giovedì 26 novembre 2020

SHOPPING D'AUTORE





Ovviamente ci sono le bottiglie. Più di una, in vetro di Murano e colorate. Ma ci sono pure piatti e coppe in ceramica di Vietri dipinte a mano e perfino una carta da parati che richiama i fogli su cui Giorgio Morandi puliva i pennelli. Sono alcuni dei venti oggetti della collezione Oggetti d’autore: Omaggio a Morandi, un progetto realizzato dal designer Paolo Castelli con l’Istituzione Bologna Musei. La finalità è promuovere il turismo a Bologna e le visite alla casa-museo di Morandi, forse il più noto nel mondo tra gli artisti italiani del Novecento, e nello stesso tempo far conoscere l’alto artigianato del nostro Paese. Infatti gli oggetti sono tutti opera di esperti e selezionati artigiani, come i soffiatori di vetro di Murano, piuttosto che i ceramisti di Vietri. Si ispirano a quelli appartenuti al pittore e ancora visibili nella casa di via Fondazza 36, dove abitò con le sorelle e la madre dal 1910 al 1964. Inoltre sono tutti in materiali di riciclo o completamente sostenibili e rispondono a criteri estetici e di design attuali. Ecco, per esempio, uno strapuntino che ricorda il bastone-sgabello usato da Morandi quando andava sui colli a dipingere. La sacca in pelle dove teneva colori e pennelli o ancora l’appendiabiti che richiama il suo cavalletto . Sempre con la struttura del cavalletto ci sono delle lampade. Mentre le bottiglie impilate diventano dei totem con luce. Tutti gli oggetti di raffinato design e lavorazione accurata sono in vendita, da oggi, online sulla piattaforma Artemest.  

martedì 24 novembre 2020

SOLO PER I TUOI OCCHI

Strano che qualche integralista del politically correct non se la sia presa con quel nome, Moscacieca. Perché non si parla del famoso gioco di gruppo con occhi bendati, ma di una linea di occhiali da lettura. Quindi c’entra con la vista, il non vedere, la disabilità. Certo chiamarla Moscanonvedente non ha lo stesso impatto, non sfrutta il gioco di parole, se così si può chiamare. E forse per qualche animalista, sempre integralista, potrebbe sembrare una presa in giro, basata sulla menomazione dell’insetto. Quindi altrettanto becera e crudele. Per ora tutto tace, gli integralisti del politically correct sono impegnati su migliaia di altri fronti legati al dizionario e gli animalisti integralisti forse stanno cercando alibi e attenuanti per difendere i pipistrelli dall’accusa di aver diffuso il Covid 19. Gli occhiali in questione comunque ci sono e il legame con l’insetto esiste. Consiste in una piccola mosca disegnata sul terminale dell’asta, che si ritrova sulla confezione e sul sacchetto portaocchiali in microfibre, da usare anche come panno per pulire le lenti. Lenti disponibili in cinque gradazioni di diottrie fino a +3. Ovviamente per la correzione della presbiopia che, come si sa, colpisce circa il 60% degli over 45. Ma anche per ridurre del 40%
l’impatto della nociva luce blu degli schermi dei dispositivi elettronici. Che in questo memento con riunioni, call, smart working e DAD interessa anche gli under 45. La forma della montatura è unica, tendente al tondeggiante, mentre i colori sono quattro, da un sofisticato bianco trasparente a un classico tartarugato, ai più osé rosso ciliegia e blu ottanio.  Gli occhiali costano 19,90 euro e sono in vendita in edicola. Un modo per riavvicinare alla lettura dei giornali cartacei? Forse, anche se la correzione della luce blu incoraggia l’uso prolungato di computer, tablet, smartphone  & Co.



 

giovedì 19 novembre 2020

ALLA RICERCA DELLA VESTAGLIA PERDUTA

Qualcuno, pochi, usano la parola vestaglietta, che negli anni ‘50-‘60 indicava un abito per donna con bottoni, completamente apribile, da indossare in casa o sopra il costume da bagno. La parola vestaglia si sente ancora meno. Secondo il dizionario vestaglia è quell’indumento da mettere sopra il pigiama o la camicia da notte. Ormai in disuso, sostituito da accappatoi, golfoni, tute. Lo porta forse ancora qualche ricca signora che si attarda la mattina in casa, prima di vestirsi per una giornata di frivolezze, mentre dà ordini al personale. Oppure, quei pochi rarissimi nei corridoi di una clinica o di un ospedale, non certamente in tempi di Covid. Soprattutto per l’uomo l’immagine della vestaglia riporta a Proust (quelle di Fortuny sono citate in diverse pagine della Recherche) e a D’Annunzio (le sue sono esposte al Vittoriale, le disegnava lui stesso e le faceva indossare “alle badesse di passaggio” scrive Giordano Bruno Guerri). La vestaglia è legata a un modo di vivere d’altri tempi, un po’ decadente. Stupisce quindi sentire parlare di un brand che nel 2020 la ripropone. Si chiama Yindelo ed è stato fondato da Tomaso Incisa della Rocchetta, vissuto dieci anni in Cina. In collezione quattro modelli unisex, tutti fabbricati in Italia con sete di Como, ispirati ai qipao cinesi e ai kimono giapponesi. La forma è unica ma si distinguono per le combinazioni di colori prese dagli abiti tradizionali delle minoranze etniche cinesi e dai dettagli. Questi si rifanno a motivi grafici delle architetture e delle decorazioni Art Déco dei palazzi di Shanghai, dove il brand è stato concepito, ma anche dalle antiche uniformi militari europee. Con un mix quindi di Oriente e Occidente, come dice anche il logo con il dragone e l’aquila. Anche il nome Yindelo è la translitterazione fonetica in mandarino del cognome del fondatore. “Siamo al nostro meglio quando la nostra mente è libera di vagare senza limitazioni” dice Tommaso Incisa della Rocchetta, spiegando che i suoi capi puntano “a un’eleganza senza tempo e al confort” per un “momento di fuga dalla realtà”. 

