mercoledì 7 ottobre 2026

ECLETTISMO E IRONIA

Chiamarla mostra è riduttivo e neanche "rassegna personale" rende l’idea. A proposito di Nespolo. Magnifiche illusioni, da ieri al 28 gennaio 2027 alla Fondazione Pasquinelli di Milano. E non solo perché è accompagnata da una serie di incontri. Perché Ugo Nespolo è un personaggio particolare “Impetuoso interprete di una scena artistica e culturale in ebollizione , aperta a ogni possibilità”. E’ stato messo in evidenza nella presentazione di Antonello Negri, curatore della mostra, all’inaugurazione.   





L’eclettismo di Nespolo salta subito all’occhio. Il passare dalla pittura e scultura al cinema sperimentale, dalla ceramica ai libri.  Sempre legando tutto con “il filo sotterraneo di una logica precisa , in autonomia alle tendenze dominanti”. Ed è la sua capacità di transitare dagli esordi dell’Arte Povera degli anni ’60 alla sperimentazione concettuale, fino alle forme d’arte più recenti. “Il titolo Magnifiche illusioni sa di malinconia, ma l’arte è velata di malinconia in questo momento”  ha detto Nespolo. E la modernità può essere secondo lui fonte di bellezza, per questo l’artista ha sempre fatto quello che gli piaceva, “il contrario di quello che ci si aspettava". ”Solo gli stupidi non sono malinconici” una frase, apparentemente oscura, surreale, ma in realtà che spiega l’evoluzione dei suoi lavori nel tempo. Anche i titoli delle sue opere, spesso superflue nell’arte di molti artisti, nelle sue diventano parte integrante. Da Animale da nutrire a La fontana malata (in alto). Interessanti, e sempre dominati dal colore, i puzzle di acrilici su legno o i lavori su panno. In mostra anche le sue copertine dei grandi classici (al centro). Tra le sculture  i bozzetti per le scenografie di L'elisir d’amore (in basso)e di Madama Butterfly. E i video, dal 1967 al 1975-76, con Un supermaschio, durata 25 minuti, il più lungo, dall’irresistibile, sottile humour. A raccontare il gusto per la sperimentazione le più recenti opere Ubu Roi e Lest I forget. La prima, collocata sul terrazzo, è un’enorme scultura gonfiabile ispirata all’opera teatrale di Alfred Jarry, padre della Patafisica. La seconda, con varie scritte e disegni, in tecnica mista su legno, come scrive Negri, è “monumentale conclusione e al tempo stesso chiave di lettura della mostra”. Nespolo. Magnifiche illusioni, con i suoi incontri, può essere l’occasione per conoscere la Fondazione Pasquinelli, creata dall’imprenditore Francesco Pasquinelli, cultore di musica e arte, per promuovere attività di formazione e di educazione soprattutto per i giovani e gli anziani. Info:didattica@fondazionepasquinelli.org



lunedì 5 ottobre 2026

PER CAPIRE IL NOVECENTO

Il Museo del Novecento di Milano continua con le mostre sui lavori dei critici d’arte. Dopo Enrico Crispolti, apre domani, al 4° piano, La terra vista dalla luna dedicata a Tommaso Trini. Un modo interessante e illuminante per comprendere i linguaggi e le correnti contemporanee, così varie e diversificate. “La critica d’arte è stata e continua a essere uno strumento essenziale per leggere il nostro tempo… Rileggere oggi il lavoro di Tommaso Trini significa riportare alla luce questa storia e renderla nuovamente accessibile al pubblico” ha spiegato l’assessore alla cultura Tommaso Sacchi. 

 




Il titolo La terra vista dalla luna è ispirato dalla fotografia Earthrise, dell’astronauta William Anders durante la missione Apollo 9 del 1968. Un’immagine che Trini ha usato sulla rivista Domus nel 1969 per illustrare un articolo dedicato alle ricerche sul paesaggio e sulla natura, con riferimento allo spazio e al cosmo, argomento a cui il critico è sempre stato interessato. Nella mostra, divisa in quattro settori, da vedere dai suoi dattiloscritti e appunti a mano alle lettere scritte ad artisti e critici. Dalle foto e i manifesti di mostre alle pagine con i suoi articoli su varie riviste, tra cui, oltre a Domus, DATA da lui fondata e diretta tra il 1971 e il 1978. E poi ancora audio e video con interviste.  Tutto è estremamente chiaro, e dà un’idea di come Trini abbia precorso i tempi. La mostra, curata da Daniela Domina e Iolanda Ratti con Lodovica Cesaretti, contempla il materiale d’archivio, curato anche dal figlio di Trini Jacopo, dalla fine degli anni ‘50 alla fine degli anni ‘80. Quando Trini si dedica quasi completamente all’insegnamento all’Accademia di Belle Arti di Brera (in alto una delle foto della mostra).  Insieme a questa mostra, sempre al quarto piano, nella Galleria Gesti e Processi si aprono le sale per FOCUS900, programma di approfondimento sull’arte italiana della seconda metà del Novecento realizzato in collaborazione con artisti e studi d’artista. Con due focus monografici e uno collettivo con artisti dai linguaggi diversi. Il primo monografico è dedicato a Vincenzo Agnetti e la sua poesia, diventata negli ultimi anni il filo conduttore della sua arte (al centro un'installazione di Agnetti). Il secondo ha come protagonista Enrico Castellani, maestro nello studiare le superfici in dialogo con la luce e lo spazio. Mentre il terzo focus collettivo presenta le opere di Valerio Adami, Alik Cavaliere, Lucio Del Pezzo, Bobo Piccoli, Emilio Tadini.  Ognuno con il suo linguaggio, espressione e testimonianza della scena artistica milanese anni ’60 e ’70 (in basso opere di Del Pezzo e Adami). 
Le mostre, aperte il 6 ottobre, chiudono il 14 marzo 2027.



giovedì 1 ottobre 2026

VESTIRSI D'ARTE

Che le contaminazioni fra arte e moda siano sempre più frequenti non è una novità. Non solo l’arte, in particolare la pittura, è di ispirazione, ma è sempre più forte il dialogo che ha con la moda. E’ particolarmente evidente, anzi è il punto di partenza, nella mostra dall’esplicito titolo Indossa l’arte. Dal quadro all’abito, aperta ieri alla Galleria d’Arte Marco Bertoli-M45 a Milano. 



