il fratello fedigrafo e chi l’ha aiutato. Un naufragio provocato dalla famosa tempesta con l’aiuto di Ariel (Guia Jelo), personalizzazione del vento, ora al servizio di Prospero.  Una storia di rivalsa, ma anche di perdono che Prospero concede a chi lo ha emarginato. Una riflessione su temi  che ribadiscono la contemporaneità della tragedia shakespeariana.  Sottolineata anche dai costumi. Divise militari, marsine, gonne ampie e busti strizzati per le donne, abiti senza tempo, invece, per Prospero deus ex machina.  Prodotta dal Teatro Stabile di Catania, Marche Teatro, Tieffe Teatro Milano e TPE-Teatro Piemonte Europa, La tempesta, è in scena al Teatro Menotti fino al 30 novembre.   

domenica 23 novembre 2025

L'ANIMA JAZZ DEL PASSEROTTO

Edith Piaf, l’anima in jazz è il titolo dello spettacolo dei Môme, ieri sera al Teatro Gerolamo di Milano. Sorprende questo legame con il jazz della più grande cantautrice francese. Ma è sufficiente sentire le prime note o addirittura l’introduzione di Elda Olivieri, voce narrante del gruppo, per capire che è una ben studiata chiave di lettura. Una delle poche possibili considerando l’inarrivabile livello della mitica "passerotto" (piaf traduzione in argot di passerotto, come veniva chiamata per la sua esile figura). 



Non solo per gli arrangiamenti di Danilo Boggini, ben interpretati dai Môme, lui stesso alla fisarmonica, Val Bonetti alla chitarra, Mauro Pesenti alla batteria, Marco Ricci al contrabbasso. Ma soprattutto da Beatrice Zanolini, voce solista. Che è riuscita a intonare le canzoni più iconiche della Piaf, senza da mai sollecitare un confronto, pur mettendo tutta l’enfasi possibile e coinvolgendo il pubblico. Con vere punte di entusiasmo per Milord, La vie en rose e Non, je ne regrette rien, cantata dopo gli applausi finali, come un bis riassuntivo.  Da parte di Zanolini nessun commento autoriferito, per quanto riguarda la sua interpretazione in jazz, ma piccoli ripetuti accenni-omaggio all’inarrivabilità della Piaf. Il tutto in una forma colloquiale, simpatica, mai recitata. Con lo stesso calore il ricordo, fuori programma, di Ornella Vanoni, con una canzone di Vinicius de Moraes.   I Môme sono di nuovo questa sera sul palcoscenico del Teatro Gerolamo con Marilyn in jazz.     

venerdì 21 novembre 2025

STRANI MONDI

Un’eccezionale varietà di opere con svariati presupposti, contenuti diversissimi e, soprattutto, una pluralità di significati. Questo è ciò che si percepisce immediatamente nella mostra Gillo Dorfles. Ibridi e personaggi alla Paula Seegy Gallery di Via San Maurilio a Milano. A cura di Martina Corgnati, propone una selezione di lavori realizzati da Dorfles dal 1946 al 2013 e indicativi delle tappe della sua carriera artistica. 




La varietà non è tanto nelle tecniche diverse usate che vanno dalla ceramica alla matita, dalla tempera agli acrilici, quanto nei soggetti (ibridi e personaggi ma non solo) e nel modo di ”raccontarli”. Anche se qualcuno sostiene che le opere non dovrebbero avere un titolo, quelli di Dorfles, non indicati per molte, sono invece fondamentali, imprescindibili per alcune, e intrisi di umorismo. Come Il regno vegetale per l’acrilico su tela in un inaspettato azzurro con cenni, forse, di vegetazione. 0 il ritratto dissacrante di Freud messo a nudo e in cui niente del suo corpo è a posto.  S’intitola Il fustigatore l’acrilico dell’uomo con una frusta in mano e intorno animali o umani. Qui le tinte allegre sembrano voler ridicolizzare il personaggio nella sua inutile, retorica cattiveria (foto in alto). Senza titolo, perché lasciato all’immaginazione di chi guarda, il disegno con l’esile creatura futuribile (in basso a destra). Non poteva mancare l’acrilico su cartone di Vitriol, personaggio esoterico, e un po’ horror, inventato da Dorfles e in cui l’artista si rispecchiava. Il suo nome è l’acronimo di “visita l’interno della terra…troverai la pietra nascosta” in latino. Senza titolo le ciotole e i piatti in ceramica dove l’informale e il colore prevalgono su piccoli elementi realistici. Senza titolo anche il grande vaso-scultura in vetroresina (148x78 cm), che suggerisce le più svariate interpretazioni (in basso a sinistra).  E che nella versione piccola (29 cm di altezza), in terracotta, s’intitola Africa. Puntando sul colore. Inaugurata ieri, la mostra chiude il 31 gennaio.  

mercoledì 19 novembre 2025

LIBERTA' VO CERCANDO

Un modo insolito di parlare di un tema affrontato da una miriade di punti di vista, come la libertà. E’ quello di Paolo Nori scrittore, traduttore dal russo, voce originale della scena letteraria e teatrale italiana, nello spettacolo La Libertà.Primo Episodio da ieri al 20 novembre al Teatro Menotti di Milano. 