martedì 17 novembre 2020

PIU' CHE NOTE




Una Milano Music Week che passerà alla storia, quella in corso da ieri che si conclude domenica. Non certo per i numeri, come la prima edizione del 2019, con oltre 300 eventi e più di 120 location. E neppure per il palinsesto interamente in streaming. Ma perché mette in risalto la filiera della musica che, in una situazione di emergenza come questa, è coinvolta al completo. Come ha detto Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, l’iniziativa parla di tutte le professioni connesse all’attività artistica, dai cantanti ai musicisti, dai tecnici ai promoter, ai discografici. “L’edizione di quest’anno...sarà importante  per gettare le basi per nuove idee e strategie in modo da riportare il lavoro al centro della musica”.  Non a caso lo slogan di riferimento è Music works here, mentre l’anno scorso era Music lives here.“E’ il momento di far capire che la musica è lavoro, preparazione, fatica, serietà, impegno, professionalità. Senza lavoro la musica muore, senza la musica non viviamo noi” ha ribadito Luca De Gennaro, curatore artistico della Milano Music Week. Fittissimo il programma, con concerti ma anche incontri, workshop, conferenze. Tra gli eventi speciali Lennon80, party in stile rock per gli 80 anni dalla nascita di John Lennon con i suoi capolavori interpretati da band e solisti vari. O gli incontri con l’associazione culturale Bauli in Piazza che recentemente ha manifestato in Piazza Duomo a Milano per i lavoratori dello spettacolo. Per i bambini un’edizione speciale del Rodari Rocks, nato per il centenario della nascita dello scrittore, con le favole della buona notte raccontate da Jack Jaselli, Anna Belle e Alessio Bertallot. 

Senza la musica non viviamo…e con la musica possiamo vivere meglio, anche quando questo sembra impossibile. Ce lo ha dimostrato in questi giorni il primo intervento chirurgico accompagnato da un pianoforte. Il responsabile del reparto di Neurochirurgia degli ospedali riuniti di Ancona Dr.Roberto Trignani ha eseguito l’asportazione di un duplice tumore del midollo spinale in un bimbo di 10 anni, mentre Emiliano Toso, pianista e biologo molecolare (nella foto), eseguiva  una delle sue composizioni di musica acustica accordata a 432 Hz, su un pianoforte a coda all’interno della sala operatoria. 


venerdì 13 novembre 2020

LA SPERANZA CORRE ALLA VELOCITA' DELLA LUCE

Che la luce, naturale o artificiale, sia vita è un dato di fatto, che arte e luce siano spesso collegate è un altro punto fermo.  Non era possibile che un festival della luce come il GLOW Light di Eindhoven (Olanda) con installazioni d’arte visitate ogni anno da 750mila persone venisse annullato per la pandemia. In realtà lo è stato, ma il comune di Eindhoven, che quest’anno compie cent’anni, ha voluto comunque mantenere la tradizione. E lo ha fatto con uno straordinario messaggio, ovviamente di luce, per portare speranza a tutto il mondo. Così è nata Connecting the Dots la più grande opera d’arte di illuminazione mai realizzata. Con più di 1500 lampade a Led distribuite in 600 luoghi, mille punti di luce rossa del diametro di 90 cm. nel cielo e più di 20 mila alle finestre, l’installazione copre più di 80 Km2. Eindhoven, in particolare, da ieri pomeriggio è avvolta in un fascio di luce blu con mille punti rossi, fissi e galleggianti. Questo incredibile spettacolo, visibile a 60 Km. di distanza, è opera dell’artista della luce finlandese Kari Kola, che nel 2018 ha illuminato il sito archeologico di Stonehenge in Inghilterra. Mentre i mille punti rossi, palle luminose completamente riciclabili, sono state  create dall’artista olandese Ivo Schoofs e simboleggiano la connessione tra la gente. Tutto, ovviamente, si può vedere da ogni parte del mondo in streaming: www.gloweinhoven.nl  Estensione dell’idea i GLOWdots punti di luce realizzati da 20mila bambini delle scuole elementari della città, su ispirazione del designer olandese Hugo Vrijdag. 


