venerdì 29 maggio 2026

IL PARADISO SI PUO' COSTRUIRE

Incredibile come il Museo Rietberg di Zurigo, con una notevole  collezione permanente di arte extraeuropea, organizzi mostre  particolari, emozionanti e sempre con un messaggio e un forte contenuto sociale. Ora è in corso, fino al 6 settembre, Quasi un Paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea. Già dal titolo si può intuire che non è una normale mostra di foto relative a un certo periodo. Infatti, le foto di archivio sono solo il punto di partenza del lavoro di venti artisti da tutto il mondo. 

 



Tutti nati tra il 1974 e il 2000, con l’eccezione di due del 1967 e 1968. Uno di questi è il vietnamita Dinh Q.Lê, morto prematuramente nel 2024, la cui opera apre la prima delle quattro sezioni della mostra che ricostruisce archivi fotografici, per varie ragioni, soprattutto sociali e di guerre, andati distrutti o mai creati. E i suoi cubi Crossing the Farther Shore raccolgono immagini della vita quotidiana di famiglie vietnamite costrette ad abbandonare le loro case durante il conflitto (in alto). La seconda sezione parla di stereotipi di tipo razzista-coloniale. Ma in una forma ironica o, comunque, che mette in ridicolo un certo modo di pensare dei bianchi. Come Four Seasons di Wendy Red Star (USA) le cui immagini kitsch vogliono raccontare come i nativi americani vivessero il contatto con la natura (in alto). O ancora le foto recuperate del senegalese Omar Victor Diop di quadretti   conviviali anni ‘50 e ‘60, in cui si avverte sempre la presenza di un nero escluso. Sia perché il suo sguardo è da un’altra parte, sia perché non partecipa a una risata comune, ecc. Nella terza sezione gli artisti, in qualche modo, correggono le ingiustizie rivelate da vecchie fotografie. La svizzera Sasha Huber vuole riparare alle foto di un naturalista, che ritraeva uomini e donne schiavizzati nudi, rivestendoli, come per proteggerli, con abiti-armature scintillanti e importanti, applicati con graffette (in basso). La quarta sezione è quella che lascia più spazio alla fantasia degli artisti. Indicativa la mega installazione del francese Raphaêl Barontini. Con applicazioni, collages, disegni e foto stampate su una grande tenda a tutta altezza, racconta come una donna del Congo, Nobosudru, venuta in Europa in un viaggio organizzato da Citroên nel 1924-25, possa aver visto quel mondo così lontano dal suo modo di vivere. La foto della donna è vera. Una mostra da non perdere, anche per il magnifico parco che circonda il museo, particolarmente attraente in questo periodo. 

mercoledì 27 maggio 2026

SCULTURE DA INDOSSARE

Un filo dorato con pietra che “percorre” due dita di una mano. Una catenina "da battesimo" interrotta da conchiglie che, come collana, sale sul collo e diventa orecchini e poi arriva sulla bocca come un "bacio prezioso". Sono due dei gioielli di Arcangelo Bungaro esposti a Milano nelle vetrine e all’interno della Sartoria Bassani di via Gian Giacomo Mora, fino al 10 giugno. 



Definirli gioielli non è corretto, sicuramente è riduttivo. Sono piccole sculture da indossare con l’effetto finale di illuminare e dare valore a un viso, a una mano, a un polso, a un collo. Pugliese, classe 1969, Bungaro da anni vive a Parigi dove ha esposto anche al Palais Royal, con una collezione dedicata alla città. Ha iniziato lavorando nel mondo del design, della moda, della comunicazione. E forse per questo ha una formazione eclettica e una visione che esce dai confini del gioiello. Pur avendone colto il meglio dell’artigianalità. La sperimentazione è comunque il filo conduttore della sua attività. Che va dalla scelta delle forme a quella dei materiali. La maggior parte dei suoi gioielli sono in bronzo rivestito d’oro. Utilizza molto la ceramica per i ciondoli di orecchini, ma anche per vivacizzare un anello o una catena. La sperimentazione è pure nelle forme, ecco gli anelli “aperti” e fermati da due elementi in bronzo dorato o in ceramica che possono essere svitati e svelare un sigillo. Anche l’ispirazione è variegata e gioca un ruolo importante nella creatività. Da una parte guarda a gioielli e oggetti di secoli passati, dall’altra alla natura. Dall’anello per due dita con la forma di un ramoscello, di cui le due pietre simulano i fiori o le foglie, a due scimmiette che in un anello sostengono una pietra. ”Come la natura percorre le ramificazioni filogenetiche degli organismi viventi così le mie creazioni… sono un caleidoscopio di forme e colori che a volte non si somigliano ma ….hanno una radice comune” spiega. Altro particolare non trascurabile i materiali, ceramica compresa, sono testati con attenzione per garantire la resistenza in un’eventuale caduta. Creatività può far rima con funzionalità.   

martedì 26 maggio 2026

MA CAINO C'ENTRA?

Un thriller senza violenza, o almeno non nella forma più comune. Nessun assassinio sanguinoso, nessuna traccia di killer spietati. Eppure dietro una pluralità di pensieri, sentimenti espressi e inespressi, opinioni, ritratti c’è una materia tale da rendere Processo a Caino, il nuovo romanzo di Annalaura Giannelli (Mario Adda Editore), un thriller avvincente.  E soprattutto al di fuori da schemi già percorsi. Didascalico il sottotitolo, assolutamente in contrasto con il titolo incuriosente, Un nuovo caso per Andrej Lupo



Si limita a informare che c’è in ballo un delitto ed è in mano a "l'imperscrutabile" e ottimo detective Lupo. Un personaggio ben descritto già dai primi dialoghi, come la sua assistente Karina, bella, capace e dotata di poteri extrasensoriali utili nelle indagini. Tra i due si intuisce un rapporto che va oltre il lavoro, ma che di fatto non si sa e non si deve capire se porterà a qualcosa. Il morto è un famoso avvocato e importante docente cinquantenne, che viene trovato senza vita nel suo studio all’Università La Sapienza di Roma. Inizialmente si pensa a un infarto e poi si scopre che è stato avvelenato. Con il "tallio" un materiale usato nell’industria elettrica, che nel caso del morto deve essergli stato somministrato in varie fasi. Data la fama di grande severità, si pensa a una vendetta di qualche studente “maltrattato”, ma il tipo di avvelenamento premeditato fa escludere il delitto passionale. Non è facile trovare dei possibili colpevoli data la poca socialità dell’uomo, che divideva lo studio con il fratello e il padre, soprattutto il fratello, pronto a fornire ogni informazione. E poi un documento, trovato in cassaforte con uno scritto del morto sul biblico Caino, porta a seguire una pista che si dimostra vincente, anche se assolutamente inaspettata, ma non di un inaspettato ovvio. Svariati i riferimenti culturali che rivelano non solo l’avvocato Giannelli, ma la sua cultura e soprattutto la sua sensibilità.