 


Da vedere, nelle sale dello storico palazzo di Via Manzoni, il progetto Art to wear di Francesca Levi. Si tratta di sette abiti nati dal confronto con l’arte di sette grandi protagonisti. Ovviamente sono pezzi unici realizzati e dipinti a mano. Dietro questi la creatività di Francesca Levi, artista e designer con una formazione all’Accademia di Belle arti di Brera e un diploma in Industrial Design alla Scuola Politecnica di Design, ma soprattutto, come rivela lei stessa, avere “respirato arte” fin da bambina. La sua "arte da indossare" non riproduce opere specifiche degli artisti, ma ne prende degli elementi per assemblarli e rielaborarli sul tessuto, anche tenendo conto della linea e della forma degli abiti.  Così mutati da Klimt sono quei piccoli moduli geometrici e quei ricami dove l’oro prevale. Da Picasso quelle geometrie di vari toni di grigio con accostamenti di tessuto lucido e opaco, che si muovono con l’abito. Anche da Mirò ci sono geometrie, ma coloratissime, che emergono su un fondo grigio. Una composizione di geometrie, invece, per Kandisky che, in qualche modo, si riflettono nella forma con maniche larghe in fondo e scollo a V sia davanti che dietro (in alto). Inconfondibile Fontana dove il taglio sul retro sembra simulare uno spacco (in basso). L’abito nero legato a Hokusai s’ispira a La grande onda di Kanagawa che compare e si muove quando l’abito è indossato. La mostra è aperta fino a sabato 3 ottobre, dalle 11 alle 18.

  


mercoledì 30 settembre 2026

RAGIONE E SENTIMENTO

Difficile, forse impossibile, inquadrare in un genere teatrale (commedia, tragedia ecc.) Agamennone, in scena al Teatro Menotti Filippo Perego di Milano fino al 7 ottobre, dopo aver esordito in prima nazionale al Segesta Teatro Festival in agosto. Il testo, scritto e pubblicato da Fabrizio Sinisi nel 2026, prende spunto dall’omonima tragedia di Eschilo. Ma ne filtra e ne raccoglie gli elementi che rendono la vicenda, se così si può definire, attuale. Non è quindi una rivisitazione in chiave contemporanea del dramma che apre la trilogia Orestea. 


Al centro dello spettacolo più che il ritorno dalla guerra, sono le sue conseguenze sulle persone. Sia di quelle che ritornano anche vittoriose, come appunto Agamennone, sia di quelle che “a casa” hanno atteso “i guerrieri”. Un tema che non affronta solo il dramma della guerra, ma il dramma del distacco nel tempo. Che porta a sovvertire situazioni, dove i ricordi belli e quelli brutti si incrociano con nostalgia, rimpianto, sensi di colpa mai risolti. La scena ha luci attenuate, che evocano gli oscuri interni del palazzo e gli esterni con l’arrivo della notte. Nessun arredo, solo un elemento che diventa, senza o con una coperta, ora ringhiera, ora sedile, soprattutto letto, su cui siedono i personaggi, per parlare di tradimenti, di incomprensioni, ma anche di amori persi. Bravissimi gli attori, guidati dalla convincente regia di Gianluigi Fugacci. Maddalena Crippa è Clitennestra, la cinica regina moglie di Agamennone.  Per lei i ricordi d’amore sono superati dalla voglia di vendetta. Sarà lei, aiutata da Egisto (cugino di Agamennone e suo amante) e sostenuta dal popolo, a fare uccidere il marito. Sergio Basile è Agamennone, un uomo finito, schiacciato dai rimorsi, che arriva dalla guerra non come trionfatore, distrutto dal pensiero di aver sacrificato la figlia Ifigenia agli dei per la vittoria. Si accompagna alla giovane Cassandra, alias Emilia Scatigno, sacerdotessa e profetessa, rovinata dal sapere troppo del destino suo e di chi le sta intorno. Una figura fragile, ambigua, nel bene e nel male.  E poi c’è il Coro con Claudio Pellegrini e Alessandro Sampaoli, in veste di guardie del corpo, inservienti-segretari, vestiti in abiti scuri contemporanei, gli unici a raccontare veramente i fatti. Funzione da sempre del coro nella tragedia greca, come è stato detto nell’interessante dibattito, aperto al pubblico, che ha seguito la prima rappresentazione al Teatro Menotti.

lunedì 28 settembre 2026

WHITE SEMPRE PIU' BRILLANTE

Ieri si è concluso White, salone della moda femminile, in contemporanea con la Fashion Week milanese. Sempre più esteso, più partecipato da espositori (24% in più dell’edizione precedente) e da visitatori. Con molte novità, svariate sorprese, e nuovi spazi oltre  a quelli del Superstudio e dell’ex Ansaldo, come l’Hotel Nhow dedicato al resort e al beachwear. Ma anche nuove sezioni come beauty, nell’Opificio e lifestyle e design nell’ex Ansaldo. Qui esposta Sexdreams, l’installazione ironica-pop dell’artista milanese Gioele Corradengo (qui, in basso). 





Molti i raggruppamenti strategici come quello dei 25 brand brasiliani, uniti da artigianato e sostenibilità, che non significa solo riciclo e attenzione all’ambiente ma anche rispetto del lavoro, soprattutto femminile. Elis Cardim usa esclusivamente seta naturale e pigmenti naturali, Ludimila Heringer attualizza le lavorazioni a crochet. Villa Dharma propone abiti e top realizzati con il giunco. Louloux coloratissimi sandali tra il pop e il geometrico. Vari i gioielli, da quelli con metallo a quelli con pietre preziose, dal disegno più classico. Fuori dal gruppo, come collocazione, ma sempre brasiliana, Melissa con scarpe e borse in plastica totalmente riciclabile (foto in basso). Cerimonia di apertura, con taglio del nastro e autorità, per il progetto Keqiao nella Lounge del Superstudio. Un appuntamento che conferma il legame tra l’Italia e il distretto della città di Shaoxing, il più importante polo del tessile cinese (foto al centro). In mostra una selezione di 15 brand tra cui  molti cinesi e l’italiano Alberto Zambelli. Tra gli Special Guest, Kimhekim brand coreano che da anni partecipa alla Fashion Week di Parigi. Tra le Secret Room notevole la collezione di Batakovic da Belgrado con abiti e completi sartoriali che utilizzano l’eccellenza dei tessuti italiani. Un brand già in vendita nelle più selezionate tra le nostre boutique. Molto interessante, nell’Opificio, Core un network che unisce chi produce e chi disegna anche per nuovi contatti. Tra questi da Parigi, Unfortunately Unforgettable, estrosi “gioielli da naso”, occhiali compresi, fatti a mano in argento.  Già affermatissimo il brand omonimo di Hnia Harrati. Nata in Marocco, da anni in Italia, ha proposto la collezione nell’Hotel Nhow. Una produzione tutta made in Italy che punta al contemporaneo ma non dimentica, anzi coltiva, rinnovando e attualizzando, quello che è parte della cultura marocchina. Abiti da sera, completi da giorno, spolverini anche per lui, sempre con qualche dettaglio che ricorda il Marocco. La collezione si chiama Luce perché vuole dare luce, visibilità e indipendenza alle donne del suo paese. Tra le new entries anche Inès de La Fressange, con studiati e funzionali peacock jacket, camicie a righe, cardigan e, nuovissimi, gli occhiali da vista e da sole in metallo e in acetato e le scarpe. Tutto nello stile easy-chic dell’iconica top model.  
   