E’ un’installazione luminosa anche quella inaugurata ieri, a Milano, sulla facciata d’ingresso dell’ex-Ansaldo, ora Base. E’ la prima opera di In-Between, programma dedicato alla creazione artistica nello spazio pubblico. E’ una scritta “The future is an invisible playground” di Robert Montgomery, artista e poeta scozzese che da anni lavora negli spazi pubblici facendo riflettere, con le sue poesie luminose, sulla contemporaneità. “Con questo passaggio dall’oscurità verso la luce, spero che riusciremo a risollevarci dopo tutte le sfide del 2020, e a cogliere nel 2021 la possibilità di cambiare il mondo in meglio, di mettere al primo posto l’ecologia e l’uguaglianza, e di costruire un nuovo mondo, fondato sulla gentilezza” è il suo commento-auspicio. 

 

giovedì 12 novembre 2020

LA TELA DEI SOGNI

Può succedere che un libro per bambini piaccia agli adulti. E non solo perché sono loro a sceglierlo. Certo la grafica e le illustrazioni giocano un ruolo importante, ma anche il contenuto può lanciare messaggi e suscitare emozioni meglio percepite dai diversamente piccoli. Voce su tela  è uno di questi. Come dice la presentazione “Vuole dare speranza a chi ha il coraggio di credere nei propri sogni”. Una frase che può sembrare retorica ed effetto facile, ma non lo è. Racconta di una bambina che abita nel pianeta dove sono nati i colori e dove non ci si esprime a parole, ma con i pennelli. Questa bambina esiste, e con la sua vita  ha ispirato l’autore Francesco Ciai, mentre i suoi disegni sono stati la base su cui ha lavorato l’illustratrice Arianna Pisani. Si chiama Clara Woods, è nata nel 2006 a Firenze e per un ictus perinatale era destinata, secondo i medici, a un’esistenza da vegetale. Ma i genitori non si sono arresi e hanno trovato un percorso di riabilitazione che, unito alla forza e alla determinazione di Clara, ha fatto sì che ora questa ragazzina, impossibilitata a parlare, leggere, scrivere e con grosse difficoltà motorie, capisce tre lingue e dipinge. Il suo non è un hobby, ma una professione con cui potrà un giorno essere economicamente indipendente. E’,infatti,la prima artista minorenne con partita Iva, ha esposto già in diciotto città tra cui Roma, Londra, Miami, Kobe. E nei suoi sogni-obiettivi, c’è una personale a New York, proprio come Frida Kahlo, suo idolo, a cui la accomuna la disabilità. I suoi coloratissimi disegni sono su tela, su ceramiche e anche stampati su shopper molto apprezzate.



“Quando dipingo posso parlare con tutti… anche con voi” dice con la sua arte. Una storia e quindi un messaggio di speranza, che non poteva sfuggire a Francesco Ciai (Firenze, classe 1987), presidente della Fondazione Claudio Ciai Onlus, intitolata al padre morto prematuramente in un incidente, che ha lo scopo di aiutare e recuperare le persone che hanno subito incidenti stradali o sul lavoro. Il libro edito da KM Edizioni sarà in tutte le librerie dal 25 novembre ed è già in vendita su https://bit.ly/38vNS4S. 


venerdì 6 novembre 2020

RIUNIONE DI CONDOMINIO? NO, MOSTRA

Dopo il teatro in cortile a uso di condomini e inquilini al Teatro della Cooperativa di Milano l'estate scorsa, ecco la mostra di condominio che inaugura domani a Torino. Chiusa al pubblico è aperta solo alle 200 persone che abitano al 16 di Via S.Giovanni Battista La Salle. Si inserisce nel quadro delle iniziative di creatività da Covid-19, ma dietro c’è un progetto nato nel 2016 di “rigenerazione urbana e trasformazione collettiva attraverso l’arte”. Si chiama Viadellafucina16 ed è il primo esperimento di condominio-museo creato dall’associazione Kaninchen-Haus da un’idea di  

 