domenica 24 maggio 2026

COMICITA' - UMORISMO: 10 PARI

Sembra semplice trovare il confine tra comicità e umorismo. Ma non lo è. Nei testi di Marcello Marchesi, scrittore, sceneggiatore, regista, paroliere, cantante, attore, ma soprattutto autore di programmi televisivi e radiofonici, il problema non si pone perché c‘è un perfetto mix dei due. Marchesi (1912-1978), forse per questo è considerato uno degli intellettuali più originali del dopoguerra. E lo spettacolo Marcello Marchesi-Con quella bocca può dire ciò che vuole al Teatro Gerolamo di Milano, ieri e oggi, ne è una delle migliori conferme.





Con la regia di Claudio Beccari, mette in scena gran parte del repertorio di Marchesi, benissimo interpretato, oltre che dallo stesso regista, dai bravi Marisa Della Pasqua, Valeria Falcinelli, Mario Scarabelli. Con le musiche originali e in armonia di Gian Luigi Bozzi al pianoforte. La scenografia è semplice, essenziale come l’abbigliamento, in bianco e nero. Eppure perfetto e identificativo dello stile dell’autore. E’ un susseguirsi di flash che ricordano alcuni dei suoi 4mila slogan “da caroselli” rimasti per tanti anni nel linguaggio delle generazioni di allora. Da "Contro il logorio della vita moderna" a "Il signore sì che se ne intende", fino a "Con quella bocca può dire ciò che vuole" diventato appunto parte del titolo, e legato a un’indimenticabile Virna Lisi. Non sono scenette, non si ricrea la situazione del "Carosello", ma basta qualche parola e subito arriva il richiamo alla battuta. Niente è scontato, si rievoca eppure è tutto attuale, nuovo, anche se molte di quelle frasi sono state veri e propri "tormentoni". Ogni tanto compaiono dei riferimenti precisi a Marchesi, come quei cartelli con solo il disegno di un cappello, di occhiali e di baffi, o nella scena finale le maschere con il suo viso sui quattro attori. Oppure, ancora, quel filo steso o l’ombrello aperto con appesi i pezzetti di carta per ricordare l’abitudine di Marchesi di appuntarsi frasi di vita quotidiana, sentite in giro, per farle diventare testi. Uno spettacolo davvero riuscito, applauditissimo dal pubblico della prima, con molti spettatori di quelle generazioni. Ci si domanda se potrà essere capito dai millennial.    

giovedì 21 maggio 2026

PERCHE' LA NOCE ?

Uno spettacolo teatrale che è anche un fumetto. Nei “classici” non è una rarità. Ma è piuttosto inconsueto se lo spettacolo è un monologo. Ancora di più se racconta la vita, e poi la formazione sociale e politica di una bambina-ragazzina e se, nella versione teatrale, chi racconta ed è autrice del testo è Barbara Apuzzo, proprio quella bambina-ragazzina qualche anno dopo. E comunque lo spettacolo prende, diverte, fa pensare, coinvolge, insomma è riuscitissimo. Ne sono una prova l’entusiasmo e gli applausi del pubblico al Teatro della Cooperativa di Milano dove ‘A noce, che ha debuttato nel 2005, è ora in scena fino al 24 maggio con la regia di Renato Sarti, Gianluigi Gherzi, Edoardo Favetti e la produzione del Teatro della Cooperativa.




Perché la noce? Perché riuscire a romperla è la sfida di un "pappicio", una specie di bruco nero che ci vive dentro, con cui Apuzzo, portatrice di handicap motorio, si identifica. E proprio come il bruco uscendo diventa farfalla, anche lei non solo è riuscita a valicare i limiti della disabilità, ma è diventata attrice, come voleva. “Che diritto avevo io ragazzina disabile di vedermi proiettata sul palcoscenico? Negli anni '90 non si vedevano attori con disabilità….E io non avevo modelli di riferimento. Ma ci ho creduto. Ed è andata bene” scrive. La narrazione ha un ritmo sempre sostenuto. L’autoironia è dominante, la commozione ogni tanto c’è, ma non esiste il compatimento, soprattutto non c’è mai la sua ricerca o la voglia di provocarlo. Irresistibili i dialoghi con medici e impiegati statali sulla disabilità, buffi i ricordi di frasi pronunciate dalla mamma, dal papà, dai fratelli, che lei definisce carcerieri, ma dai quali si intuisce il forte legame con loro. Lo spettacolo è assolutamente da vedere, se proprio non si riesce c’è il libro ‘A noce con l’introduzione e i testi di Barbara Apuzzo e i fumetti di Stefano Mura, Edizioni Sensibili alle foglie, società cooperativa.


mercoledì 20 maggio 2026

COSE DA MARZIANI

Si può capire come nel 1960 la commedia non avesse avuto successo, anzi la prima fosse stata addirittura un "fiasco", nonostante la presenza di attori come Vittorio Gassman e Ilaria Occhini. Perché Un marziano a Roma di Ennio Flaiano, ispirato a un suo racconto del 1954, era troppo avanti per i tempi. Era surreale ma non abbastanza per capirne l’ironia e soprattutto il ritratto di un certo mondo. Ora la pièce di Flaiano, in scena al Teatro Menotti di Milano da ieri al 23 maggio, non solo risulta attuale, ma descrive bene il disincanto e la superficialità di una società pronta a infiammarsi immediatamente per una notizia e subito dopo dimenticare tutto, senza alcuna paura di contraddirsi.