domenica 27 settembre 2026

GRAN FINALE

Si è conclusa la Fashion Week di Milano in presenza, domani otto passerelle solo in digitale. Ha aperto la giornata Hui, brand cinese fondato dalla stilista Huizhou Zhao. Ormai una habitué della settimana della moda milanese. Questa volta per la collezione è partita dal "ventaglio circolare", elemento cardine della cultura cinese. Con cui vuole trasmettere un messaggio per la donna orientale, “non figura simbolica legata al passato”  ma protagonista di un’evoluzione.  Ecco quindi le sue sete impalpabili in forme occidentali e quasi minimali, con solo qualche flash non lineare.





Attesissimo lo show di Giorgio Armani, design Silvana Armani, nipote del grande stilista scomparso, alla sua seconda collezione. Bianco e nero dominanti, anche riuniti in inediti stampati, geometrici e non.  Molte le "tenues de soirée". Dagli abiti lunghi con lamé e frange e collane che fungono da corpino, fino allo smoking riveduto. Non nuovo sulle passerelle milanesi Marques Almeida, brand londinese fondato nel 2011 dai designers portoghesi Marta Marques e Paulo Almeida. Nell’imponente cortile di Palazzo Isimbardi ha sfilato con abiti e completi in colori scuri, come il verde muschio e il marrone di giorno, e neri con pizzi o interamente ricoperti di macropaillettes per la sera. D’effetto i copricapi con grandi piume.  Partecipata e coinvolgente la Milano Moda Graduate, evento-sfilata dedicato ai lavori e alla premiazione degli studenti delle scuole di moda italiane, tenutosi alla Rotonda della Besana. Un’esplosione di creatività, alle volte eccessiva, che comunque ha rivelato delle passioni forti, con progetti di partenza ben definiti. Premiata nella categoria fashion design da Camera della Moda, Matilde Bonechi dell’Istituto Marangoni. Vincitore del YKK Prize selezionato da YKK, main partner dell’evento, il progetto di Costanza Barbieri e Giulio Censori dello IED Istituto Europeo di Design. Menzione speciale a Corinne Zanini dello IUAV Università di Venezia. Curiosa, per non dire fuori luogo, la piccola manifestazione di protesta contro le pellicce all’ingresso della Rotonda. Trattandosi non solo di collezioni estive, ma di collezioni disegnate da giovani e non da consolidati “marchi della moda”. Ultima sfilata alla Rotonda della Besana quella del portoghese Miguel Vieira. Protagonista, contrastato solo da qualche outfit bianco, il nero in tutti i tipi di capi, per lui e per lei, con molta sera illuminata da paillettes e strass.  Cristopher, brand del gruppo indiano Sahakar, ha scelto i saloni, con camini e armature, del Museo Bagatti Valsecchi, dimora storica di metà Ottocento, per presentare la collezione per l’estate prossima, tutta made in Italy (Parabiago e Toscana). Con scarpe e borse per lei e per lui, con giochi di intrecci, arricciature, speciali lavorazioni tutte a mano. Nuovissimo il sandalo con intrecci di lacci impunturati. Presente anche una capsule di borse e scarpe, tra cui il tronchetto in argento, per l’autunno inverno 26/27, in vendita solo nel negozio di Via Spiga a Milano. 

sabato 26 settembre 2026

DARSI APPUNTAMENTO A MILANO

Continua la scoperta delle location nella Fashion Week milanese. Oggi dal giardino della Triennale per Ferragamo, si è passati all’ottocentesco Palazzo Turati per Marco Rambaldi. Diversi gli eventi ai Chiostri di Sant’Eustorgio che ospitano il Museo Diocesiano. Qui hanno presentato i brand portoghesi Pé de Chumbo e Davii. Il primo, disegnato da Alexandra Oliveira, ha scelto il porticato al suono di Vivaldi, perfetto per gli abiti “avvolti addosso” in viscosa, tutti di produzione portoghese, ma anche i twin- set con lurex e paillettes e i capi con giochi di trafori. Il brasiliano Davii ha mostrato dieci outfit, made in Portogallo, nel salone con parte dei 700 tesori artistici della Diocesi.Bianco e nero i colori dominanti, per abiti in organza di seta, gilé in lana doppiata e tagliata dal vivo, completi e giubbini in rete di neoprene, bomber in pelle.




 