Brice Coniglio, del duo artistico Coniglio-Viola. Con una chiamata internazionale, artisti di tutto il mondo sono stati invitati a soggiornare nell’enorme stabile ottocentesco di via La Salle, nel quartiere di Porta Palazzo, il più grande mercato all’aperto d’Europa. Con curatori, addetti ai lavori e abitanti hanno realizzato opere e sono intervenuti per riqualificare l’edificio e fermarne il degrado. L’iniziativa-esperimento ha dato ottimi risultati tanto che negli ultimi mesi più di settanta inquilini di condomini italiani ed esteri hanno contattato l’associazione per adottare il format condominio–museo. Varie e variegate le opere in mostra, scelte con votazioni dagli abitanti dello stabile e da un comitato scientifico tra cui figurano Beatrice Merz della Fondazione dedicata al padre Mario e Patrizia Sandretto Re Rebaudengo collezionista e fondatrice  dell’omonima Fondazione. E’ di Simona Anna Gentile Marlene ispirato alle mele: un arazzo fatto da shopper realizzate con scarti di tessuto che svela le vite di alcuni abitanti della casa. Raffaele Cirianni ha ideato un tappeto dove ognuno più sedersi e raccontare storie di cibi, etnie, usi, costumi. Ball Lightining del duo Genuardo-Ruta è una finestra su un mondo immaginario. Daniel Costa ha individuato un percorso nel quartiere attraverso le mappature degli spostamenti dei condomini. Diego Miguel Mirabella ha raccolto fregi e decorazioni di palazzi intorno, testimonianze di varie culture. Matteo Vettorello ha inventato "un rivelatore di benessere del vicinato", scultura con cascata d’acqua che calcola l’energia positiva. Una piccola opera d’arte anche il curriculum della curatrice, anzi della covatrice della mostra, Piera Valentina Gallov:  “Dopo gli anni di studio a L’aia (la "a" con la minuscola), il master in chickens development, la lunga militanza per i diritti dei diversamente volatili, Gallov è al mondo la prima gallina ad assumere la direzione di un’istituzione museale”.   

mercoledì 4 novembre 2020

NON ESSERE JOHN MALKOVICH

Doveva aprire a marzo, per la prima volta in Italia, poi per la pandemia è stata rinviata. Si è potuta visitare due giorni a fine ottobre e poi ha richiuso. Si spera che possa riaprire presto, perché è una mostra fotografica interessante e soprattutto unica. S’intitola Sandro Miller. Malkovich, Malkovich, Malkovich. Homage to Photographic Masters.  E’al Magazzino delle Idee di Trieste, un polo culturale a due passi dalla Stazione Ferroviaria e da Piazza Unità, ricavato in uno dei depositi dismessi. Se la seconda parte del




titolo è chiara e spiega l’omaggio di un importante fotografo, Sandro Miller (Illinois 1958) ai grandi maestri della fotografia, la prima lo è meno. Il Malkovich in questione è John, l’attore e produttore americano, e il fatto che il suo nome compaia ben tre volte sintetizza cosa c’è da vedere. Malkovich, infatti, nelle varie foto prende di volta in volta le sembianze di un personaggio famoso ed è ritratto da Miller come questo lo è stato da un grande maestro. Ecco Malkovich con una parrucca bionda trasformato nella Marilyn di Andy Warhol. Eccolo diventato Meryl Streep con maschera di bellezza, come colto dall’obiettivo di Annie Leibovitz. O raddoppiato nelle due inquietanti gemelle di Diane Arbus. O sosia di Jack Nicholson–Joker immortalato da Herb Ritts, o gemello di Einstein nel celeberrimo scatto con lingua fuori di Arthur Sasse. A completamento tre ritratti di personaggi extra progetto, come Adolf Hitler, Papa Giovanni XXIII, e Salomé con la testa del Battista e la sezione inedita Malkolynch. Cioè un video con otto dei personaggi più noti della filmografia di David Lynch, ovviamente reinterpretati da Malkovich come John Merrick di Elephant Man o l’agente Dale Cooper di Il segreto di Twin Peaks. E sette foto-ritratto di Malkolynch, cioè l’attore nelle sembianze del regista. Dietro questa straordinaria mostra un’amicizia tra Miller e Malkovich che risale agli anni Novanta. “E’diventato la mia tela, la mia Musa. John si sedeva e ascoltava la mia idea poi diceva: Ok facciamolo. Nel corso di 17 anni non ha mai detto: non mi piace” racconta Miller. Questo progetto è uno degli esempi del loro perfetto lavoro all’unisono. Con la collaborazione, è ovvio, di costumisti, truccatori, scenografi. Per quanto molte immagini possano fare sorridere, Miller ci tiene a precisare che non ha voluto che fosse una parodia. E’ un omaggio serio “ai fotografi e alle fotografie che hanno cambiato il mio punto di vista sulla fotografia…mi hanno ispirato… facendomi diventare il fotografo che sono oggi”. Curata da Anne Morin, la mostra è accompagnata dal volume Malkovich, Malkovich, Malkovich. Homage to Photographic Masters pubblicato da Skira. Non può sostituire la visione dal vivo, ma è un'ottima alternativa. E'in vendita anche sul sito Skira. 