La storia è quella di Kunt, un marziano che atterra sulla sua astronave a Villa Borghese, a Roma. L’evento fa grande scalpore, il personaggio è accolto con tutti gli onori, perfino dal Presidente della Repubblica. E’ ammirato, tutti vorrebbero conoscerlo. La sua venuta viene vista come risolutiva, come la promessa di un futuro migliore. Nel giro di poco tempo l’entusiasmo non solo si spegne, ma il marziano viene criticato, preso in giro, deriso, ridicolizzato. Nessuno si interessa più a lui e perfino il suo ritorno a Marte, dopo neanche tre mesi, riesce a fare notizia. Sicuramente a rendere surreale, ma nello stesso tempo realistica, la storia è la bravura di Milvia Marigliano, unica interprete. Sola sulla scena,in completo maschile, si trasforma in vari personaggi, comparse per lo più, che commentano in italiano, ma anche in romanesco, l’avvenimento. Il ritmo è sempre sostenuto e la comicità forte, ma pure capace di dare spazio alla riflessione.

martedì 19 maggio 2026

INTELLIGENCE FASHION

Ci sono grandi cambiamenti nella moda. Dovuti, oltre alla normale evoluzione, agli avvenimenti esterni e a quello che succede nel mondo. E’ indicativo che il film, in questo momento di maggiore successo, Il Diavolo veste Prada N°2 pur mantenendo gli stessi protagonisti e raccontando lo stesso ambiente, parte da un punto di vista molto diverso dal N°1(nella foto in basso le vetrine della Rinascente di Milano dedicate al film). Sono passati vent’anni, ma il cambiamento non è dato solo dal tempo. Il mondo della moda è sempre più attento a quello che succede intorno. Più pronto a cogliere le opportunità o trovare il modo per coglierle, più vicino ai desideri, anche nascosti, dei consumatori. Lo studio del mercato è sempre più importante. E non è come nello scorso secolo che nei periodi felici (v.boom e anni 80) il nero era il colore preferito, mentre nei periodi più problematici, ci si rallegrava con i colori forti e vivaci. 





I problemi ora ci sono e non si risolvono così. Da qui varie iniziative. Come quella di ACBC, brand nato nel 2017 per la produzione di scarpe, tra i primi a individuare i cambiamenti in atto. Da cui il nome, l’acronimo di Anything can be changed. Tra i primi anche a utilizzare materiali riciclati da bottiglie di plastica o dagli scarti delle coltivazioni di mele. Ma ora ha ampliato il suo progetto e ha inaugurato a Milano un Innovation Hub, per mettere l’innovazione al servizio dei brand di moda, dalle scarpe all’abbigliamento, agli accessori. Con un team interno di otto persone e la collaborazione di esperti del settore tessile, pelli, materiali in genere, offre una consulenza, sulle tre fasi della produzione. Dalla Strategy Consulting per aiutare nelle strategie di crescita e nell’integrazione della sostenibilità. Al Supply Chain Managed Services per accompagnare i brand nella creazione di prodotti e nell’industrializzazione. E, infine, il Marketing & Communication per trovare il posizionamento e farsi conoscere. Ma c’è anche chi come Levi’s vuole avvicinare sempre di più il mondo del denim al design. Ha dato vita a Milano a una Milanese House for creative souls, più che uno showroom, uno spazio dove i mobili e i complementi d’arredo dei più famosi designers italiani degli ultimi 80 anni dialogano con i suoi prodotti. E’ancora il denim a essere in primo piano nei progetti intelligenti. Ecoalf, che ha festeggiato nel 2025 i dieci anni d’attività con più di 14 negozi nel mondo, ha lanciato i primi jeans ecologici. Di due modelli, più a sigaretta per lui, con la gamba di uguale larghezza e la vita alta per lei (in basso a sinistra) entrambi anche genderless, sono in materiale riciclato al 100% e riciclabile (come tutto da Ecoalf. Oltre 4300 pescatori in 74 porti hanno raccolto più di 1900 tonnellate di rifiuti dai fondali marini) usano pochissima acqua per la produzione. Ma c’è anche un altro modo per essere rispettosi dell’ambiente e quindi “intelligentemente attenti” ai cambiamenti. Raffaela D’Angelo nella sua collezione beachwear “inno al romanticismo e al saper fare italiano” propone costumi (in basso a destra), copricostumi-abiti, camicie con stampe ispirate ai fiori di Monet, piuttosto che a temi esotici, in sete, chiffon e altri nobili tessuti naturali, che pur rinnovandosi ogni stagione, nelle lavorazioni, per la maggior parte a mano,  sono pronti a una lunga durata nel tempo. Un’altra forma intelligente di sostenibilità.

martedì 12 maggio 2026

LE GIOIE DI LUI

Chi non ha visto la mostra sarà tentato di andarla a vedere e chi l’ha vista sarà ben contento di avere in quel libro un validissimo ricordo. Si sta parlando di The Gentleman. Stile e gioielli al maschile presentato a Milano, proprio a Palazzo Morando dove, dal 17 gennaio al 27 settembre, è in corso la mostra, con lo stesso titolo, a cui si è ispirato il volume.  



Curato da Mara Cappelletti, docente all’Università Statale di Milano e autrice di diverse pubblicazioni sul tema, è edito da White Star. Cappelletti ne ha illustrato il contenuto in dialogo con il filosofo Beppe Vicenti che, studioso dell’evoluzione dei mercati e dei sistemi di scambio, ha dato una lettura contemporanea del gioiello maschile. Il racconto, segue il percorso temporale della mostra, dal Settecento a oggi. Si parte quindi da quel secolo con gioielli simbolo di potere ed esclusivi delle classi aristocratiche, come anelli a sigillo, fibbie, pendenti. Si prosegue con l’Ottocento dove le decorazioni sono più misurate e il gioiello deve essere funzionale: ecco quindi gemelli, spille da cravatta, catene da orologio. Più che testimoni di potere e ricchezza diventano simbolo di eleganza e appartenenza culturale. Il percorso si conclude con i gioielli contemporanei, nei quali “l’uomo riscopre la libertà di ornarsi senza condizionamenti”.  Sono firmati da importanti maison come Buccellati, Bulgari, Cartier, Damiani, ma anche da creativi artigiani. Con schede redatte da Diletta Sordi, esperta di comunicazione, che costruisce un dialogo tra “heritage, linguaggi contemporanei e posizionamento estetico”. Interessanti le illustrazioni, dagli still life di preziosi ai ritratti di personaggi, più e meno noti, del passato con gioielli particolari.
   

domenica 10 maggio 2026

FABBRICO, DUNQUE C'E'

Quante persone alla parola "fabbrico" pensano che sia qualcosa d’altro che la prima persona del verbo "fabbricare"? Sicuramente 6800, ma non molte di più. E invece Fabbrico è anche un paese in provincia di Reggio Emilia, con appunto circa 6800 abitanti. Lo racconta Massimiliano Loizzi in uno spettacolo, al Teatro della Cooperativa di Milano fino al 17 maggio, dal titolo: Fabbrico. Storia di un paese antifascista. E, da quanto annuncia il sottotitolo, un paese con una storia importante. Un vero esempio di socialismo "nel senso buono della parola", difesa delle libertà, ma anche resistenza, eroismo, valori della comunità. 