Nonostante inizi il suo monologo citando colossi della letteratura russa tra cui, sconosciuti ai più, Daniil Charms (S.Pietroburgo 1905-1942)e Iosif Brodskij (S.Pietroburgo 1940-New York 1996), non fa cadere dall’alto le loro affermazioni. Anzi fa emergere i loro dubbi sulla difficoltà di trovare delle risposte, legandole anche a quel concetto di libertà espresso nello stornello dell’anarchico Pietro Gori, autore di Lugano Bella: “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà”. Il tutto collegandolo a ricordi personali, aneddoti, frasi sentite in giovinezza e non solo nella sua Parma. Per arrivare, ma senza alcuna presunzione, alla conclusione che la libertà scorre sul filo della relazione tra noi e chi ci governa.  Sempre con un tono piacevolmente colloquiale che fa riflettere ma anche sorridere, addirittura ridere talvolta. Perfettamente studiate, e sulla stessa linea, le musiche composte e suonate da Alessandro Nidi, oltre che da Andrea Coruzzi e Filippo Nidi e dallo stesso Paolo Nori alla tromba.   Dal 21 al 23 novembre Nori è di nuovo sul palcoscenico del Teatro Menotti con La Disperazione. Secondo episodio. Sempre una tappa di quel percorso, questa volta più intimo, puntato sui momenti difficili personali e sulla speranza, “un ciarlatano che non smette di imbrogliarci…io ho cominciato a star bene solo quando l’ho persa”.  


sabato 15 novembre 2025

VIVA CENERENTOLA !

E’ una delle rare occasioni in cui si può dire che il teatro, inteso come palcoscenico, è davvero insostituibile. Nessun filmato o video potrebbe dare quelle sensazioni e infondere una tale massiccia dose di buon umore come Cenerentola dei Chicos Mambo in prima milanese al Teatro Menotti, purtroppo solo fino a domani. Ideata e coregrafata da Philippe Lafeuille, artista ecclettico e multidisciplinare con interpretazioni in balletti accanto a Madonna e Nurejev, porta sulla scena, come dice la locandina, una versione ecologica della celebre fiaba di Charles Perrault






Non aspettatevi graziose biondine, eleganti principi vestiti d’azzurro, zucche-carrozze, topini trasformati in cavalli e neanche una scalinata su cui perdere una scarpetta. Ma sacchi di plastica nera, alcuni vuoti, altri da cui sbuca a sorpresa qualcuno, bottiglie di plastica accatastate o a formare cappelli, bottiglioni grandi da impilare e poi sei straordinari ballerini, tutti uomini in tutine da intimo. Per un’ora si muovono in acrobatiche evoluzioni, leggeri come foglie al vento, anche su una bici a una sola ruota. Diventando di volta in volta la perfida matrigna con gonnellona e turbante di sacchi neri, le sorellastre legate da una corda di plastica, Cenerentola con uno straccio da lavare che funge da capelli, il Principe Azzurro, che di azzurro non ha niente, anzi porta un vistoso cappello fatto di bottiglie, ovviamente di plastica, rosse. Il tutto sempre accompagnato dalla musica suadente del balletto Cenerentola di Prokofiev. I riferimenti alla fiaba sono spesso lontani, indecifrabili, ogni tanto invece vicinissimi come la ricerca del piedino per la minuscola scarpetta, che per l’occasione è un sacchetto di plastica, in cui uomini maldestri cercano di infilare, senza successo, i loro piedoni. L’ironia è il vero filo conduttore, sempre giocata con eleganza, senza mai neanche un lampo di grezza comicità. Frequenti, invece, i momenti poetici non assolutamente in contrasto. Come la pioggia di pezzetti di plastica nella scena finale o il mantello di Cenerentola anch’esso fatto di plastica variopinta, trascinato a formare un tappeto. 


mercoledì 12 novembre 2025

100% LINO

Si chiama Lino, non se ne conosce il cognome. Non alto, anzi decisamente basso ma con un fisico atletico. Bruno, brizzolato, emana un fascino di cui è visibilmente conscio. Sempre elegantissimo, specie in inverno quando indossa morbidi pullover e trench in tweed di marca inglese che alterna a piumoni in colori insoliti, per le occasioni informali. 




Si accompagna a Ifa, una bella irlandese, alta e molto chic, con qualche anno più di lui, tanto che i maligni insinuano che lui sia il suo toy boy o addirittura il suo badante. C’è chi dice che sia stata una modella, chi un’atleta con un passato olimpionico. Lino non parla mai di sé, né di quello che fa, non partecipa alle conversazioni di gruppo, ma è sempre attento a ciò che succede intorno. Qualcuno, dato l’alto tenore di vita e certi atteggiamenti da boss non sufficientemente nascosti, propende per una sua appartenenza alla mafia messicana. Una tesi avvalorata dal fatto che da qualche tempo, oltre l'irlandese, lo accompagna una biondina graziosa di nome Marilyn.  La presenta come sua figlia, ma tranne la bassa statura non ha niente in comune con lei. Per questo si pensa che gestisca un giro di alto livello di escort minorenni. Confermato, in parte,  dal fatto che frequenta ambienti di giovanissime, anche di buona famiglia, sensibili  ai suoi modi da seduttore e quindi facili prede da coinvolgere. A differenza dei suoi simili, nell’area cani non gioca mai con la pallina, ma da vero macho è sempre pronto a intervenire in caso di rissa per difendere “le sue femmine”, chihuahua e non. 

domenica 9 novembre 2025

SHAKESPEARE IN LAUGH

Mobbing Dick al Teatro Gerolamo di Milano è uno spettacolo che affronta, con tutte le migliori intenzioni e una comicità acuta e intelligente, come annuncia il titolo, il tema del mobbing sulle donne nel mondo dello spettacolo. Eppure non riesce ad avere la consistenza che potrebbe meritare. Nonostante l’eccezionale bravura di Caroline Pagani.