domenica 1 novembre 2020

LA CENA E' SERVITA






Poche mostre mettono in risalto come Andy Warhol abbia indicato una strada nell’arte al pari di The last supper Recall alla Galleria del Credito Valtellinese, Refettorio delle Stelline, a Milano. Tanto che l’opera da cui parte l’esposizione, appunto di Warhol, passa quasi in seconda linea rispetto alle altre. Nota riedizione in misura ridotta e bipartita del capolavoro di Leonardo e considerata nello stesso tempo dichiarazione d’amore e sfregio dell’originale, The last supper utilizza tecniche come passaggi serigrafici, cromatismi industriali in colori tra il nero e il magenta. Fa parte di una serie a cui Warhol si dedicò negli ultimi anni. A Milano è già stata esposta nel 1987 alla presenza dell’autore, che tra l’altro vedeva per la prima volta il Cenacolo leonardesco. A testimonianza foto in bianco e nero di Maria Mulas che ritraggono Warhol con un’enorme parrucca, che copiava enfatizzandola la sua capigliatura naturale, sparita per le cure contro il cancro che poco dopo l’avrebbe ucciso. Di questa mostra sono presenti anche i manifesti e i cataloghi. Subito accanto è posizionata Cenacolo di Bruno Bordoli, olio e acrilico su tela grezza del 2007. Solo Gesù al centro conserva la posizione e l’atteggiamento datogli da Leonardo, gli altri apostoli, disposti in modo disordinato, sono figure inquietanti.  Nella sua Ultima Cena del 2013 Elia Festa non dipinge i personaggi ma l’energia che sprigionano attraverso l’intreccio di fili di luce, con i tratti 


e le sagome dell’affresco. E’ una composizione stratigrafica in metacrilato con un effetto ologramma Ultima cena di Filippo Avalle del 2007. Solo avvicinandosi si scorgono disegnati i personaggi del Vangelo. Di questi tre lavori sono esposti schizzi preparatori o legati all’opera. La Cène su legno del 1988 di Daniel Spoerri, geniale esponente del Nouveau Réalisme, cambia la prospettiva. La scena è presa dall’alto e, più realisticamente, Gesù è a capotavola e gli apostoli siedono ai due lati. E’ un tavolo da osteria modesto con pentole, piatti e bicchieri, applicati a collage (foto al centro). Ma non è l’unica opera dell’artista. L’altra è una proiezione delle tredici tavole in marmo con Le ultime cene di personaggi illustri. Da Goethe a Proust, da Freud a Cleopatra, unica donna, da Oetzi, l’uomo ritrovato nei ghiacci, a Cristo. L’originale si trova nel Giardino del Grand Hotel della Posta di Sondrio, accanto alla sede del Credito Valtellinese. Sempre di Spoerri un’altra proiezione, quella di una sua prova d’artista, mai realizzata, nella quale sotto ogni personaggio estrapolato dall’affresco c’è il suo pezzo di tavola imbandita. Completano la rassegna cataloghi e riproduzioni di opere, albi, documenti sull’argomento di Marthial Raysse, Damien Hirst, Velasco Vitali. Oltre a film in pellicola 16mm, girati a inquadratura fissa da Warhol tra il 1963 e il 1966, che raccontano momenti nella Factory e dintorni. In prestito dal MoMA di New York. Presentata da Flavio Caroli e curata da Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio, la mostra, aperta ieri, chiuderà il 3 dicembre, lockdown permettendo. 

   


domenica 25 ottobre 2020

TORNERA' IL MARZIANO A ROMA?

Può sembrare fuori posto, se non addirittura di cattivo gusto parlare di Un marziano a Roma, la cui prima è andata in scena ieri sera, proprio nel giorno in cui è uscito il decreto di chiudere teatri e cinema. E’ comunque giusto scriverne non solo per l’alto livello dello spettacolo di cui si priva il pubblico. Ma anche perché dove è rappresentato, il Teatro Menotti di Milano, sono osservate scrupolosamente tutte le misure di sicurezza. Solo 80 poltrone e distanziate delle quasi 500 disponibili. Obbligo di tenere la mascherina, controllo della temperatura, registrazione dei dati del pubblico, persona con visiera da ospedale che accompagna al posto. Il regista, Emilio Russo, che parla al pubblico con la mascherina e attenzione perfino sul palcoscenico: solo Milvia Marigliano e a diversi metri il trombettista Raffaele Kohler (nelle foto). Scritto nel 1954 da Ennio Flaiano, Un marziano a Roma racconta la vicenda  del marziano Kunt atterrato con la sua navicella spaziale a Villa Borghese in ottobre e rimasto  