Di profilo sul palcoscenico, Loizzi, autore del testo e con una presenza scenica incredibile, parla di Fabbrico. In parte è un monologo, in parte è in un dialogo tra l’autore di una storia su Fabbrico e un produttore che vuole trarne una serie televisiva, ma con i dovuti cambiamenti per l’audience. E si capisce subito che vuole togliere tutto quello che è lo spirito del paese, per farne una storia senza impegno. Nella narrazione di quei cent’anni, che vanno dall’inizio del secolo al fascismo, al dopoguerra fino al 2012 con i misteriosi cerchi comparsi nei campi di grano, Loizzi si avvale di veri filmati in bianco e nero. Ma con intromissioni di pezzi creati ad hoc. “Non è un ricostruzione storica classica ma uno spettacolo meta-teatrale in cui l’autore appare come un narratore in piena crisi personale e politica” è scritto sul comunicato. Si parla di un certo Giovanni Landini, dell’introduzione del motore a scoppio con conseguente trasformazione di Fabbrico da paese contadino in paese anche industriale (appunto con la Landini produttrice di trattori), con scolarizzazione, asili nido, una fabbrica modello e poi tutte le azioni contro il fascismo, gli atti di eroismo (il primo antifascista ucciso era di Fabbrico), i falsi sabotaggio della fabbrica per evitare il bombardamento, l’aiuto agli ebrei perseguitati. Tutto è raccontato velocemente, ma ben drammatizzato con confronti, ogni tanto, sull’attuale situazione. Ed è in questi che il filo dell’ironia, sempre presente, diventa comicità. 
Uno spettacolo ben costruito, che sorprende, insegna, informa, diverte. Dal 26 e al 31 maggio Fabbrico sarà a Torino all’OffTopic Torino Fringe Festival, il 13 giugno a Verona-GForte Santa Sofia One Bridge To Festival. Il seguito del tour è in via di definizione.

 

venerdì 8 maggio 2026

ATTENTI AL GORILLA

E’ l’artista francese contemporaneo più venduto al mondo, eppure sono in molti che hanno “scoperto” Richard Orlinski nel recente Fuorisalone milanese. La sua opera, un enorme gorilla rosso, realizzato per Fidenza Village, era esposto nel cortile della Università Statale. Da ieri fino al 23 maggio si possono vedere svariati suoi lavori nella mostra Richard Orlinski:The wild Kong Invasion alla Galleria Deodato a Milano.

    

Sicuramente il gorilla è l’animale più emblematico dello zoo dell'artista, ma è un gorilla particolare, come annuncia il titolo dell’esposizione. E’ ispirato  all’iconografia di King Kong. Come gli altri animali, pantera e coccodrillo, simboleggia il concetto di "Born Wild". Con queste sculture Orlinski non vuole parlare di animali quanto esplorare gli impulsi alla base della violenza umana. Ponendosi e ponendo la domanda su chi sia più selvaggio fra l’uomo o la bestia.  Le opere sono realizzate in materiali vari, la maggior parte in una speciale resina, con sfaccettature che aiutano a evidenziare la forza e la ferocia delle bestie. Oppure in metallo dorato e traforato, come la pantera. I colori sono sempre molto definiti, rosso, bluette, ma anche rosa e grigio, in uno stile pop, che prevede anche scritte, stampe e accostamenti di tonalità in contrasto. Tutti gli animali hanno la bocca aperta, con la dentatura in evidenza, pronti all’attacco. L’aggressività del gorilla è “raccontata”, oltre  che dalle fauci che sembrano annunciare un urlo, dalle braccia alzate, in posizione  per colpire o per sostenere delle botti, da usare come arma impropria.  

IL MISTERO E' SEMPRE VIVO

E’ un momento di remake: film, teatro, perfino mostre e libri. Non sempre sono vincenti, ma spesso sulla valutazione negativa gioca una certa prevenzione. Per Mistero Buffo con Lucia Vasini, al Teatro Menotti di Milano fino al 17 maggio, non c’è e non ci deve essere. Certo, si sta parlando di un classico portato in scena per celebrare il centenario della nascita di Dario Fo, suo autore insieme a Franca Rame. Ma la personalità e la presenza sul palcoscenico di Vasini è tale che non porta al confronto. Diventa uno spettacolo a sé, grazie anche alle luci, solo apparentemente essenziali, di Mattia De Pace e perfino ai costumi di Pamela Aicardi, a metà fra l’abbigliamento attuale e il costume. 


La comicità è perfettamente mantenuta, senza mai abusarne. Conservato lo spirito che richiama i giullari medioevali, ma mai calcato. “Una potente antologia dell’affabulazione popolare in cui ironia, impegno e racconto si intrecciano" è scritto nella presentazione. Ed è questo perfetto mix che cattura il pubblico e soprattutto rende lo spettacolo ancora attuale, anche se le tematiche dal 1969, anno di nascita di Mistero Buffo, sono state varie volte affrontate e riprese su altri palcoscenici. Tre i monologhi scelti, originariamente interpretati da Franca Rame. In La nascita di Eva la comicità è immediata, si ride forse di più. Maria alla croce  è più inaspettato, stupisce, l’ironia è dominante anche se più sottile. La Parpaja Topola, preso da una storia del 1200, è sicuramente il più “boccacesco” e non solo per l’originale a cui si è ispirato. Narra la vicenda di un capraio ingenuo “intortato” dalla bella Alessia in combutta con il prete suo amante e con la madre Volpassa. Ripetuti e meritatissimi gli applausi alla prima, compreso quello richiesto da Lucia Vasini per Dario Fo.  

mercoledì 6 maggio 2026

METTERE IN MOTO LE EMOZIONI

E’ già alla seconda ristampa Vespiste e Motocicliste di Paola Scarsi, uscito a novembre del 2025, pubblicato da Erga Edizioni. Sulla copertina rossa, sotto il simbolo dell’infinito, il sottotitolo Donne con una marcia in più. Che è molto di più di una battuta, dato l’argomento, ma non ha nessuna connotazione femminista/aggressiva. Come scrive nella prefazione Giovanni Copioli, presidente della FIMI Federazione Motociclista Italiana, che è patrocinatore del libro: “Non troverete desiderio di rivalsa, ma consapevolezza. Non troverete vittimismo, ma forza. E soprattutto un messaggio potente e diretto: Ce l’ho fatta io, puoi farcela anche tu”. 