Nel primo pomeriggio, è stata la volta, nel porticato, degli abiti architettonici di Kasai, brand di Bucarest fondato da Ana Olingheru. Asimmetrie, tagli a sorpresa, collane come spalline (in alto).  All’interno, Henri Paris del designer canadese Henri Maheu con creazioni ispirate all’Alta Moda dagli anni 30 ai 60. A fine pomeriggio Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi del duo Aquilano. Rimondi hanno fatto sfilare nel porticato capi mix di atmosfere da Secessione Viennese ed estetica giapponese. Con rivisitazioni del kimono e giochi di sovrapposizioni. Atmosfere contemporanee e continui riferimenti all’arte, alla Fondazione Sozzani, spazio che ha dato vita all’anonimo quartiere Bovisasca. Tra pregevoli opere di artisti e abiti come installazioni, si è tenuta la prima edizione del Sozzani Award. Un premio nato per sostenere i progetti delle nuove generazioni. Tre i finalisti, la canadese Marie-Eve Lecavalier, basata a Parigi, la giapponese Mai Suzki, basata a Londra, e Timisola Shasanya, britannico-nigeriana, la premiata. Con una collezione di capi sartoriali che mette insieme tecniche della tradizione con innovativi processi tecnologici. Interessante in esposizione la collezione di Leandro Canu e il Worldrobe di Vien, per uomo e per donna e “oltre i calendari”, con una sartorialità non scontata e fatta per durare nel tempo. Non una location particolare, ma un allestimento che cattura quello del brand Marea disegnato da Giuseppe Della Monica. La collezione s’intitola Scacciapensieri ed è stata proposta tra tendaggi e una musica forte, sincopata, al limite del rumore. I capi, di forme pulite in tessuti semplici, sono movimentati da ricami, broccati, inserti di materiali inaspettati. Uno spazio professionale e sobrio quello di Lineapelle, scelto da Veiga, giovane brand (2 anni) disegnato da Ida Antonelli, interamente prodotto in Toscana, con capi in pelle di tutte le “categorie”, dal pantalone che richiama il Levi’s 501 alla minigonna, dagli shorts con pinces  ai bermuda, al top traforato. Non particolare, ma ospitale lo spazio industriale delle Officine del Volo, scelto spesso dalla moda, dove la piattaforma B-Iconic con Fondazione Fiera di Milano  ha presentato e premiato collezioni di giovani stilisti e opere di artisti. Con piacevoli intermezzi musicali. De Wan, nel negozio di Via Manzoni, ha mostrato i nuovi 12 modelli di borse e i nuovi 28 occhiali, tutti made in Italy, con lavorazioni accurate e uno straordinario rapporto qualità prezzo.  

venerdì 25 settembre 2026

DAL DENIM ALL'ACCESSORIO

Al quarto giorno di Fashion Week per la primavera-estate 2027 si può dire con certezza che il denim è un tessuto protagonista, con una sua universalità. Chissà se certe compagnie aeree e certi locali "conservatori" si decideranno a farlo rientrare nei codici di abbigliamento consentito. 





Eleventy, presenta la capsule Indigo Blue, in uno speciale denim “reattivo”, che non si rovina. Con capi dai tagli sartoriali, lavorazioni sofisticate e applicazioni preziose (in alto).  Nella collezione per la prossima estate ci sono colori nuovi come il marrone, continua il blu e si conferma il nero per la sera. I materiali sono esclusivi, accanto a cotone, lino e seta compare il cupro, fibra di origine vegetale ottenuta dalla cellulosa del cotone. Presente la pelle, la nappa per i pantaloni traforati, il suède per bomber sfrangiati e gonne. Novità della stagione le borse “pensate” in collaborazione con il designer Stefano Galandrini: la shopper "Meneghina" in due dimensioni e "Sogno" con manico per portarla in vari modi. Denim con brillanti applicati per pantaloni, sahariane, giubbotti anche da Sara Behbud, talentuosa e coraggiosa designer nata in Persia, dal 2014 a Milano. I suoi pezzi forti sono però i "made to order" (su misura) con cui rivendica la libertà per la donna di scegliere anche nella moda (al centro). Presentati cinque abiti al 100% in organza di seta, con il motivo "Afshan", uno dei linguaggi floreali dei tappeti persiani, e ricami a mano. Tutto made in Italy. La femminilità è valorizzata senza eccessi da Hanita. Tailleur pantalone in cotone, stampato e non, per il giorno, abiti con dettagli gioiello per la sera, ma anche gonne in pizzo traforato e trasparenze misurate. Molta sera pure nei capi della Mercedes Benz Bucharest Fashion Week, che per la prima volta entra nel calendario della Fashion Week milanese, con una presentazione nella Fashion Hub di Camera della moda. Ecco quindi, dopo le proposte degli stilisti napoletani, in omaggio e con riferimento alla 38esima edizione della  38° America's Cup a Napoli, una selezione di otto designer romeni. Negli accessori Baldinini si riconferma per la qualità dei materiali, il classico rivisitato e quella fibbia con il logo che caratterizza vari modelli. Anche Giuseppe Zanotti recupera i pezzi d’archivio per nuove scarpe. Ecco l’anello di pietre, il serpente utilizzato in forme diverse o ancora il granchio, oltre che dorato, in vetro e brillanti e la lisca di pesce. Per sandali piatti o con i vertiginosi tacchi "Brivido" e "Killer". Deichmann, brand tedesco più grande d'Europa, mette in mostra scarpe e stivali della campagna TV Made for Italy pianificata dal 14 settembre al 22 novembre. La Fashion Week dà modo di conoscere luoghi sconosciuti di Milano, dai giardini segreti a spazi di lavoro, come la fabbrica di borse Amato Daniele. Fondata nel 1908 dai tre fratelli Locati, con il nome di Leu Locati e una specializzazione nelle borse di lusso (Tra i suoi clienti la Regina Elisabetta), nel 2012 con la guida creativa di Daniele Amato diventa Amato Daniele. Che continua l’attività, sempre con lavorazioni di pelli esotiche, materiali preziosi, come seta, raso, fili d’oro. Le borse sono interamente lavorate a mano, ognuna da un’unica persona. 

giovedì 24 settembre 2026

COME VESTIREMO: TERZA PUNTATA

Minimalismo donante. Così si potrebbe definire lo stile di Mantù,  che ha aperto il terzo giorno della Fashion Week di Milano. Una definizione inusuale che potrebbe non voler dire niente. E invece non solo ha un suo perché, ma è decisamente positiva e si adatta a pochissimi. Il brand nato nel 2008, pur continuando a rinnovarsi non perde di vista, certi principi. Dalla scelta dei colori, con rosa e arancio in prima fila. A quella dei tessuti, un seersucker diverso dal solito per l’abito dal drappeggio misurato, o il ramié, lino superleggero ideale per lo chemisier. Le linee sono pulite, ma con tagli inediti, così le giacche destrutturate o l’abito con corsetto, scolpito addosso, ma non troppo fasciante. 