in città fino a gennaio.  Messo in scena negli anni '60 da Vittorio Gassman nel suo Teatro Tenda, teatro popolare viaggiante, non aveva avuto successo, anzi aveva fatto molto discutere. Già dalle prime battute si capisce il perché. Troppo avanti per i tempi. La satira sui costumi dell’Italia del dopoguerra, ora assolutamente d’attualità, allora non poteva essere percepita. Soprattutto i toni erano troppo sfumati per essere capiti. La comicità nel testo c’era, ma sottile, bilanciata. Molto si deve certo all’ottima Marigliano che alterna alla lettura di alcuni pezzi del racconto, in cui si apprezza più che mai la scrittura felice di Flaiano, l’interpretazione di personaggi, per lo più stereotipi, ma mai banali:il borgataro romano, il qualunquista con il solito bagaglio di frasi fatte, la signora dei salotti borghesi, proto radical chic, perfino un Fellini spaesato.  Buona la regia di Russo che intervalla  e accompagna il recitato con la tromba di Kohler in un mix di pezzi meno o più noti, come il Nini Rota felliniano. Lo spettacolo programmato per altri quattro giorni replica, purtroppo, solo oggi alle 16,30. Un danno davvero per il pubblico e per la cultura. E questo è solo uno dei tanti casi di teatri, spesso di compagnie giovani che, pur avendo con enormi spese e sacrifici sistemato i loro spazi a norma Covid, si vedono costretti a interrompere l’attività. Non sarebbe più giusto un rigido controllo iniziale, seguito da sopralluoghi a sorpresa con multe fortissime e chiusura per i trasgressori?   


sabato 24 ottobre 2020

MIRACOLO SUL PALCO


A teatro c’è chi recita in un monologo o dialoga con altri. C’è chi canta, chi balla, chi suona, chi interagisce con il pubblico. Chi fa il mimo, chi l’acrobata. Massimiliano Speziani (ph.Isabella Nenci)sul palco del Teatro della Cooperativa di Milano è solo per un’ora e mezzo e si esibisce in tutto quel che si può fare su un palco. Perfino suonare, senza uno strumento musicale, ma battendo fra loro le scarpe da tip tap con i ferretti. Un exploit straordinario. Lo spettacolo si chiama Nessun miracolo a Milano. Ma il titolo non si riferisce all’exploit visto con falsa modestia, ma al film di De Sica. Speziani immagina di raccontare a un pubblico di bambini, a cui domanda e da cui si aspetta delle risposte, la storia di quel Totò nato in un cavolo che, dotato di magiche qualità, riuscì a portare poveri e senza casa su una scopa nel cielo di Milano. Ma il tono non è quello della favola ma di un ricordo di vita vissuta. L’attore millanta di aver conosciuto quell’uomo e di aver addirittura lavorato con lui. Con il suo panciotto giallo, come i guanti, salta, corre, cavalca, finge di bere, mima l’apertura della cler di un fantomatico negozio che si chiama The broom come la scopa “Chissà perché in inglese?”. Nelle sue menzogne è buffo, tenero, goffo senza però mai essere patetico o antipatico. La sua narrazione tra il surreale, il comico e il malinconico cattura e prende come un film d’azione con attimi quasi di suspense. Non c’è niente di autobiografico ovviamente, ma dietro Nessun miracolo a Milano, c’è un antefatto che oltre all’attore, che è anche regista, coinvolge Renato Gabrielli che ha scritto il testo di getto e i condomini di Via Settembrini 47, dove l’attore abita, che sono stati i primi a vedere lo spettacolo in cortile. Qui durante il lockdown Speziani ha letto poesie, recitato monologhi e anche Nessun miracolo a Milano, di cui ora appunto c’è stata la prima nazionale al Teatro della Cooperativa. In scena tutti i giorni, fino al 1° novembre, escluso lunedì. 


venerdì 23 ottobre 2020

CREATIVITA' E PROTESTA

Di questi tempi le parole protesta e tessuto insieme rimandano al tema della sostenibilità. Non è così per la mostra Protext!, da domani al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, città considerata il più grande distretto tessile d’Europa. Come spiega il sottotitolo, Quando il tessuto si fa manifesto, tratta infatti dell’uso del tessuto per istanze di protesta. Provenienti da tutto il mondo gli artisti, giovani emergenti o già affermati. Viene dalla Grecia il site pacific del collettivo Serapis Maritime Corporation, con foto del lavoro sui cargo, sulle navi da crociera e nelle aziende del pratese, stampate su cuscini in materiale

di riciclo. E murales con disegni di lavoratori, da corpi nudi a vulcani. La messicana Pia Camil (1980) presenta un’installazione con collage di T-shirt su cui si alternano slogan di protesta e stemmi di campus universitari (in alto). Il pluripremiato nigeriano Otobong Nkanga (1974) esplora i cambiamenti sociali e geologici e la relazione tra uomo e natura e li riporta su arazzi. La turca Günes Terkol (1981)sceglie l’emancipazione femminile per video, disegni, striscioni su cui sono cucite, realmente, dato che il cucire diventa atto di resistenza, storie di donne che hanno subito violenza o lottano per la loro indipendenza. Il russo Vladislav Shapovalov (1981) parte da una ricerca nell’archivio della Camera del Lavoro di Biella e dalle bandiere di protesta e ne sceglie due con frammenti di tessuto e i nomi delle operaie. Marinella Senatore(1977), una delle più affermate artiste del panorama italiano, racconta la protesta attraverso stendardi colorati, ricamati a mano, come quelli delle processioni religiose, e cinquanta disegni che vanno dagli striscioni delle manifestazioni nel settore tessile a quelli delle donne brasiliane, fino ai grembiuli delle suffragette. Il più giovane, il newyorkese Tschabalala Self(1990)realizza un’installazione fatta di pannelli, dipinti o con collage di tessuti recuperati nei negozi di Harlem, in cui le protagoniste sono donne nere (al centro). Completa la mostra uno workshop con materiali forniti dall’azienda Manteco, che offre agli operai delle fabbriche di tutto il mondo l’occasione di diventare designer. Inaugura lo stesso giorno e termina il 7 febbraio, invece del 24, Litosfera, un dialogo tra Produttivo con le opere di Giorgio Andreotta Calò, suddivise in altri quattro musei, e A Fragmented World con quelle di Elena Mazzi e Sara Tirelli. Tema: viaggio nel centro della terra con le stratificazioni geologiche. E infine dal 24 al 29 ottobre il terzo progetto, 
Raid. La performance, apparentemente dissacrante, di Marcello Maloberti che mette in relazione le grandi opere del passato con opere simbolo del museo.