Un concetto ribadito anche dall’autrice nell’introduzione, in cui ringrazia tutte le donne delle due ruote che hanno raccontato la loro storia. Donne molto diverse tra loro, per tipo di vita, famiglia, professione, studi, per le quali le due ruote, dalla piccola Vespa 50 alla rombante Moto 1200, hanno avuto un significato speciale.  Dalla prima, Alessandra (classe 1992), che fa il carrozziere, a Christa Solbach nella postfazione (classe 1936), conosciuta come "la signora della Vespa" per aver partecipato a tutti i raduni internazionali. Da Irene, unica donna in Italia meccanica per moto e auto, a Tiziana che dipinge veicoli a motore soprattutto moto e scooter anni ’50 e ’60. Commercialiste, medici, mamme, titolari di azienda, fotografe, pianiste, cartografe, insegnanti, impiegate nel turismo. Molte fanno parte di club di moto, hanno partecipato a gare o viaggi particolari. Chi è stata “iniziata” alla moto dal padre, chi per caso. Ognuna ha una storia tutta sua da raccontare. Chi ha partecipato a rally, chi ha attraversato la Patagonia in moto. Chi viaggia in gruppo, chi da sola come l’autrice, giornalista e fotografa, che ha scritto il libro appena tornata da un viaggio in solitaria di 8 giorni verso la Provenza.  In tutte le testimonianze, sempre sincere e senza giri di parole, si sentono le emozioni provate, i dubbi, la curiosità, ma sempre l’entusiasmo e la soddisfazione di quello che si è fatto. Senza nessun spirito di rivalsa, né nei confronti degli uomini, né di altre donne. Se mai una spinta a fare lo stesso. Ma quasi inconsapevole, e soprattutto senza farlo cadere dall’alto. Particolare interessante: il libro, come è scritto nella prima pagina, "è stampato su carta ecologica che non proviene da foreste primarie. Per non disturbare troppo gli alberi".

lunedì 4 maggio 2026

A CIASCUNO IL SUO

Tra le svariatissime proposte del Fuorisalone, appena concluso, vale la pena citare la mostra dell’architetto brasiliano Henrique Steyer (nelle foto). Si potrebbe definire "una mostra diffusa", in quanto i sei oggetti, progettati da lui o dal suo studio, sono distribuiti nelle vetrine dei negozi e all’interno di locali situati in Galleria Vittorio Emanuele e nelle vie intorno. Tutti questi luoghi fanno parte delle botteghe storiche milanesi e rientrano nel progetto firmato da Elisabetta Invernici e Alberto Oliva Nelle botteghe di Galleria & Friends.






Rappresentano un interessante accostamento di tradizione e novità. Di diverso tipo gli oggetti o i mobili, che in qualche modo ribadiscono l’eclettismo di Steyer. Si va da quelli con una precisa utilità a quelli “di fantasia”. Ecco la sedia Vittorio, con struttura metallica e rivestimento in pelle naturale e tessuto
 e una funzionalità contemporanea, presentata ufficialmente alla mostra della Galleria. Esposta da Cadé, un nome d’eccellenza per le cravatte, fondato nel 1852 da Paolo Biffi, confettiere del re. Rievoca gli anni 60 e il modernismo la poltrona Alento da Guenzati in Via Agnello, il negozio più antico di Milano, con una selezione di tessuti e maglieria british. Si chiama Patricia il tavolino-sgabello in legno massello, essenziale, funzionale, senza tempo. Da Noli Tabacchi, che dal 1927 tiene viva la cultura del fumo di alta qualità(in alto a destra).  Un porta candele in marmo che simula un fiore di cui ogni petalo è lavorato singolarmente. E'un invito alla contemplazione e al relax, perfetto per essere esposto nella mitica, novantenne Libreria Bocca (in basso a sinistra). Non ha una funzione pratica, ma “restituisce un significato” alla materia di cui è fatto, il legno recuperato, il totem nel Ristorante Galleria, che dal 1968 accoglie artisti, musicisti e cultori di musica per i dopo Scala. Ogni pezzo porta con sé il DNA della foresta e l’anima di chi lo ha realizzato (in alto a sinistra). Non ha una funzione ma aiuta a sensibilizzare sulla tutela della natura, o meglio della fauna, la statuina d‘oro del macaco. Fa parte di una serie ispirata agli animali in via di estinzione. Non poteva trovare migliore collocazione che nelle vetrine della Gioielleria Cielo, in Piazza Duomo(in basso a destra).

giovedì 30 aprile 2026

CAOS NELLO SPAZIO (VITALE)

Un vero peccato che sia stato in scena solo quattro giorni, e domani sia l’ultimo. Lebensraum, in prima milanese al Teatro Menotti della olandese Jakop Ahlbom Company, è davvero uno spettacolo unico e straordinario. Tutto si svolge in quello che potrebbe essere un miniappartamento, appunto uno “spazio vitale” (Lebensraum in tedesco) abitato da due uomini, interpretati da Jakop Ahlbom (svedese di nascita, ma olandese dagli anni 90) che dà il nome alla compagnia ed è autore e regista dello spettacolo e da Reinier Schimmel.  



Ogni mobile ha almeno una duplice funzione. Il pianoforte diventa letto, la libreria nasconde un frigorifero. Sul tavolo, dove i due mangiano, piccole carrucole portano dall’uno all’altro cibo, bottiglie, piatti. L’ambiente ha una tappezzeria in cui si mimetizzano, vestiti dello stesso tessuto a righe, i due musicisti della band olandese Alamo Race Track, che accompagnano con sonorità pop-rock. Ma c’è anche una trama e, infatti, dopo i primi momenti in cui due sono soli entra in scena una bambola, l'ottima Silke Hundertmark, che dovrebbe occuparsi delle pulizie. Ma per quanto robot, ha un suo pensiero e nessuna intenzione di coprire quel ruolo. Anche se le mettono in mano secchi, stracci, scope. A questo punto lo scompiglio cresce. Dietro gli armadi si aprono dei passaggi segreti, gli specchi diventano finestre da cui i tre passano con salti acrobatici per ritrovarsi poi, a sorpresa, in una cassapanca da cui escono con un balzo. Il tutto in pochi minuti. Gli inseguimenti continuano, il caos è totale, ma si intuisce un innamoramento dei due per la bambola che diventa oggetto da contendere. Il ritmo è frenetico, i tre riescono a raccontare con i movimenti molto più che con le parole. E la musica si adegua perfettamente alla situazione. Alla fine dello spettacolo gli applausi sono fortissimi e prolungati, tanto da obbligare i cinque artisti a uscire a ringraziare più e più volte.