Nissa s’ispira ai giardini, come raccontano i video di una sfilata realizzata in una villa veneta con giardino all’italiana e labirinto. Gli abiti, quasi esclusivamente da sera, fanno dialogare il classico con asimmetrie, nuovi drappeggi, dettagli a sorpresa, come le spalline di perline incrociate sul dietro per l’abito sottoveste o i ricami tutti realizzati a mano. C’è anche un tailleur pantalone, ma in organza devoré bianca. Ennio Capasa ritorna alla Fashion Week con la linea di calzature Capasa Milano Shoes Collection. Pochi pezzi, ma studiati per essere "nuovi nel classico", ma soprattutto confortevoli. Ecco il sandalo dalla punta arrotondata che richiama le scarpe dell’inverno.  Superbo il mocassino con arricciatura, molto flessibile, per uomo e per donna con tacco deciso. Il riferimento della collezione con cui Borsalino festeggia i 170 anni è il film Casablanca. Ed ecco il cappello di paglia, simile a quello che portava Bergman-Ilsa Lund, realizzato dal cappellificio di Alessandria, come quello di Bogart-Rick Blaine. Svariati i materiali, tra i nuovi una canapa mista a cellulosa o il raso per la visiera. Varie le misure della fascia del classico Borsalino. Nuove anche le borse, tra cui la Vortice in raso e rafia con una cintura di pelle che la avvolge, appunto come un vortice o i bauletti in camoscio. Tutte con una calamita per appendere il cappello.  Capi come installazioni d’arte quelli di Giada (foto in basso), non a caso da vedere nella grande sala di Palazzo Citterio, parte della Grande Brera, con la colonna sonora di Aimé Portioli, in arte Grand River, la musicista olandese-italiana che vive a Berlino. Protagonisti il bianco e il nero sulla passerella di Daily Mirror, brand genderless fondato e diretto dal coreano Kim Ju-Han. Arthur Arbesser ha presentato la collezione per l’autunno 2026, interamente realizzata con tessuti "deadstock", cioè rimanenze di magazzino e quindi sostenibili. Mix e sovrapposizioni di tessuti, con fantasie diverse e in contrasto, linee semplici, ma confortevoli da indossare. Sempre con recuperi di collezioni passate (foto in alto). Nella presentazione anche i cavatappi-omini disegnati da Arbesser per Alessi. Tra gli eventi del giorno l’inaugurazione al mattino di White, sempre più esteso e partecipato. A fine pomeriggio, nei chiostri di San Barnaba, organizzati da Camera Swowroom Milano, l’eccellenza artigiana in passerella e l’incontro sulla sostenibilità. La sera nella Casa degli Artisti Voices of Denim. A Living Cultural Language.  In mostra il progetto di Afro Fashion Association e Levi’s, dove il denim non è più solo un tessuto, ma diventa un linguaggio per raccontare. Con straordinarie installazioni da vedere fino al 2 ottobre (foto al centro).

mercoledì 23 settembre 2026

VISIONI DAL MONDO

Seconda giornata di Fashion Week milanese piuttosto varia. Ad aprirla Luisa Beccaria che, come sempre, sceglie una location in linea con la sua moda: il verde giardino dell’Acquario Civico (foto in alto).  Fedele al suo DNA propone abiti in tulle, chiffon, seta, tinta unita o stampati movimentati da ricami. Per la maggior parte lunghi. Nuovo, invece,  il completo gessato in seta e il lungo chemisier. Interessanti gli accessori, dai cappelli a larga tesa alle miniborse di perline o a quella a forma di ventaglio. 




Sfila nel chiostro di Sant’Ambrogio Daniela Gregis. Il bianco è l’indiscusso protagonista con solo qualche flash di giallo e di écru. Tessuto leader lo stropicciato.  Per il completo come per la blusa, per l’abito come per la salopette o lo spolverino. Tessuto a rete per il top abbinato ai pantaloni di seta. Trasparente il lungo bianco vivacizzato da fiori colorati applicati. Da Forte_Forte l’ispirazione è il viaggio. Sia per i capi pratici e freschi da mettere in valigia, sia per i dettagli e le stampe che evocano paesaggi lontani. Inserti all’uncinetto per l’abito in chiffon. Tra i nuovi colori il verde menta e il blu Majorelle, dal giardino di Marrakech caro a Yves Saint Laurent. E’ invece il rock libero e ribelle, di Jimi Hendrix e Janis Joplin, l’ispiratore di Redemption, brand fondato da Gabriele Bebe Moratti nel 2014, presentato nelle sale con terrazza affacciata su Piazza del Duomo. Una collezione quasi esclusivamente per la sera  con abiti drappeggiati in georgette, tailleur di lurex tre pezzi, top, pantaloni, giacca. Gonne lunghe con spacchi vertiginosi rivestite di paillettes abbinate a rigorose camicie da uomo (foto al centro). Abiti in tessuto animalier illuminato da micropaillettes. Viene dal Ghana la collezione di Kenneth Tetteh, distribuita nel mondo ma per la prima volta in Italia. Solo abiti da sera con ricami di paillettes, tutti realizzati a mano che richiamano i tradizionali costumi africani. Lavorazioni artigianali, dettagli couture e molti ricami nella couture dell’Oriental Fashion Show  che ha visto in passerella gli abiti di Yoland dal Sultanato dell’Oman, di Rena dal Marocco e di Gowher Gouvernet dal Turkmenistan. Arriva dalla Cina Zifei Wang, che ha sfilato nel cortile di Palazzo Isimbardi (foto in basso). Una collezione attuale  e innovativa che rivisita stampe, tessuti e anche linee del vestire della tradizione. Molti gli inserti, le asimmetrie, le sovrapposizioni. Curiosi i dettagli come gli orologi che decorano le borse di lei o appesi alla cintura di lui.

martedì 22 settembre 2026

MODA AL VIA

Pienissimo primo giorno di Fashion Week milanese, per la donna della prossima estate, aperta “ufficialmente” con la sfilata di Prada alle 2 PM, in realtà preceduta da svariate presentazioni e da una passerella. Quella di Martino Midali che ha dato il via agli show nel salone del Museo della Scienza e della Tecnica. 