lunedì 19 ottobre 2020

SPLENDIDI OTTANTENNI




Chi si ricorda la coccoina? Quel barattolino di metallo con dentro un piccolo scomparto per un minuscolo pennello e una crema bianca dal profumo di mandorle… O di qualcosa di dolce e buono. Era ed è una colla, tra l’altro non tossica ma addirittura commestibile, che continua a essere prodotta, ma pochissimi ora usano. Oppure il gettone telefonico, che non si trovava mai quando serviva. Sono due degli oggetti in uso negli anni ‘80, citati in Ottanta Nostalgia (resto a casa) da Carolina Sandroni, che in quegli anni passava dall’infanzia all’adolescenza. Accanto allo schizzo dell’oggetto una poesia che lo racconta. "Coccoina: E quando tutto/cade a pezzi/sarebbe utile/avere la coccoina/che incolla insieme/i cocci/e rimette a posto/le emozioni". Alle volte la poesia diventa un cruciverba di cui la prima lettera di ogni riga forma il nome dell’oggetto

"Gettone:Grande/Emozione/Telefonare per dirti/Tutto/O anche /Niente/ E sentire la tua voce". Ogni tanto delle pagine Intervallo, con quello che “negli anni ’80 andava così…”: dalle pubblicità martellanti che diventavano veri punti di riferimento ai giochi in scatola nati in quel periodo, dalle letture "poco impegnate" ai film, ai cartoon. Scritto durante la quarantena di marzo e aprile, il libro è “dedicato a chi si è preso cura di noi che siamo rimasti a casa”. Di lettura scorrevole e divertente è filtrato da quell’ironia, mai giudicante né presuntuosa, che caratterizza anche i libri di non poesie dell’autrice, pubblicati con Ilmiolibro.it (Feltrinelli) e Amazon, come questo. In vendita, oltre che on line, in libreria, su ordinazione.

mercoledì 14 ottobre 2020

SCATTI D'ARTE

Cosa rende artistica una foto? La risposta potrebbe essere l’inquadratura. Una risposta aperta a molte, moltissime, troppe interpretazioni. L’immagine deve essere piena o sono necessari dei vuoti? Deve esserci un elemento per la centralità o non deve essere trascurato nessun angolo. I colori e le luci devono essere forti o sfumate? Le ombre devono esserci o no? Si usano gli stessi criteri per un ritratto e per un’architettura? Angelo Tondini risponde con una mostra dal significativo titolo L’Essenziale, allo Spazio Tadini di Milano. L’essenziale è quello che trasforma in una piccola opera d’arte ognuna delle foto esposte, scelte in un archivio di milioni d’immagini scattate in cinque continenti, nei sessant’anni di attività di un fotografo considerato, dall’agenzia californiana Your Daily Photograph, tra le leggende della fotografia. Le foto sono  molto  diverse tra loro. C’è il trionfo dell’assenza in quel cielo del Belgio con la fine delle pale di un mulino in due angoli e in un terzo solo il busto di una coppia in bicicletta.  Ma può essere anche il pieno di tre gabbie di uccelli, riparate da ombrelli, sullo sfondo del mare di Positano. O ancora quelle ombre nel deserto del Ténéré



che diventano pennellate di una pittura astratta. C’è il taglio perfetto della piscina a Los Angeles e una donna sdraiata con  occhiali alla Lolita, che fa pensare a David Hockney. Non c’è niente di meno di quel che deve esserci e niente di più. Tutto è equilibrato e calibrato. Anche se spesso è lo scatto di un momento. Quell’uccello in volo, quella scia d’aereo, quella precisa composizione di nuvole, che non si verificherà mai più. Insomma l’attimo fuggente che coglie solo chi sa guardare, come un grande fotografo. Tondini dice che questa sarà la sua ultima mostra e quindi ha essenzializzato tutto. Accanto alle foto ci sono le sue trenta poesie, ingabbiate nello schema metrico rigido di 17 sillabe dell’Haiku. Anche queste essenziali.  La mostra è aperta fino al 30 ottobre da mercoledì a venerdì dalle 15,30 alle 19,30. Sabato su richiesta. Un’occasione per visitare la straordinaria Casa Museo Spazio Tadini, ex stamperia e poi studio del pittore (Via Jommelli 24).  