mercoledì 29 aprile 2026

IL COLORE DEGLI ANNI


I colori sono importanti nella moda, ma come si scelgono? Perché ora si parla continuamente di burgundy, che è poi il bordeaux (riferimento al vino e non alla città)? Perché un colore viene identificato con il nome di uno stilista, vedi Rosso Valentino? Perché il nero ha dominato per anni, tanto che dopo si è parlato di certi colori come del “nuovo nero”? L’argomento è stato il tema dell’incontro di ieri all’Hotel NH Collection di Via Tarchetti, a Milano. Relatore Eugenio Gallavotti, giornalista con un importante curriculum in riviste di moda e docente all’Università Statale e allo Iulm di Milano (nella foto Gallavotti con alle spalle un ritratto di Balenciaga). 



“La moda è uno dei modi di reagire a quello che succede intorno. Nei periodi di benessere privilegia colori sobri e forme rigorose, in periodi difficili punta a un tripudio di colori” così ha esordito Gallavotti, parafrasando, in un certo senso, il sottotitolo del suo libro “Quando siamo poveri la moda è ricca. E viceversa”(La teoria dei colori. Stile & Società a contrasto, edito da Franco Angeli). Ha quindi individuato, fra il secolo scorso e oggi, quattro periodi. Nei cupi anni tra le due guerre e durante l’ultima, Elsa Schiaparelli inventa il rosa shocking, Ferragamo nel 1938 crea il sandalo Rainbow con zeppa in sughero rivestita di camoscio nei colori dell’arcobaleno. Negli anni 60 del boom, il nero trionfa, spopola il tubino nero. Per Balenciaga, uno dei couturier più famosi del momento, è addirittura un’ossessione. Il nero ritorna seguitissimo nei “felici” anni 80. Perfino le foto delle pubblicità di moda sono in bianco e nero. Dal 2008, con il crollo di Lehman Brothers, inizia il periodo tenebroso, che dura ancora ora, e i colori ritornano. Gallavotti cita Miuccia Prada con “It’s time to be bold”, un invito a osare. Ci sono eccezioni, “...perché le collezioni spesso partono da un concept che può essere un luogo, un periodo storico o un certo tessuto”. Spiega Gallavotti sollecitato da un pubblico particolare e non solo perché in prevalenza femminile. L’incontro fa parte di una serie di appuntamenti che quasi ogni mese organizza Inner Wheel, su argomenti di interesse generale e soprattutto sociale. Ma è una minima parte di quello che fa questo club dalla lunga storia. Nato ufficialmente nel 1924 in Inghilterra, dalle mogli dei rotariani, che con i mariti in guerra avevano preso in mano i club e deciso di crearne dei nuovi indipendenti, al femminile, con lo stesso simbolo della ruota da cui hanno preso il nome. Gli Inner Wheel club nel mondo ora contano circa 120mila iscritte. In Italia sono molti, di cui svariati a Milano. Quello che ha organizzato l’incontro è l’Inner Wheel Club Milano Sempione. Si propone, oltre che di rafforzare l’amicizia tra le socie, di supportare i giovani nel sociale. Così “Dal Bullo al bullone” per inserire i ragazzi, usciti dal Carcere minorile Beccaria, nel mondo del lavoro. Affiancando gli adolescenti negli studi per combattere l’abbandono scolastico. O ancora combattendo il bullismo nelle scuole elementari, da cui l’istituzione delle famose panchine gialle. 

lunedì 27 aprile 2026

SEGUIRA' DIBATTITO

Difficile fare un commento finale su quello che si è visto al Fuorisalone. Si possono dare dei numeri, per vedere l’incremento di presenze rispetto allo scorso anno, specie quello dei visitatori stranieri, enumerare i progetti e gli allestimenti più visti. Ma è impossibile fare una sintesi o dare un giudizio generale. I punti fermi sono le lunghissime code, l’impossibilità di camminare per le strade o all’interno dei palazzi, dei giardini, dei cortili con le esposizioni. Dove la gente sembra più interessata a farsi dei selfie che a leggere le didascalie per “capire” le installazioni. Forse nell’entusiasmo, nel divertimento, nella sorpresa dei bambini si può avvertire il riconoscimento per il lavoro fisico e di pensiero che c’è dietro. 



Non è facile rendere artistica un’esposizione di arredi per bagno. Patricia Urquiola, ci ha provato con successo. Ed ecco nella hall del Gran Melia Palazzo Cordusio l’installazione scultorea Balcoon-Scapes che mette insieme ed esalta i vari elementi e i materiali rendendoli dei totem. E’ un racconto che parte dalla serotonina, il cosiddetto ormone della felicità, l’installazione di Sara Ricciardi per American Express. Nel loggiato della Pinacoteca di Brera enormi forme gonfiabili si dilatano e si muovono, accompagnate da suoni, con un ritmo lento, vicino al battito cardiaco (in alto). Missoni celebra The slow art of craft, un elogio all’artigianato e alla sua lentezza. E lo fa mettendo al centro del salone di Via Solferino la mitica macchina tessile Caperdoni in attività. Seduti sui divani intorno, è un piacere vedere il movimento lento e continuo con i fili "densi" di lurex che compongono una lunga, luccicante striscia di tessuto. Di cui sono fatti i divani, i pouf, gli abiti da sera sui manichini, e gli orsacchiotti di varie dimensioni, collocati tutt’intorno. Arte fruibile quella presentata da Amini in collaborazione con R & Company per la seconda edizione di Woven Forms. Sono tappeti, pezzi unici, interpretati da nove artisti e interior designer(in basso a sinistra).  Ma ci sono state anche mostre d’arte non legate al design. Come Eggs l’opera di Piero Figura tra la pop art di Andy Warhol e certe immagini surrealiste di René Magritte. In scena allo Studio Déco Gallery in Via Santa Maria alla Porta (in basso a destra). O il Giardino Alchemico di Julie Hamisky alla Casa d’Aste Pandolfini. Un giardino dove i fiori, e non solo, brillano di luce propria.

sabato 25 aprile 2026

LE FINESTRE SUI CORTILI


Come sempre, il Fuorisalone milanese all’Università Statale, ideato e coordinato dalla rivista Interni, incuriosisce e affascina.  Per la varietà, la spettacolarità, ma anche i contenuti e i messaggi. Certamente aiutato dalla “splendida cornice” del Cortile d’Onore, dei porticati, dei piccoli cortili laterali. Difficile descrivere a parole, impossibile con la fotografia renderne la suggestione. Non semplice neanche suggerire un percorso, perché ogni installazione è un fatto a sé, anche se tutte sono legate da un filo conduttore preciso. “I progettisti sono chiamati a interpretare la materia come processo creativo in cui il rigore tecnico si traduce in espressione e valore culturale”. Si riscontra nell’allestimento con lo yacht, come in quello con la lattina di pomodoro o con il parmigiano. 