     


 

Autrice, attrice, oltre che regista e cantante, Pagani ha vinto vari premi tra cui quest’anno il Premio Tenco come Miglior Album a Progetto sull’opera del fratello Herbert, cantautore e artista morto nel 1988 a 44 anni. Sola in scena, con ogni tanto la voce fuori campo di Davide Livermore nella parte del regista, ricattante e abusante, balla, canta, parla, si dispera, ride.  Diventa irresistibilmente comica e un attimo dopo seria, impegnata, fino a fare tenerezza. Interpreta un’attrice in un’audizione che si propone con vari personaggi shakesperiani dai più noti come Cleopatra, Giulietta, Lucrezia, Titania del Sogno di una notte di mezza estate ai meno conosciuti come Isabella di Misura Misura, commedia oscura del Bardo. Passa da un’eroina all’altra cambiando d’abito velocissima, senza mai far perdere il ritmo. Ogni tanto ritorna se stessa, l’attrice smarrita che invano cerca di sapere cosa deve fare per accontentare l’odioso regista, che cerca solo un fine in questo incontro.  Perfette le "mises" dei vari personaggi, alcune da burlesque con nudità varie, ma mai volgari. Ottima la scenografia con il grande letto con coperta rossa e baldacchino e un paravento traforato dietro cui l’attrice si cambia. Per quanto evidenziato non riesce totalmente a convincere il raffronto tra la forma di abuso di cui è vittima l’attrice e la violenza subita dall’eroina shakesperiana. La comicità è forte, ben studiata, calibrata, ma forse il grottesco prevale troppo. Questa sera Caroline Pagani è di nuovo sulla scena al Teatro Gerolamo con Luxuriàs, ispirato a Francesca da Rimini  sul  tema del femminicidio.  

venerdì 7 novembre 2025

VIA SULL' ASTRONAVE

In un primo momento può sembrare un controsenso “parlare” di protoni, spazi siderali, intelligenza artificiale, utilizzando un materiale antico come l’argilla.  Eppure l’incontro dei due mondi è perfetto nell’interpretazione artistica di Albi, al secolo Alberto Pessani, da vedere nella mostra Argille astrofisiche alla Galleria MZ di Milano, fino al 10 novembre. Non tanto per la lavorazione, solo apparentemente primitiva, e la scelta dei colori e degli accostamenti forti e intriganti. 




Vero responsabile dell’accordo il filtro dell’ironia che scherma tutte le opere. Ben evidenziato nelle frasi sui cartellini che accompagnano ogni pezzo e nella frase-spiegazione di Albi: “Perché l’astrofisica? Visto che non ho capito quasi nulla della fisica mi proietto su una astronave che a velocità pazzesca sfiorerà i misteri astrali”. Il percorso-racconto inizia sul perché di quell’acqua che ha permesso la vita, di quel campo magnetico che ci difende, del macigno che, caduto nell’attuale Golfo del Messico 65 milioni di anni fa, ha causato la sparizione dei dinosauri e di conseguenza ha favorito la vita dei piccoli mammiferi (uomo compreso). Una piastrella tonda con i menhir e un raggio di sole accennano a Stonehenge, un’altra con un nudo di donna rivela come gli antichi egizi consideravano l’universo. Si arriva quindi a Galileo che con un cannocchiale fonda la nuova scienza. Inevitabile, ma non scontato, il cenno all’intelligenza artificiale. Girando una corona si può cercare di capire se salverà il mondo.  Dalla fisica quantistica, in un uovo da aprire, all’esopianeta con gli alieni di altri pianeti che trasmettono le onde sulle terra. Un microscopio e un cannocchiale pendono dagli occhi di una testa, mix di Max Planck, iniziatore della fisica quantistica, e Albert Einstein. In una ciabatta appuntita, un uomo seduto come Il Pensatore di Rodin, è depresso per essersi reso conto di conoscere solo il 10% dell’Universo. Il racconto o meglio il viaggio sull’astronave termina con le galassie, i pulsar, stelle di neutroni, e le nebulose che creano una fittissima nebbia. Cosa fare? “...procuriamoci pane, salame, formaggio e vino e brindiamo assieme perché in definitiva a noi ce piace de magnà e beve!”. Questa volta l’ironia diventa risata smaccata e liberatoria.  


giovedì 6 novembre 2025

COS'E' UN BACIO?

Una storia tristissima che ti colpisce, ti commuove nel profondo.  Allo stesso tempo uno spettacolo che ti prende e ti entusiasma.  Questo è Un bès-Antonio Ligabue al Teatro Menotti di Milano fino al 9 novembre.  Solo una delle tante tappe del pluripremiato lavoro che Mario Perrotta porta in giro da tre anni, su cui ha realizzato anche un emozionante docufilm.  


 


Solo sulla scena l’autore e attore interpreta il pittore nella sua drammatica solitudine, in una vita al margine, da scemo del paese o in manicomio. Sempre alla ricerca di una dimostrazione di affetto, anche piccola. Di un "bès", un bacio appunto, che tutti gli rifiutano. A cominciare dalla mamma adottiva che lui adora.  La sua mamma naturale l’ha solo messo al mondo e poi è stata uccisa, forse da quell’uomo che ha sposato di cui il povero Antonio, o meglio Toni, non ha voluto accettare il cognome Laccabue e l’ha scambiato in Ligabue. Perrotta-Ligabue urla, strepita, ride, piange, sempre concitato. Intorno a lui, unica scenografia, grandi pannelli con fogli di carta. Ed è su questi che completa e rende ancora più viva la sua narrazione. Con un carboncino parte da un punto nero che diventa a poco a poco un volto, quello della madre sempre presente, un paesaggio, un particolare, tratti di uccelli. Il racconto così diventa più definito e nello stesso tempo prende più l’apparenza di un sogno, di un pensiero, che con lo strappare del foglio scompare. I fogli vengono gettati in platea e Perrotta alla fine dello spettacolo dirà che sono a disposizione del pubblico. Straordinaria la capacità dell’attore di comunicare il dolore profondo di non riuscire a farsi capire del pittore, costretto ad elemosinare quel "bacio", un semplice bacio che per molti è solo un punto di partenza, per lui è tutto. Notevole anche il suo non eccedere nell’inscenare la pazzia, senza però toglierne quel lato inquietante che, probabilmente, allontanava la gente.   

mercoledì 5 novembre 2025

PAROLE PAROLE PAROLE

E’possibile riuscire a parlare, anzi a dissertare su un vocabolo per dieci minuti, senza tirare in ballo spiegazioni linguistiche, parallelismi culturali, ma sorprendendo e divertendo, senza l’ausilio di nessun effetto facile? Per Flavio Oreglio sul palcoscenico del Teatro della Cooperativa di Milano con Varie ed eventuali. Pensieri sparsi e note a piè sospinto è possibile, anzi si è rivelato un successo.  



Il titolo dello spettacolo con quel "piè sospinto" fa pensare a qualcosa di surreale. Che non è. Il monologo di Oreglio parte da "varie ed eventuali", che come spiega, sono quasi sempre presenti in verbali, comunicati, documenti di riunioni, e che apparentemente marginali possono diventare prioritari o addirittura “mine vaganti”.  Ed ecco considerazioni su parole, espressioni ricorrenti, luoghi comuni. Irresistibile la riflessione sull’uso dei numeri in svariate frasi fatte. Il quattro, il due e l’uno, nella formula "numero uno", sono i protagonisti. O quella su certe parole che riescono ad assumere nei modi di dire concetti diametralmente opposti.  Musicista, cantautore con al suo attivo otto album di canzoni e una grande passione per jazz e ragtime, Oreglio ogni tanto interrompe la lettura sul leggio e la riprende cantando e suonando un piano elettrico, con l’accompagnamento dell’amico chitarrista Marco Guzzetti. La satira continua coinvolgendo, spesso e volentieri, i battimani del pubblico, con cui il dialogo è sempre diretto. Il ritmo è continuo, incalzante, senza pause o rallentamenti. Gli applausi sono a scena aperta e la comicità intelligente è sempre in primo piano, sostenuta da un attento studio del mondo intorno e da una cultura ben radicata, ma mai esibita. Varie ed eventuali.  Pensieri sparsi e note a piè sospinto, in prima nazionale a Milano da ieri, è in scena al Teatro della Cooperativa fino a domenica 9 novembre. Da non mancare.

mercoledì 29 ottobre 2025

SPAZIO PADRONE

Sembra un’ovvietà, eppure nessuno lo fa rimarcare. La scultura deve vivere nella presenza dello spazio.  Deve dialogare con ciò che le sta intorno. Un concetto interessante che è emerso nell’incontro di ieri alla Paula Seegy Gallery di Milano. A farlo notare è stata Maria Cristina Carlini artista, ma soprattutto scultrice. Di cui sono esposte in galleria, dal 25 settembre all’8 novembre, alcune opere.





Motivo dell’incontro estemporaneo la presentazione dei suoi "tirage de luxe" con il critico e curatore Matteo Galbiati. Si tratta di quaderni con le foto delle opere in mostra e in fondo una piccola opera in tiratura limitata di 20 esemplari, realizzata a tecnica mista con interventi in oro, che può essere lasciata nel catalogo o incorniciata e appesa. Un’occasione per dialogare con l’artista sulla sua attività e sulla mostra in corso Maria Cristina Carlini. Material, Composition, Architecture. Ed è per questo che rispondendo alle domande di Galbiati, che ha definito dedizione, vocazione e tenacia le caratteristiche del suo lavoro, Carlini ha parlato del dialogo con la materia. “La scultura vive la difficoltà della materia”, “Lo scultore deve pensare alla terza dimensione”. Ha quindi parlato dell’obbligo per l’artista di rispettare e assecondare la materia, la terra in particolare che è viva. Ma anche la ceramica con cui Carlini ha iniziato il suo percorso artistico. “Si deve tenere conto di quattro elementi che sono l’acqua, il fuoco, l’aria, la terra”. Interessante venire a sapere come la materia possa condizionare ma anche guidare l’artista. “L’ispirazione non so casa sia” ha detto. Una frase davvero apprezzabile in un’artista del suo livello, soprattutto in un mondo dove sembra che non si possa disegnare neanche una scarpa o una T-shirt senza l’ispirazione con la I maiuscola.  L'artista ha quindi parlato dello spazio che agisce sulla scultura, mettendo in evidenza come sia impegnativo quando non si conosce il luogo dove la scultura sarà collocata, indipendentemente dalle sue dimensioni. Una serie di concetti e commenti che contribuiscono ad apprezzare maggiormente le opere. Dalle sperimentazioni con materiali diversi, come corteccia, legno, cartone, ai paesaggi dell’anima Omaggio a Kiefer, alle immaginarie architetture.

martedì 28 ottobre 2025

PROFESSIONE CRITIC0

Non capita di frequente vedere una mostra sull’attività di un critico d’arte. Sembra quasi un paradosso. Certo può interessare gli addetti ai lavori, studenti e docenti d’arte, critici stessi e artisti.  Ma si ha qualche dubbio sul fatto che possa essere attraente per un visitatore comune. E invece Enrico Crispolti. La critica in atto al Museo del Novecento di Milano, dal 24 ottobre, non solo incuriosisce e stimola un pubblico vario e non specializzato, ma è l’inizio di un ciclo espositivo che il museo dedica a critici, curatori e storici dell’arte “che hanno contribuito a orientare letture, linguaggi e correnti dell’arte contemporanea”. 




Curata da Luca Pietro Nicoletti in collaborazione con l’Archivio Crispolti, attraverso libri, foto, scritti, critiche su giornali e riviste, ricostruisce un periodo artistico che va dai primi del 900 fino al 2018, anno della morte di Crispolti. Un archivio che non è solo di conservazione ma di divulgazione e quindi attivo. Il percorso espositivo si divide in sezioni che più che seguire una cronologia seguono dei temi. La prima parte dal 1951 e racconta il critico giovanissimo (era nato nel 1933, al centro Crispolti nel 1975) e la sua formazione universitaria alla Sapienza di Roma, prosegue con i suoi studi su vari artisti contemporanei, l’interesse per la Pop Art e il tema dell’arte nello spazio. Una seconda sezione vede Crispolti docente universitario, prima a Salerno poi a Siena, la sua partecipazione alla Biennale di Venezia per tre edizioni, le retrospettive dedicate a Burri, Cagli, Fontana e Magritte che lui vede come un precursore della Pop Art. Con il tema Volterra ’73 prende forma l’interesse sociale e politico, con studi sul rapporto tra arte, spazio urbano, lavoro. Una sezione documenta il suo impegno di curatore per tre anni per la Biennale di Venezia, l’interesse per l’arte ambientale e la grafica, per cui progetta cataloghi, libri, manifesti. Fino ad arrivare alla mostra sul futuro alla Mole Antonelliana di Torino del 1980, "che prelude alle mostre immersive contemporanee" (foto in basso). Ad accompagnare il visitatore registrazioni audio, libri digitalizzati, filmati storici accessibili tramite QR code. Di Silvana Editoriale il catalogo che raccoglie saggi, documenti e fotografie. La mostra, davvero incuriosente e piena di stimoli grazie anche a un coinvolgente allestimento, chiude l’11 gennaio.     

lunedì 27 ottobre 2025

SOGNI? DESIDERI? REALTA'

 “I sogni son desideri…” è scritto tra i bozzetti di Gaia Lucchini esposti al FLA FlavioLucchini Art Museum di Milano. Nel mitico film d’animazione di Walt Disney era l’esortazione di Cenerentola agli amati animali di non smettere mai di sognare. Perché a volte i sogni si avverano. Così è stato per Gaia e la prova è da vedere nella piccola mostra, aperta fino al 23 dicembre, in una delle sale dell’enorme museo ricavato nel rifugio antiaereo dell’ex fabbrica ora Superstudio Più, dove sono esposti più di 700 lavori di Flavio Lucchini, art director e creatore di Amica, Vogue Italia, Donna ecc. 





Sono tre abiti originali e disegni di abiti, di cui svariati utilizzati per spettacoli teatrali. Soprattutto i bozzetti, nella loro varietà, tracciano bene la figura di Gaia, figlia d’arte al 100% (Il padre è Flavio Lucchini, la madre è Gisella Borioli, giornalista pluridirettore e insieme fondatori dei quattro Superstudio) ma soprattutto il suo talento e la sua variegata formazione.  Appassionata di ballo e ballerina lei stessa, dopo gli studi di danza e coreutica contemporanea tra Milano e Parigi, prosegue con studi d’arte a Providence e di fashion design a New York. Da anni vive a Dubai, dove con il suo brand Miss Gaja crea i costumi dei musical più famosi in scena all’American School of Dubai. Ma anche abiti "da sogno" per balli importanti. Come i due esposti, uno nero, l’altro bianco. Tra i bozzetti, tutti indossati, i pezzi più evocativi, appena usciti da una fiaba non ancora raccontata. Come quelli con frange che ricordano la leggerezza trasparente della medusa, o  l’abito veramente da sirena, piuttosto che un ondeggiare di fasce bianche e nere intorno a un lungo tubino per una “zebra couture”. Ma anche “a sorpresa “il classico abito scuro maschile.

sabato 25 ottobre 2025

CREATIVITA' IN DIALOGO

 Si è aperta oggi, al Museo del Tessuto di Prato, Azzedine Alaïa e Cristòbal Balenciaga. Scultori della forma. Cosa accomuna questi due grandi couturier, oltre la capacità di scolpire il tessuto e quindi il corpo femminile, come dice il titolo? Molto di più. Entrambi stranieri, uno tunisino, l’altro spagnolo, hanno iniziato la loro attività a Parigi diventando vere icone della moda francese. Tanto che Hubert de Givenchy li considerava i talenti che meglio hanno segnato la storia della moda, mettendo insieme tecnica e arte. E la mostra nasce dal suo desiderio di riunirli in un’unica esposizione. Che arriva al Museo del Tessuto in occasione del suo cinquantesimo anniversario. Una collaborazione della Fondazione del museo con la Fondazione Azzedine Alaïa di Parigi, presieduta da Carla Sozzani, e i Balenciaga Archives di Parigi. Con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia e curata da Olivier Saillard, storico della moda e designer. 





L’allestimento mette ben in risalto la creatività dei due couturier, il loro aver anticipato i tempi, ma soprattutto la capacità di valorizzare il corpo femminile.  Per quanto sia ben evidenziato lo studio dei tessuti e le tecniche sartoriali, la mostra non è solo per addetti ai lavori, ma riesce ad avere un taglio quasi spettacolare. A cominciare dalla prima stanza con un fasciante abito di Alaïa e un lungo da sera Haute Couture di Balenciaga al centro e, sulle pareti, dodici disegni originali di Balenciaga, per la prima volta in Italia, alcuni con le foto dei capi indossati, e un video di Alaïa nel suo atélier (foto sopra). Quindi il percorso, non cronologico, continua con tre sezioni, dove si affiancano le creazioni dei due.  Nella prima Atélier Tailleur capi più strutturati come abiti-redingote, giacche, tailleur, dove velluto e tessuti jacquard sono protagonisti. Nella seconda, Atélier Flou ci sono gli abiti da cocktail, da gran sera, ma anche da giorno. Taffetà, raso, e il famoso "gazar", rigido ma non troppo, sono in primo piano come drappeggi e scolli particolari. Terzo settore Spagna, dove i capi strizzano l’occhio al flamenco e ai toreador, e merletto “guipure” e pizzi Chantilly si sposano con pelle ricamata, traforata, impreziosita da perline e strass. Per arrivare alla mostra, passaggio obbligato e piacevolissimo nelle sale dell’esposizione permanente del Museo, molto ben organizzata, con una notevole e interessante collezione-spiegazione sugli "stracci riciclati" per diventare filati. Consigliato, anzi obbligatorio, uno sguardo al cortile con la grande vasca-fontana dove venivano lavati gli stracci e allo shop fornitissimo di libri e di oggetti intriganti. La mostra chiude il 3 maggio 2026.    

martedì 21 ottobre 2025

FOTO SPONTANEE DEL REGNO ANIMALE

Animal Kingdom Candids s’intitola la mostra fotografica con asta, il 30 ottobre al 3° piano della Throckmorton Fine Art di New York.  I soggetti sono animali di ogni tipo, anche se il weimaraner di Wegman sulla locandina potrebbe far pensare a una limitazione a quelli domestici e addomesticabili.  Ma non è la particolarità dell’evento. Lo è la sua finalità e la storia che ha dietro. E’ infatti organizzato da una fondazione che si prende cura degli animali nell’isola greca di Amorgos. A cui è devoluto il ricavato dell’asta oltre il ticket d’ingresso di 25 dollari.



    
 
                                                                                   
 

La sua origine data agli anni 80, quando una psicanalista italiana, che vive a New York, in navigazione nelle Cicladi con il marito, per un guasto del traghetto fu costretta a sbarcare su un’isola, bellissima e senza turismo, appunto Amorgos. In giro vide cani, gatti, cavalli in condizioni disastrose e nessuno che potesse curarli. Da quel momento iniziò una raccolta fondi per far andare due volte la settimana un veterinario sull’isola.  Incominciò a costruire rifugi fino a creare una fondazione di cui l’asta è una delle forme di finanziamento. Le foto in mostra, dove il fil rouge del curioso e dell’humour sono dominanti, sono di importanti fotografi, per la maggior parte americani, tra cui William Wegman, noto per i suoi straordinari scatti con i weimaraner, conosciuti anche come cani grigi di Saint Louis. Tra i non americani, l'italiana  Giovanna Dal Magro, ritrattista e fotografa d’arte, architettura, viaggi, grande appassionata di animali, capace di dialogare con tigri e leoni, come con cani o gatti. Sue un pavone con la ruota filtrata dalla luce, un cigno simile a una porcellana, un tenero levriero tra le statuette di monaci indiani e un pitbull dietro le sbarre, che Dal Magro assicura essere stato dolce e disponibile, a dispetto della fama della sua razza. 

venerdì 17 ottobre 2025

QUEL FATIDICO QUARTO D'ORA

E’ così piacevole, ben studiato, interessante, pieno di spunti il Vitra Design Museum di Basilea, che qualsiasi mostra è un’occasione da prendere al volo per visitarlo. Non è così per Catwalk: The art of the Fashion Show, da ieri fino al 15 febbraio. Perché sarebbe un’attrazione in qualsiasi location. Non solo per l’unicità, dato che parla di moda, non riferendosi a uno stilista o a una maison, come varie mostre in giro. Ma perché parla della sfilata e della sua storia come fenomeno di costume: "quindici minuti di cui le immagini fanno il giro del mondo". Mettendo in evidenza le connessioni nel tempo con l’arte, la musica, lo spettacolo, l’architettura. 






Il percorso espositivo si snoda in diversi saloni. S’incomincia dagli inizi del 900, con foto di Charles Frederick Worth che per primo ha mostrato alle sue clienti i capi indossati da modelle e non su manichini. O di Gabrielle Chanel che faceva scendere da una scala con specchi le indossatrici, "embrione" di una sfilata. O le bambole vestite di tutto punto in fil di ferro o quelle più realistiche dell’archivio di Balenciaga. Si prosegue con le prime sfilate dagli anni 50 in poi. A Parigi si sfila al Café de Flore o alla Brasserie Lipp. Accanto all’alta moda arriva il prêt-à porter. Kenzo trasforma le sfilate in feste, dove le modelle si muovono a ritmo di musica. Per Missoni una piscina di Milano diventa passerella. Fino ad arrivare alle top model con le quattro bellissime di Versace e alla sfilata spettacolo con folto pubblico, musica, applausi. Foto, ma soprattutto video e gli abiti sui manichini ricordano i casi più clamorosi.  Alexander Mac Queen fa dipingere un abito sulla modella da due robot (foto in basso). Chanel trasforma il Grand Palais in un supermercato o nella pista di lancio di un'astronave (foto in alto). Le location sono sempre più ricercate e a sorpresa. Un parcheggio e un ospedale in disuso per Martin Margiela, intorno alla Fontana di Trevi per Fendi. Alessandro Michele per Gucci ripropone il Cyborg Manifesto in una finta sala operatoria con la modella che in mano tiene la propria testa, riportata anche in manichino (foto al centro). Louis Vuitton costruisce un’incredibile passerella nel cortile del Louvre (foto al centro). La creatività è dappertutto, persino negli inviti di cui molti esposti. Non si arresta neppure con la pandemia. Ed ecco nella quarta sala la collezione in miniatura di Dior in una casa di bambole. O un video in cui Balenciaga fa scendere in passerella i suoi capi sui Simpsons. Prada fa sfilare l’uomo in ambienti rivestiti di tessuti di vario tipo e colore, poi dati alle scuole di moda per i saggi degli studenti. Tutto questo si ritrova nel catalogo, trattato come un vocabolario con le parole chiave delle sfilate. Da Azzedine Alaya e Backstage a Yves Saint Laurent e Zenith (sala di concerto alla Villette di Parigi dove Thierry Mugler ha sfilato varie volte), passando per Front Row, dove non poteva mancare la foto della "dea della prima fila" Anna Wintour (Il diavolo che veste Prada, direttore di Vogue America), Set Design e Mary Quant.

martedì 14 ottobre 2025

UN RACCONTO FATTO AD ARTE

Si chiama Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo, la mostra che si apre il 16 ottobre nel settecentesco Palazzo Citterio di Milano. Un titolo perfetto per presentare le opere di un’artista che ha lavorato con tutti i linguaggi possibili, confrontandoli, affiancandoli, mixandoli. Nata nel 1900 e morta nel 1981, Lazzari ha attraversato quasi l’intero secolo “lasciando un segno profondo e inconfondibile”.  Non a caso è stata l’unica donna inclusa nella mostra Kandinsky e l’avventura astratta alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia del 2003.   




Conosciuta forse più all’estero che in Italia, delle oltre 110 sue opere esposte svariate provengono dalla Phillips Collectiondal National Museum Women di Washington e dal Salamon R.Guggenheim Museum di New York. Femminista, "di un femminismo non di prassi ma concreto, lontano dal clamore del femminismo di strada" come ha detto Renato Miracco, che ha curato magistralmente la retrospettiva. La mostra mette ben in evidenza i passaggi dell’artista dall’arte, nei suoi vari linguaggi, fino all’arte applicata. Dalla tempera alla matita su tempera, fino al mosaico (foto al centro), moltissime le tecniche usate. Lo studio della materia è stato per Lazzari importantissimo e molti quadri lo rivelano.  Per mantenersi ha lavorato come artigiana disegnando stoffe al telaio, vetri, decorazioni di ambienti, borse. Giò Ponti le affidò la realizzazione dei tessuti per i suoi arredamenti. Ha decorato gli interni del transatlantico Raffaello. Anche la musica entra nelle sue opere. Con studi al Conservatorio di Venezia, era ossessionata dal bianco e nero dei tasti del pianoforte. E anche le partiture fanno parte di una serie di quadri che chiama Colonna sonora. Ma non sono titoli, sono solo dei nomi per "catalogare" lavori che utilizzano la stessa tecnica. Interessante ed evidente, come ha fatto notare Miracco, la circolarità della sua arte. Nelle opere degli ultimi anni si ritrovano gli stessi spunti ed elementi di quelle degli anni Venti. In un autoritratto o in una natura morta si individuano linee di riferimento uguali a quelle della pittura astratta. Notevole la ricerca dei colori, perfino nelle opere degli ultimi tempi, realizzate quando la malattia l’aveva resa cieca.  La mostra, che chiude il 7 gennaio, è al primo piano, da dove è possibile vedere  Fiumana di Pelizza da Volpedo, studio del più noto Quarto Stato, in un confronto a sorpresa con un’opera astratta di Bice Lazzari negli stessi colori.  Una piccola, ma ulteriore prova di un allestimento d’eccezione.

domenica 12 ottobre 2025

AMORE HORROR

Per quanto il tema della violenza contro le donne sia affrontato spesso con eventi e manifestazioni (il 25 novembre si celebra la giornata internazionale della donna),i casi di stupri, violenze,  uccisioni, nelle strade e in famiglia, continuano a riempire le cronache. E’ quindi giustissimo, anzi doveroso parlarne. Il teatro in questo gioca un ruolo importante. Ne è un ottimo esempio Amori Rubati, uno spettacolo "modulabile", la cui sesta edizione è andata in scena l’11 e il 12 ottobre al Teatro Gerolamo di Milano.  



E’ tratto dalla raccolta di racconti L’amore rubato di Dacia Maraini, da lei stessa adattati per il palcoscenico. Si compone di due monologhi diretti e interpretati da Viola Graziosi (foto in basso)e da Federica Di Martino, che ne ha curato anche il progetto. Il primo monologo, dal racconto Cronaca di una violenza di gruppo s’intitola Francesca, tredicenne protagonista di una storia realmente accaduta. In scena Federica Di Martino che, cambiando solo il cappello, diventa di volta in volta il prete che trova la ragazzina sanguinante sulla strada, due degli stupratori suoi compagni di scuola, il preside che, nuovo Ponzio Pilato, preferisce ignorare la cosa, e il padre forse la figura più commuovente nella sua incapacità di dare un senso alla cosa. Tutti, anche chi mente come i ragazzini, contribuiscono a tracciare il ritratto della vittima, creatura fragile, rovinata per sempre, nel suo inguaribile dolore. Nel secondo monologo da Anna e il moro, Viola Graziosi è una bella donna in abito elegante che dialoga con la figlia, appunto Anna, all’inizio esultante per aver coronato il sogno di diventare attrice. Non la si vede ma si sente il suo entusiasmo, come quando poco dopo racconta di avere trovato l’amore della sua vita, appunto il moro, un cantante rock di successo più grande di lei. La mamma ha subito dei dubbi, confermati quando viene a conoscerlo, educato, gentile, ma sfuggente e distaccato. Cerca inutilmente di mettere in guardia la figlia, “troppo innamorata” per darle ascolto. Incominciano così i maltrattamenti, dapprima mascherati come risultato di cadute, poi sempre più forti fino ad arrivare al coma e alla morte.  Anche questa ispirata a una storia vera accaduta a Parigi. Bravissime le attrici a far rivivere con le voci, ma anche con i movimenti ben studiati, i due casi. Nessun eccesso, nessun compiacimento da melodramma, ma solo il racconto dei fatti. Attraverso i personaggi coinvolti per Di Martino, attraverso il ritratto della madre impossibilitata a intervenire per Graziosi.

venerdì 10 ottobre 2025

SI', VIAGGIARE

E’ uscito Poesia in viaggio. Una vita. 1959-2025 di Angelo Tondini Quarenghi, giornalista, scrittore, fotografo con un archivio di un milione di foto e ventisette pubblicazioni in Italia e all’estero: saggi, kaiku, racconti, epigrammi. 



Un libro difficile da definire. Anche se sono 600 pagine con 1200 componimenti, per la maggior parte poesie, non è una raccolta di poesie. Non si può considerare un libro di viaggio perché, anche se parla dei 171 Paesi che l’autore ha visitato in 65 anni, appunto dal 1959 al 2025, e sono suddivisi scrupolosamente per continenti con una parte iniziale dedicata all’Italia, non dà indicazioni sui luoghi. Non è certo un romanzo, perché non c’è una storia, una trama, dei personaggi. Anche se oltre all’autore ce ne sono a centinaia coinvolti direttamente, descritti, accennati, immaginati. Quello che è lo dice la copertina, non tanto le due fotografie, che comunque  raccontano il "saper vedere" di Tondini, quanto quella frase in basso “Il viaggiatore trova quello che non cerca. Il turista cerca quello che non trova”. In ogni poesia, perfino in ogni haiku, in ogni riflessione,  si racconta il mondo. Attraverso piccoli particolari, dettagli, l‘incontro  con una persona, i contrattempi, anche i commenti negativi. Si passa da un ricordo buffo a un’emozione, da una delusione alla constatazione di contrasti, da immagini di storia antica che rivivono ai controsensi in un aeroporto affollato o all’ossessione dei selfie, una delle "piaghe" dell’overtourism. Lo humour e il sentimentale, il critico e il divertito si intrecciano in un mix che, pur non essendo mai didascalico, fa venir voglia di viaggiare. In un certo modo, però. Il libro è edito da Underdog