sabato 10 ottobre 2020

VENDEMMIA IN CITTA'

Certo se si confronta con le edizioni degli anni passati la Vendemmia di Via Montenapoleone(Milano)di giovedì scorso potrebbe essere definita un insuccesso. Iniziata alle 18,30 sporadicamente, dal grosso, si fa per dire, intorno alle 19, alle 20, cioè nel clou perché terminava alle 21,30, contava pochissima gente in giro. Molti negozi, presenti gli altri anni, non hanno aderito e in quelli aperti s’intravvedeva un vuoto quasi pneumatico all’interno, con inutili angeli-custodi-guardiani all’ingresso muniti d’inutili elenchi invitati. E questo nonostante la zona della Vendemmia fosse limitata a Via Montenapoleone con pochi flash in Via Sant’Andrea e pochissimi in Via Gesù. Colpiva anche il fatto che ci fosse meno illuminazione e nelle vetrine dei negozi non aderenti il minimo della luce. Le eccezioni ci sono state. Con entrate contingentate e qualcuno che ha dovuto aspettare in coda, per evitare pericolosi assembramenti. E’ importante comunque che la manifestazione ci sia stata, un segnale di ripresa e un’ulteriore dimostrazione della voglia di normalità, ma con saggezza. Nel nuovo negozio Bally, che prende lo stile della piazza milanese al pian terreno, quello dello chalet svizzero al primo piano e dell’appartamento milanese al secondo, i vini erano quelli del Castello di Fonteruoli nel Chianti,  proprietà della Famiglia Mazzei dal 1435. In assaggio tre Gran Selezione in zone e vitigni diversi, destinati a diventare tra dieci anni vere eccellenze. Molto esclusivo e in pochissime bottiglie lo champagne, misto di Chardonnay e Pinot, da degustare nella boutique Missoni.  E’ prodotto da Frerejean Frères cantina fondata nel 2005 da tre fratelli della famiglia Taittinger, una garanzia. Ha più di cent’anni invece la cantina di Mionetto a Valdobbiadene, terra del Prosecco, ospite da Chiara Boni tra Petite Robe e deliziosi completi. Due le proposte della Luxury Collection, un Valdobbiadene Superiore di Cartizze Docg e un Cuvée Sergio 1887 Rosé. 

venerdì 9 ottobre 2020

IL MONDO DI FRIDA

Apre domani, 10 ottobre, la mostra Frida Kahlo. Il caos dentro  alla Fabbrica del Vapore di Milano. Non ci sono sue opere, esposte tra l’altro di recente al Mudec, sempre a Milano. E’ una biografia illustrata, che racconta la sua vita e il personaggio, forse più conosciuto dell’artista. Attraverso ricostruzioni, testimonianze, cimeli, scritti, foto, dipinti, emerge il suo temperamento, l’amore  travagliato ma speciale con Diego Rivera, il dolore fisico che l’ha



perseguitata per tutta la sua breve esistenza, la passione politica, ma soprattutto la sua poetica e la filosofia di vita, colta in importanti avvenimenti storici come nella quotidianità. Dei suoi autoritratti ci sono solo riproduzioni, ma ci sono opere di chi ha vissuto nel suo circondario o a lei si è ispirato. Una biografia quindi attenta e completa, dove la didascalia è fondamentale e segue passo a passo il visitatore. Si comincia con la ricostruzione di due stanze. La prima è la camera da letto dove si individuano i segni della sua sofferenza: lo specchio sotto al baldacchino fatto installare per potersi ritrarre, le stampelle appoggiate al muro. E il busto che era costretta a portare dopo l’incidente nel quale, già zoppa a sei anni per la poliomielite, a 18 era rimasta coinvolta. Schiacciata nello scontro fra l’autobus su cui viaggiava e un tram, aveva riportato fratture alla colonna vertebrale, alle vertebre e all’osso pelvico, oltre a una ferita all’addome, per cui aveva  subito trenta operazioni e non riuscì mai a portare a termine una gravidanza. La seconda stanza è il suo atélier: i colori sono forti, allegri, ci sono gli strumenti del suo lavoro, ma anche oggetti della cultura popolare messicana da lei tanto amati. Un grande pannello di foto ricrea la vista del giardino dalla finestre di Casa Azul, dove abitava a Città del Messico. E poi la sedia a rotelle (v.foto). Una sezione, sicuramente la più artistica, è quella dei suoi ritratti (v.foto) realizzati dal colombiano Leo Matiz, uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi, scomparso nel 1998. Qui, in un video la figlia Alejandra, tra i curatori della mostra, racconta l'amicizia fra il padre e Frida. In una teca al centro è esposta la vecchia Rolleiflex usata da Matiz e di cui era gelosissimo. