mercoledì 14 novembre 2018

CLASSICO, ANZI ATTUALE


Ha davvero una forte presenza scenica Valentina Lodovini, sola per un'ora e mezzo sul palcoscenico del Teatro Menotti per Tutta casa letto chiesa, spettacolo sulla condizione femminile di Dario Fo e Franca Rame, del 1977. E non è per la sua bellezza. Anzi per i quattro monologhi che interpreta la bellezza potrebbe essere limitante o in qualche modo condizionarla. E invece l’attrice riesce a neutralizzarla, o meglio a servirsene con abilità per inscenare i quattro diversi tipi di donna. Arrivando con la gestualità e i movimenti a trasformarsi anche fisicamente. Per la casalinga 

belloccia e un po' oca, blindata in casa dal marito-padrone l’operazione è meno impegnativa. Richiede invece una mimica notevole per l'intellettuale, che dialoga sul sesso sia durante il rapporto con un lui immaginario, sia sul lettino della sempre immaginaria ginecologa. Come è un personaggio completamente diverso l'operaia di Risveglio, così travolta dagli incalzanti ritmi quotidiani di fabbrica-nido-bambino-casa-marito, da non realizzare che è domenica e non deve andare a lavorare. Addirittura surreale l'Alice nel paese delle meraviglie dell'ultimo episodio. Lodovini in ogni ruolo è convincente: timida e ironica, ora fa arrabbiare per la sua sottomissione ora intenerisce, è vittima rassegnata e proterva vincente, insopportabile e dolcissima, pedante e superficiale. Fa ridere e commuove. Pur calcando certi aspetti è sempre plausibile e non cade mai nel grottesco. Qualche dubbio invece sul testo, sicuramente forte, intelligente, audace e coraggioso, di grande humour, ma nonostante l’attualità dei temi trattati, un po’ datato. E i tentativi di svecchiarlo, rispetto al testo originale, sono maldestri, tanto da chiedersi se non sarebbe stato meglio lasciarlo tale e quale, come un classico. Lo spettacolo vale comunque la pena di essere visto, la regia di Sandro Mabellini è puntuale ed efficace, la scenografia essenziale ma completa. Tutta casa letto chiesa è al Teatro Menotti di Milano fino al 18 novembre, per poi proseguire la tournée. 

giovedì 8 novembre 2018

PERIMETRO A SCATTI


Il primo numero è uscito a novembre e uscirà tutti i mesi, ma definire Perimetro una rivista fotografica è riduttivo e comunque non lo definisce. Anche se le foto sono le protagoniste, non è  una rivista di fotografia. La fotografia è il mezzo per descrivere una realtà che si trova all’interno, appunto, di un perimetro, quello di Milano. “Di una Milano come non l’avete mai vista” dice la scritta in alto della testata, forse un po’ enfatica. Alla base del progetto, l’idea di comunicare una città nel suo momento d’oro, in continua trasformazione, in ebollizione, in fermento. In pieno passaggio a metropoli internazionale. Si riscontra nelle architetture, nel sorgere di nuovi quartieri, 

nelle iniziative culturali, ma anche nella molteplicità di community, nei tanti lavori inediti. Da quello che succede la notte, dalle formule di  negozi e locali che prima non c’erano, ma soprattutto  dai modi di vivere delle persone, dai loro volti. E questo è raccontato da diversi fotografi, noti, meno noti, emergenti, italiani e stranieri. Ognuno si è scelto un tema che diventa rubrica. Con un testo introduttivo. Ci sono gli adolescenti di Rickless, powerful, youth e i ritratti forti della Gente di Quarto (Oggiaro)(Foto Sha Ribeiro, in basso). C’è l’interno di un negozio particolare e della sua proprietaria americana. C’è il reportage di una festa di compleanno nel mitico Bar Basso e Archetipo con il racconto dell’inaugurazione dell’Apple Store attraverso visi e figure, anche improbabili (Foto Carlo Cozzoli, in alto). Ci sono i dettagli, le geometrie estetiche colte in un bicchiere su un tavolo, nella fiancata di un’auto, nelle colonne di un palazzo (Foto Delfino Sisto Legnani, al centro) . Ci sono i ritratti dei pugliesi di Milano, la più numerosa comunità di pugliesi dopo Bari e Foggia. E ancora le Cartoline da Milano e, a sorpresa, Suspended, un fuori perimetro con bianchi e neri di uomini e donne, con lo sguardo perso nel vuoto, che camminano per New York, Palermo, Londra… Il tutto con un’immagine di altissima qualità, ulteriormente enfatizzata dalla scelta della carta e dall’ottima stampa. Tanto che queste riviste, di cui ne vengono stampate  solo 200 copie, possono  essere raccolte per 12 mesi a comporre un libro. Per sapere dove è possibile acquistare Perimetro, vedere tutte le storie complete e iscriversi alla newsletter, il sito è: www.perimetro.eu  