Dal titolo Iconica, perché accanto alle modelle hanno sfilato sei donne con percorsi diversi e una “femminilità autentica”. In primo piano le righe, sia verticali che orizzontali. Morbide, as usual, le linee. Accanto al jersey di viscosa, materiale simbolo “dell’universo Midali”, un tessuto effetto denim per trench e camicie. Cotone e seta effetto denim anche da Simonetta Ravizza, che ha presentato quattro piccoli guardaroba. In ognuno materiali e stampe a contrasto, righe e quadri nelle camicie, giubbini di nylon con abiti in chiffon. Accostamenti inconsueti, ma sempre plausibili (foto in alto). Sergio Davila, peruviano basato a New York, mette insieme il sartoriale contemporaneo con le tradizioni artigianali del suo Paese. Giocando sul concetto di ricomporre, rimettere insieme, riparare, per capi da indossare da Mykonos a Saint-Tropez o sulle Ande.  Rivisitazioni delle tradizioni anche nella sfilata collettiva dall’Asia Centrale e dall’Europa dell’est. Dal Kazakistan gli abiti di Aida Kaumenova con plissé soleil e vari dettagli preziosi. Ma anche i tailleur con spencer stilizzati e l’abito con pallone di chiffon sul retro di Kamalini. O le stratificazioni in bianco e nero del vestire nomade di ShakerBay. Vive a San Pietroburgo, ma ha trascorso la sua infanzia negli Urali, la designer di Reve con i suoi capi in denim blu con impunture bianche. Sempre dalla Russia arriva la Modest Fashion, ispirata all’abbigliamento religioso, che spazia dallo streetwear all’abito importante. Dai corsetti ai lunghi ricami in oro di SA Marail, ai tagli asimmetrici e architettonici di Puti Tenk, fino agli abiti da sposa di Aynaeva che guardano alle divise militari. Pizzo, drappeggi, frange, tessuti luccicanti per miniabiti dallo scollo vertiginoso, camicie, top, ma anche pantaloni con pinces dal taglio maschile da Custo Barcelona (foto in basso). Dal Distretto di Futian, cuore amministrativo, finanziario e commerciale di Shenzhen, arrivano, in collaborazione con Camera Nazionale della Moda Italiana, tre brand emblematici. Sono Laurel, nato in Germania nel 1978 con 92 negozi in Cina, IDPAN che guarda alle architetture del Rinascimento Italiano e YINER, sofisticato marchio, che si ispira alla natura. Più che una sfilata una performance quella di Sagìo, disegnato da Alexander Sagìo che vive e lavora a Budapest, in uno dei saloni di Palazzo Bovara. Davanti a una mezza maschera in metallo, appoggiata a una parete, camminano lentamente le modelle. In mano o accostata al viso portano una mezza maschera nera o bianca. Per loro minigonne e shorts, giubbotti anche in pelle, abiti da sirena con scollo, top che simula due lunghi guanti annodati tra loro (foto al centro).      

lunedì 21 settembre 2026

MODA E AI : VOILA' L'AMOUR

L’intelligenza artificiale al servizio della creatività. Sembra un controsenso, qualcosa di inattendibile, fatto per stupire. E invece la Futurfashion di The Hidden Genius è una rivelazione che sorprende, entusiasma, ma soprattutto su cui si può contare per il futuro della moda. E’ stata presentata oggi, a Milano, dove domani inizia la Fashion Week Donna per la primavera estate 2027. Location perfetta l’atelier del FLA FlavioLucchiniArt Museum all’interno del Superstudio, con le sculture e le opere di Flavio Lucchini che raccontano la moda degli ultimi 50 anni. E’ una sfilata virtuale, che porta sugli schermi capi nati attraverso AI e indossati da modelle virtuali. 




Artefice e creatore The Hidden Genius al secolo Pierre Amour (nella foto) scoperto e sostenuto da Gisella Borioli, fondatrice e anima del Superstudio. 35 anni, nato a Parigi, ma basato da anni a New York, è un artista a tutto tondo con una passione particolare per la moda. Ha studiato in importanti scuole e ha lavorato in atélier famosi come quello di John Galliano e di Zac Posen. I suoi capi risentono della sua cultura nel fashion, ne affrontano tutti i temi ma non sono mai interpretazioni o revisioni, sono assolutamente innovativi e inediti, la realizzazione di sogni. Si va dall’abito da red carpet che riecheggia, ma non copia, i grandi nomi dell’alta moda al tailleur prêt-à-porter con spalle enfatizzate ma mai eccessive. Dall’abito giocato sul plissé soleil all’insieme con pantaloni stile country, che ricorda i primi Moschino, a una rivisitazione nuova e non pedissequa delle camicie di Gianfranco Ferré. Dall’abito mix di cheomsang e chemisier fino a una linea di impermeabili, suggerita da Gisella Borioli che lei ritiene poco considerati nelle collezioni dei grandi stilisti. Notevole la ricerca di tessuti e soprattutto gli abbinamenti, audaci ma mai sopra le righe. Accanto ai video con le sfilate di capi “destinati a diventare moda reale”, video “di fantasia” dove la creatività è inarrestabile e inarrestata, ma dove si intravvedono moltissimi spunti interessanti. “L’AI mi permette di spaziare con la mente” dice lo stilista “AI è un mezzo non un fine, non deve rimpiazzare la manodopera fisica, ma aiutarla”. E questo porta a considerare positivo l’uso di AI nella moda, che in molti settori, invece, sta già creando problemi di occupazione.  La Futurfashion si può vedere al FLA fino al 28 settembre.

mercoledì 16 settembre 2026

CONFORT FELINO

Il gatto è sicuramente uno degli animali più desiderosi di trovare luoghi confortevoli in cui stare. E chi ne ha avuto anche solo uno   può confermarlo. Quale migliore testimone, quindi, per una campagna di lancio di un prodotto dove il confort è in primo piano. E così Bata si è affidata ai gatti come “giudici del confort” per presentare la nuova collezione per l’autunno inverno 2026-2027.





Ed ecco il felino avvicinarsi alla "penny loafer", il mocassino maschile. O entrare tuffandosi di testa nella stringata. O ancora distendersi comodamente su un paio di "monk shoes" sia da donna, che da uomo.  Ecco un micino tigrato occupare comodamente la "pump" di vernice. O un gatto grigio, grosso e sospettoso, sedersi vicino a delle ballerine per studiarne la posizione o addirittura sdraiarsi sulle scatole prima di prendere una decisione. Questo è quello che si vede nelle foto della campagna. Ma le immagini non sono costruite a tavolino, ma sono momenti di un reportage che si è svolto al Crazy Cat Café, locale milanese ispirato ai famosi Neko Café di Osaka, dove dieci gatti, trovatelli presi in rifugi, girano tra le persone da protagonisti-intrattenitori. Una perfetta scenografia con perfetti interpreti per il lancio della collezione Bata dal titolo Make Yourself Comfortable.   

venerdì 11 settembre 2026

UN CERTO SORRISO

S’intitola Sorridi la mostra di Giovanni Sesia alla Galleria Fabbrica Eos di Milano, da oggi al 10 ottobre. Ma non si tratta di ritratti, come si potrebbe pensare. Il sorriso, enigmatico e dolce, è uno solo. Gli altri sorrisi sono immaginati, interiori, pensati. Emergono da foto su cui l’artista interviene con scritte volutamente indecifrabili o sculture di oggetti comuni che diventano installazioni.  





E’ la visione poetica e che fa riflettere di Sesia (classe 1955) che da anni recupera fotografie d’archivio di ex ospedali psichiatrici. La mostra vuole, inserendo quei cenni di visi, raccontare le persone, non la malattia che li ha travolti. “Restituire loro un volto significa riconsegnare dignità a esistenze che la storia aveva relegato nell’oblio” scrive il curatore di Sorridi, Alberto Mattia Martini. Accanto ai ritratti immaginati, nature morte dedicate a rose, zucche, stelle alpine, melograni di diverse dimensioni, anche piccole, inserite su un lato di cubi rivestiti da una foglia d’oro. E poi sculture di oggetti rivisitati con l’aggiunta di un particolare che li rende vissuti. Come il bronzo di una sedia con sulla spalliera un giubbotto, che testimonia che lì si è seduto qualcuno. Sul filo della memoria anche la giostra, recuperata da un rottamaio, che con il suo movimento circolare, parla del ripetersi dell’esistenza. Più esplicito e simbolico il mobile in legno con tanti cassetti: “Una cassaforte che non custodisce beni materiali ma…ricordi, esperienze e frammenti di vita minacciati dalla cancellazione del tempo”.  

lunedì 24 agosto 2026

VALLI VALDESI

 

Le introduzioni dei libri sono diverse, raramente sono scritte dall’autore, più spesso sono commentate da un personaggio esperto in materia, o da qualcuno che ne ha curato l’editing. Alle volte sintetizzano bene il contenuto, alle volte non ne parlano minimamente, ma divagano sull’argomento trattato. Molto spesso raccontano l’autore. L’introduzione di La pietra d’angolo. Storie di scuole, ospedali e altre utopie, di Luisa Gay, appena uscito per LAR Editore  in poche parole spiega il libro in modo essenziale e  chiaro, creando quella curiosità, che viene pienamente soddisfatta nella lettura. 


Come si dice nell’introduzione il libro è il terzo di una trilogia dell’autrice  dedicata al mondo valdese tra Ottocento e Novecento. Mentre i primi due sono romanzi, questo raccoglie racconti ognuno dedicato a un luogo importante di questo mondo, meglio di queste valli. Ci sono personaggi veri, realmente esistiti, ma anche comparse dettate dalla fantasia che comunque hanno le caratteristiche di persone incontrate da Luisa Gay, che da anni passa l’estate a Torre Pellice, centro valdese più importante. I luoghi sono l’Ospedale Valdese creato nel 1826 “grazie al coraggio di una piccola donna intraprendente”. Il Collegio, costruito nel 1835 di cui "la pietra angolare" del titolo, sogno di un gentiluomo inglese, realizzato da un pragmatico colonnello. Lo stesso che tanta parte ha avuto nella creazione del Pensionnat per fanciulle nel 1837. E poi La Scuola degli Stracci, la Casa delle Diaconesse. E Agape, nato nel primo dopoguerra, che ancora oggi è uno straordinario luogo di vacanza per giovani dove confronti e dibattiti sono all’ordine del giorno. Chi c’è stato ha ancora ricordi bellissimi. E infine la “ricostruzione” di Riesi, paese sperduto della provincia di Caltanissetta. “Se Agape era il luogo del pensiero e del dibattito, Riesi era quello dell’azione e della sfida”. Il libro è completato da fotografie d’epoca e dai ritratti con foto dei personaggi citati. Una lettura piacevolissima, grazie alla scrittura dell’autrice, “regista di professione e scrittrice per svago”, mai didascalica o pesante, ma sempre colta e documentata. E soprattutto capace, per chi ha frequentato anche poco quelle valli o qualcuno di quelle valli, di far rivivere il mondo valdese, in tutto il suo interesse.

domenica 23 agosto 2026

TUTTO DA RIDERE

La comicità ha sempre lavorato sulla presa in giro di stereotipi o su caratteristiche di personaggi più o meno famosi. Da tempo è entrata in gioco l’autoironia.  Un modo apparentemente più semplice per trovare spunti, ma non da tutti per la capacità di mettersi in discussione. Fondamentale mantenere un equilibrio, non esagerare, ma non sminuire. Difficile soprattutto trovare la maniera e la cornice in cui inserire episodi e considerazioni senza correre il rischio di essere troppo autoriferiti. Un buon esempio è la comicità di Enzo Paci che ieri sera ha fatto divertire e ridere dal palco creato nella piazza della chiesa di Pieve Ligure. 



Genovese, classe 1973, Paci è conosciuto dal grande pubblico come protagonista di Com’è umano lei biopic su Paolo Villaggio e per il ruolo del Commissario Bacigalupo nella serie televisiva Blanca. Già presentato in luglio in Piazza delle Feste a Porto Antico di Genova, lo spettacolo s’intitola Paci a pezzi. Come anticipa, appunto, il titolo è un patchwork di racconti ed esperienze in prima persona dell’attore. Non segue una cronologia precisa, ma passa dai ricordi di studente nell’elegante quartiere di Castelletto, lui figlio di verdurai con i compagni della Genova bene, alle prime esperienze teatrali e al provino di fronte a Mariangela Melato. Dal ritratto della madre, inflessibile sulle sue posizioni fino a rasentare anzi a cadere nel ridicolo, al padre sempre pronto a investimenti e operazioni apparentemente interessanti che finivano sempre male, compreso il suo mancato esonero dal servizio militare. Ogni tanto qualche considerazione sul mondo in cui si vive, ma veloce, senza voler dire niente di nuovo, ma comunque mai cadendo nello scontato. Straordinario il ritmo, sempre incalzante, senza neanche una piccola caduta, con pochi ma mai pesanti interlocuzioni per coinvolgere il pubblico. Più di un’ora di risate aperte, concluse e con un piccolo intervallo animati dalle canzoni di Romina Uguzzoni, cantante, coreografa, ballerina, nonché moglie di Paci.


lunedì 10 agosto 2026

E QUINDI USCIRE A RIVEDER LE STELLE

Pur essendo in un punto della Riviera ligure di Levante tra i più frequentati, non la conoscono in molti. La Chiesa Millenaria o Chiesa Vecchia è a Ruta di Camogli, vicino al bivio dell’Aurelia  che da Genova porta a S.Margherita, Rapallo, eccetera, della strada oltre la cancellata che va al monte di Portofino e a quella che porta a S.Rocco, piccolo borgo da cui si scende a Punta Chiappa. 