Ecco esposta in uno dei settecenteschi cortili laterali, realizzata dai cantieri Sanlorenzo, su progetto di Piero Lissoni, “l’anima” di uno yacht, costituita da elementi trasversali in metallo, per rendere il volume della barca, e con un tessuto trasparente che ricopre il tutto, oltre a una pedana, su cui passeggiano i visitatori, che corrisponde alla linea d’acqua. House of Polpa è un’architettura tubolare costruita con ventimila lattine di polpa di pomidoro Mutti: una struttura edibile che, smontata, può entrare nelle cucine di casa. Di grande attrazione nel Cortile d’Onore, l’allestimento del Consorzio del Parmigiano Reggiano firmato da Paola Navone e Cristina Pettenuzzo per Otto Studio in collaborazione con Studio Azzurro che ha creato il progetto sonoro.  E’ un’arena con un rivestimento dorato che riproduce la scritta sul parmigiano, con all’interno un “bosco” di utensili da cucina "dominati" dalle grattugie (in alto a destra). Non c’è un’azienda dietro, ma un pensiero forte, legato al momento, nell’installazione in mezzo al prato del Cortile d’Onore, dal titolo Mater. L’ha progettata Alessandro Scandurra che “ha conosciuto la guerra da bambino in Libano e oggi l’ha incontrata lavorando alla ricostruzione delle scuole in Ucraina”. Sono macerie di palazzi distribuite ad anello, simbolo di protezione e accoglienza che una madre può dare (in alto a sinistra).  Parla di pace, di compassione, di condivisione Regeneration, scultura piramidale in ceramica policroma che s’incontra appena si entra. Di Bertozzi & Casoni riproduce un gorilla con in grembo un capriolo e le mani aperte a chiedere ascolto e pietà (in basso a destra). Mostra i lunghi canini e sembra gridare minaccioso l’altro gorilla in resina rossa, all’angolo del Cortile d’Onore, tra le piante. E’ Wild Kong dell’artista pop Richard Orlinski in collaborazione con la galleria Deodato Arte per Fidenza Village. In realtà la sua non è aggressività, ma è dimostrazione di vulnerabilità, "tra istinto e coscienza" (in basso a sinistra). Molto apprezzata al Portale Sud la cornice con scatole dello scatolificio Lotti rivestite nelle carte pregiate di Kartos. E’ un progetto di Alessandro Enriquez e la scatola è la metafora di attesa e scoperta.

venerdì 24 aprile 2026

LA CREATIVITA' SI FA IN TRE

Stupirsi, meravigliarsi, anche divertirsi. Questo è quello che, in questi giorni di Fuorisalone milanese, si prova appena entrati al Superstudio Più di Via Tortona.  Un salone, che era ed è ancora  dedicato al design, diventa qualcosa di speciale. Sofisticato, raffinato, intellettuale, veicola e trasmette idee e spinge a pensare al futuro in modo positivo. Per questo a qualsiasi ora del giorno e della sera è affollatissimo, di giovani e non solo.  Normale che sia stato immediato il successo prima del Superstudio Maxi aperto alla Barona nel 2020 ed ora del Superstudio Village alla Bovisa, nato dalla riqualificazione dell’ex Trafileria Lombarda, con una ristrutturazione che ha preservato il 75% della struttura originale. 


 
                                

Nonostante non sia semplicissimo da raggiungere, ieri sera all’apertura ufficiale era pieno di gente. Superplayground il tema, dedicato ai nuovi creativi e alla sperimentazione. Qualche esempio? L’enorme installazione con teli di mongolfiere che formano una galleria surreale di Lousy Auber e parlano di riciclo (foto in alto). L’attaccapanni, un tempo si chiamava "servo muto", riveduto e "umanizzato" di Ayca Yilma. Le poltrone salvagente di Federica Ciotola, l’installazione-immersione nel visual design. Al Superstudio Maxi per il tema SupercityGiulio Cappellini racconta una città ideale con i Living Divani di Piero Lissoni, i totem di Flavio Lucchini e le sculture in corten, acciaio, legno di Maria Cristina Carlini, ospite fissa di Superstudio Più. Tutto comincia comunque dal Superstudio Più di Via Tortona con Supernova che riunisce le grandi firme del design internazionale. E qui lo spettacolo è grandioso. Da Dissuader, l’enorme piccione di Franco Perrotti che accoglie all’ingresso, al debutto di Re.Circle.  Sul Roof, accanto al Terzo Paradiso con i cerchi magici di Michelangelo Pistoletto e le bambole di Flavio Lucchini, interessanti proposte di designer, poeti, performer, artigiani. Come i poetici e, apparentemente, minacciosi personaggi creati con scarti di cantieri da Alberto Zanoletti, giornalista e artista (foto al centro). Tra i grandi espositori Marcel Wanders che torna dopo 25 anni “dove tutto è iniziato” cioè al Superstudio Più con uno spazio di 1000 metri quadrati dedicato al suo brand Moooi, popolato di alberi luminosi (foto in basso), poltrone in peluche, sedie “parlanti” e un bosco di abeti natalizi. Non poteva mancare Lexus con Space, un vero spettacolo di videoarte. Dove la nuova auto LS Concept diventa il pretesto per interrogarsi sul movimento, non più solo uno spostamento da un luogo a un altro, ma un percorso fatto di emozioni e riflessioni. Gli studenti di quattro università, in Portogallo, in Svezia, a Tokyo e il Politecnico di Milano presentano i loro plastici. Next 125, colosso delle cucine d’autore, con l’installazione Unfold di Ankon Mitra, architetto e scultore originario di Delhi, esempio di “oritecture” fusione di origami e architettura.  Uscendo dal Superstudio, su via Tortona in direzione Porta Genova, impossibile non notare il negozio di Avalon con i coloratissimi pouf, "gli unici al mondo", dice un cartello, con braccioli. Chissà se sarebbero riusciti a non far cadere Fantozzi?