mercoledì 7 novembre 2018

DOVEVO FARE IL CONTADINO




Dice così il sottotitolo della sua autobiografia Il destino. Potrebbe sembrare una frase un po’ snob, già sentita, ormai neanche più spiazzante. Ma, considerando che l’ha scritta Flavio Lucchini, ha autenticità e significato.  E non solo perché precede “ma ho incontrato la moda”, seguito da “e non sono uno stilista” fra parentesi. Rispecchia il carattere e il modo di pensare del geniale art director, nonché editore e artista. Quella sua semplicità saggia, che potrebbe apparire vaghezza, ma che rivela una grande attenzione al mondo intorno e la capacità di cogliere aspetti interessanti nelle persone, come nelle cose. A non partire da preconcetti. La copertina del 
                        libro con il disegno di una bambina, la nipote Luna, lo sintetizza ampiamente. E la sua carriera lo conferma. Si legge nei novanta capitoli, novanta come i suoi anni, e, chi non lo conosceva, ha avuto modo di riscontrarlo nelle sue parole e nelle varie testimonianze alla festa per il suo novantesimo compleanno alla Triennale di Milano, lo scorso 27 ottobre. A fare gli onori di casa il presidente della Triennale Stefano Boeri, a dialogare con Lucchini, Gisella Borioli sua moglie, giornalista e responsabile del Superstudio, Oliviero Toscani, Giovanni Gastel e vari personaggi per i quali è stato un maestro di vita oltre che il talent scout. E proprio nell’avere saputo trovare i talenti nella fotografia e nella moda e nel continuare a credere nei giovani sta molto della sua forza. Il rifiuto dello scontato e la voglia di individuare nuovi punti di vista è il filo conduttore della sua attività. Dal progetto di Amica negli anni ‘60 alla trasformazione di Novità in Vogue, alla creazione dell’Uomo Vogue con reportage inediti e coraggiosi come quello sulle Black Panthers e la cultura nera. Poi la casa editrice Edimoda, con le riviste Donna e Mondo Uomo negli anni ‘80. Un' altra maniera ancora di interpretare la fotografia di moda di cui la famosa copertina di Donna con la modella di schiena ne è l’esempio più lampante. Sempre in quegli anni la fondazione del  Superstudio 13, il primo studio italiano a fare concorrenza al parigino Pin Up, al quale nel 2000 si aggiungerà Superstudio Più. E anche le sue dolls e i suoi totem (con lui nella foto di Oliviero Toscani al centro) le sculture a cui si dedica da quando ha lasciato l’editoria, sono in qualche modo una continuazione di quel discorso. Novanta sue opere sono in mostra alla MyOwnGallery di Superstudio fino al 31 dicembre, quando  saranno battute  all’asta  per raccogliere fondi per un’iniziativa volta ad avvicinare all’arte ragazzi special needs. Mentre durante Book City, dal 16 al 18 novembre, tutti i giorni alle 16, verrà proiettato il filmato La moda in altro modo presentato nella serata-compleanno (foto in basso).