Costruita nel XII secolo in un poggio sullo spartiacque tra il Golfo Paradiso e il Golfo Tigullio la chiesa ha una forma particolare. All’originale pianta trapezoidale è stato affiancato un elemento rettangolare, corrispondente alla navata. Un tempo unica chiesa della zona ha funzionato come centro di accoglienza per viandanti e senzatetto. Nei secoli è stata varie volte rimaneggiata e restaurata. Tra i restauri più importanti, sicuramente, quello dopo un lungo periodo di abbandono, seguito all’incendio provocato dalle truppe di Napoleone. Interessante la torre campanaria alla fine della navata, curioso uno specchio, collocato su una porta esterna(in basso). Le messe si celebrano ancora, ma con orari molto particolari. Ogni tanto la chiesa viene aperta per eventi culturali di vario genere, organizzati dalle volontarie e dai volontari della vicina Biblioteca Millenaria. Ieri ce n’è stato uno dedicato all’astronomia. O meglio alle stelle e al "Destino del sole", in concomitanza con la mitica notte delle stelle cadenti, ma soprattutto dell’imminente eclisse di sole. A parlare, con il supporto di video, Daniele Carminucci dell’Associazione Ligure Astrofili Polaris APS, che ha collaborato alla serata. Finita con osservazione astronomica da potenti telescopi. Appena offuscata da qualche nuvola, che la vista, a occhio nudo, dei due golfi, e una leggera, deliziosa brezza, ha largamente compensato.  
Info: www.bibliotecamillenaria.it 

domenica 9 agosto 2026

UNA GOCCIA NELL'OCEANO

Quanto la location può avere influito sul successo e la gradevolezza dello spettacolo Oceano Okeanòs? Si sta parlando del monologo di Simone Regazzoni, ieri sera allo Scalo Demola di Pieve Ligure, ultimo della diciannovesima edizione di Scali a mare Pieve Ligure Art Festival, ideato e diretto da Sergio Maifredi. Una terrazza ricavata nella roccia a picco sul mare, circondata da una folta vegetazione. Un mare di microonde con luci lontane di navi, al tramonto e poi nel buio della notte illuminato da fari ben posizionati. 


 



Una scenografia speciale, ma non certo determinante o sufficiente per catturare l’attenzione di un pubblico coinvolto e affascinato. Per circa un'ora Regazzoni, docente di estetica, esperto di filosofia politica e della cultura di massa, nonché scrittore, ha raccontato la storia del mondo, attraverso il rapporto dell’uomo con l’oceano.  Un viaggio a ritroso nel tempo, partito dall'osservazione degli  astronauti dell'Apollo 17 nel 1972 che avevano visto e segnalato quanto l'acqua quindi mare e oceani, costituissero la parte dominante del nostro pianeta. Una rivelazione colta già cinquecento anni avanti Cristo dal filosofo Talete da Mileto e sostenuta poi dai grandi maestri della filosofia greca. Una narrazione seguendo un filo logico basato su scritti e detti che mettono l’uomo a confronto . Rivelazioni quindi straordinarie espresse con chiarezza, niente caduto dall’alto, o dato per scontato. La visione di un mondo dove il mare,l’oceano,l’acqua avvolgono l'uomo. La lucida spiegazione di come gli umani siano solo la minima parte di un tutto. Dove le differenze sono fittizie.  Un quadro sconvolgente ma non tragico, anzi se ben interpretato, che potrebbe essere addirittura risolutivo per un futuro migliore.  Soprattutto di questi tempi dove il potere, le disuguaglianze, la sopraffazione prevalgono.

mercoledì 15 luglio 2026

ARTE CHE VIVE

Sono svariate le componenti che confluiscono, in straordinaria armonia, nelle opere di Maria Cristina Carlini. Le due sculture esposte, fino al 30 agosto, a Palazzo Reale di Milano, ne sono una dimostrazione più che evidente. S’intuisce il rapporto diretto con la materia, e la mostra non a caso s’intitola Materie viventi. C’è quindi la conoscenza e la scelta dei materiali e la capacità di suggerire le lavorazioni.


                

C’è una poetica forte che coinvolge la cultura, l’osservazione, la fiaba, la mitologia. C’è una progettazione per cui le opere entrano in contesti diversi, senza imporsi ma caratterizzandoli fortemente. E poi c’è la fantasia,
 l’immaginazione. Non ultima, e non certo secondaria, l’attenzione all’ambiente e alla natura. Infatti Materie viventi è realizzata in occasione di Suart 2026, evento con un convegno internazionale sulla sostenibilità dell’arte. Che non significa solo l’uso di materiali di recupero, ma lasciare che la natura e i suoi mutamenti intervengano sulle opere stesse. Se si entra da Piazza Duomo la prima opera che si incontra è Bosco del 2012. Sono 19 elementi in ferro di un’altezza di circa 4 metri con trafori in alto da cui escono  dei rami “senza alcuna parvenza di fogliame…una sorta di natura morta incapace di sopravvivere all’intervento dell’essere umano” scrive il curatore della mostra Marco Eugenio Di Giandomenico. L’altra scultura, Filemone e Bauci del 2021, è invece posizionata nel giardino sul retro di Palazzo Reale. S’ispira all’omonimo racconto delle Metamorfosi di Ovidio. Sono due sezioni di tronchi di grandi alberi, di cui uno più grande, inseriti in cerchi metallici che si fondono in un certo punto. Nelle venature ci sono frammenti d’oro e di ferro, rispettivamente simboli di fragilità e di durata.  Parlano dell’indissolubilità dell’amore coniugale. Con Bauci che si trasforma in tiglio e Filemone in quercia “emblema di rettitudine morale e giustizia”. Due opere che parlano e, a seconda dell’ora e quindi della luce, raccontano storie diverse. L’ingresso è gratuito con orari da lunedì a domenica dalle 8 alle 20,30.