 


giovedì 23 aprile 2026

VARIAZIONI SUI TEMI

In questi giorni basta fare qualche passo per le vie di Milano, e non solo nel Quadrilatero, per vedere come il design possa essere comunicato in svariati modi o anche diventare il veicolo per farsi notare. 



Dior, in via Manzoni, propone i suoi accessori su finte torte che diventano oggetti di design. Parosh, in Corso Venezia, tra i suoi capi dai tagli asimmetrici, introduce le lampade colorate di varie dimensioni di George Sowden e le opere in fil di ferro di Antonino SciortinoValextra, in via Manzoni, in collaborazione con Object of Common Interest, studio di architetti greci basati ad Atene e New York, evidenzia i punti forti della maison. Ed ecco all’interno una grande struttura in gomma e tondeggiante, con linee morbide in contrapposizione, o meglio in dialogo, con i piedestalli in marmo bianco, su cui sono posate borse varie. Neri, in materiale plastico anche gli sgabelli. Gli stessi elementi si ritrovano accostati nelle vetrine(foto al centro). In linea con le installazioni le due edizioni limitate della borsa Iside, create per la Design Week. Kartell trasforma i marciapiedi di via Turati e quasi l’intera Via Carlo Porta in una discoteca con mega Dj set, per presentare Le Stanze di Kartell. All’interno del negozio costruisce un percorso con tutti i locali di una casa, bagno padronale, bagno degli ospiti e spazio outdoor, ovviamente al chiuso, compresi. Ognuno caratterizzato dai suoi pezziforti. Viste dall’esterno, attraverso le vetrine, ”le stanze” danno al passante l’idea di “frammenti di vita domestica”(foto in basso). Cappellini, oltre i nuovi pezzi, propone un rinnovamento di quelli iconici. Aggiunge il marmo bianco o nero alla scrivania Lochness di Piero Lissoni. Marmo colorato anche per il tavolo Giunto di Antrei Hartikainen. Impreziosisce le finiture dei tavolini Gong di Giulio Cappellini e aggiunge nuovi colori forti per la mitica poltrona Peacock di Dror (foto in basso). Il design racconta la storia di un Paese, la Polonia, nelle due mostre di Visteria Foundation al 16° piano della Torre Velasca. Impossibile non distrarsi per la vista spettacolare che si gode dalle finestre, disposte sui quattro lati dell’edificio. Ma anche le storie dietro alle due mostre catturano l’attenzione. Una è dedicata a Jorge Zalszupin (1922-2020) sopravvissuto all’Olocausto ed emigrato in Brasile, dove costruisce case e pezzi d’arredo ispirati a Le Corbusier e caratterizzati da un forte rigore.  La seconda mostra illustra il modernismo polacco, anche questo rigoroso, adatto ai modi di vivere e le difficoltà di un Paese. 

mercoledì 22 aprile 2026

DESIGN A PALAZZO

Il Fuorisalone rivela luoghi di Milano sconosciuti e affascinanti.  Il design più avanzato trova il suo spazio espositivo in preziosi palazzi d’epoca.  Palazzo Crivelli, nel cuore di Brera, è una novità. Qui, proposto da Door, mensile del design di Repubblica, Il giardino delle meraviglie offre un percorso tra saloni settecenteschi e parco con alberi secolari e laghetto. All’interno, al piano nobile, La Biblioteca dell’outdoor con il racconto degli arredi da esterni, soprattutto sedie e poltrone, dagli anni Venti a oggi. E il fascinoso Ballet Mécanique di Anna Franceschini, ispirato all’auto Maserati Grecale. Al piano terreno Genealogie architettoniche di Michele De Lucchi e il suo studio AMDL Circle, con sculture, bozzetti di costruzioni, prototipi, per la maggior parte in legno. Al centro del giardino, sempre di De Lucchi, L’Anello mancante, installazione percorribile con interessanti effetti di luce tra le "scandole", assi metalliche che la compongono(qui in basso). Sparsi nel parco arredi outdoor di recente produzione. 

  

Palazzo Litta con i suoi saloni affrescati non è, invece, una novità. A “occuparlo” Moscapartners Variations, venticinque espositori tra aziende, progettisti, artisti, architetti, scuole e università, di undici Paesi, selezionati da Caterina Mosca e dal suo team, con progetti sul tema Metamorphosis.  Nuovi materiali, nuove identità formali, trasformazioni varie. Nel cortile d’onore Metamorphosis in motion, installazione di Lina Ghotmeh, architetta libanese con studio a Parigi (qui sopra il cortile dall'alto). Esempio di ecosistema spaziale dove i visitatori diventano parte della composizione. Prendere dal passato e trasformare è in The perfect imperfection of ceramic art di Onofrio Acone. I suoi  vasi in ceramica hanno i colori del Mediterraneo e sono lavorati con una tecnica dell’antica Grecia, sovrapponendo elementi circolari, per creare la rotondità. Tra gli espositori, nel piccolo cortile a fianco, il Bar Adrenalina di DebonaDemeo. Dove “voci e suoni generati dal pubblico diventano parte del progetto”. Meno scenografica forse, ma sempre notevole come sede, Palazzo Giureconsulti, scelta ormai da dieci edizioni da Masterly–The Dutch. Oltre cento tra aziende e designers, olandesi e non, presentano i loro lavori nelle stanze e nel porticato del palazzo. Grande spazio è dato alla ricerca dei materiali e alle lavorazioni particolari, come sempre. Interessanti le sedie e gli sgabelli componibili di Polimair, fondata dai francesi Arthur e Léo Gaudenz. O ancora le cucine e i sofisticati arredi da esterni di POLDR, COOXS e Knops Tuindesign. Le sedie e i tavoli in legno degli studenti di HMC Wood & Furniture College, perfetto mix di creatività e funzionalità. O i tavoli pittorici di Stoksel, del designer Bart Stok con rivestimento in smalto vitreo a fuoco. Un blu intenso ricopre parte della facciata di Palazzo Confalonieri, gioiello del tardo Seicento, nascosta da un ampio giardino. E’ il blu protagonista di Design Palazzo Austria, che accoglie trenta tra aziende e designer austriaci. Dalle lampade ai tavoli, dai tappeti agli arredi scolastici, agli occhiali.