lunedì 5 novembre 2018

COM'E' BELLO FARE SALOTTO


Il Salotto  Milanese. Il nome può sembrare un po' abusato, anche banale e perfino sviante trattandosi di un luogo dove si compra e si vende. Ma quello di via Spiga  2, appunto a Milano, ha tutte le ragioni e soprattutto le qualifiche per chiamarsi con quel nome. Intanto perché è in un gradevole appartamento luminoso con grandi finestre e saloni en suite con 

comodi divani, poltrone, tavolini, al terzo piano di uno degli indirizzi più cool del Quadrilatero. E poi perché è un esperimento, o meglio un format, davvero unico.  Infatti funziona come show room e si rivolge quindi a buyers e negozi, ma nello stesso tempo si propone  come boutique dove il cliente finale può vedere i vari prodotti, provarli se sono capi di abbigliamento o accessori moda. Chiederne delle varianti nel caso di arredamento, sperimentarli se si tratta per esempio di un tavolo-computer come la D Table di Danilo Cascella. E tutto seduti su un comodo divano con rivestimento di  Rubelli, realizzato per il Salotto, ma in vendita anch'esso. Magari bevendo una tazza di té, un caffè o un aperitivo. Ovviamente la merce presentata richiede un pubblico connoisseur e soprattutto in grado di capire prodotti di un lusso sofisticato. Come i mobili realizzati da Hebanon dei fratelli Basile, piccole opere d'arte, caratterizzati e contemporanei eppure in armonia con qualsiasi arredamento. O i gioielli artigianali  punk-chic di Quinto Ego. Piuttosto che i sandali di Christian Venezia 1973, con il tacco in oro e cristallo, solidissimo pare, comunque sostituibile in caso di rottura. O gli abiti da sera alta moda di Gianni Tolentino. O le raffinate fragranze di Duke Crown. Questi sono al momento alcuni dei brand presenti, possono aumentare o cambiare. Naturalmente il cliente finale e non, per entrare nel salotto deve prendere un appuntamento e questo è anche una garanzia di essere accolto con tutte le attenzioni. Il servizio non si limita alla vendita, ma si sviluppa e si ampia in incontri, mostre, presentazioni di libri. Ora ci sono i lavori fotografici centrati sull’universo femminile di Marco Marezza, prossimamente ci saranno le foto di Giovanni Gastel,  occasioni interessanti per conoscere e farsi conoscere. 

domenica 4 novembre 2018

OLTRE LA VIDEOARTE




Da un video artista, in genere non ci si aspetta un film di 90 minuti. Anzi lo si teme. Per quanto siano assicurate  la bella fotografia e la vista ne rimanga appagata, la lunghezza  inevitabilmente smorza qualsiasi sensazione positiva. Il film di Shirin  Neshat, pur durando un'ora e mezza, non delude affatto. Anzi intriga e appassiona. Perché con  Looking for Oum  Kulthum, l'artista iraniana (da anni a New York, Leone d'argento nel 2009 a Venezia per Donne senza uomini), riesce a mettere insieme l'eleganza delle immagini dell'opera d'arte a una trama ben impostata e capace di farsi seguire. Il film racconta di una regista, Mitra che sta girando in Egitto un film su una grande cantante, appunto Oum Kulthum. Ma non è un biopic e non solo perché  Oum  è un simbolo, un'icona della possibile libertà delle donne, ma perché le scene del film si intrecciano e si alternano alla vita sul set. E soprattutto alla storia personale di Mitra che, raggiunta dalla notizia della fuga del figlio adolescente che non vedeva da anni, incomincia  a mettere in discussione le sue scelte di vita. Come la cantante, anche lei ha chiuso con i sentimenti e gli affetti per inseguire la carriera e il successo . Ma mentre  la Oum  che lei racconta non sembra averne coscienza, Mitra  si rende conto che in questo modo ha fatto male a se stessa e alle persone intorno a lei. Per questo decide di rivedere il finale del film, mettendo nel personaggio parte dei suoi dubbi. Cosa che non  piace ai produttori e che la spinge ad abbandonare il set a film quasi finito. Pochi i dialoghi, ma significativi. Molto è giocato sull'espressione dei protagonisti, ma senza gli eccessi, spesso ridicoli, dei film muti. Buoni gli attori, e benissimo selezionati. Straordinaria ovviamente la fotografia, la scelta dei colori, le inquadrature inaspettate, come quella delle donne velate in corteo, piuttosto che l'incontro immaginato di Mitra con la vera cantante in un terrazzo su orizzonti infiniti, o ancora il viso di Oum, nella finzione filmica, che sporge dal sipario rosso. Le figure, soprattutto femminili,  sono stranamente allungate, le tinte eccezionalmente vivide, le musiche improvvisamente enfatiche, in un mix perfetto per mettere insieme finzione scenica, realismo e immaginazione.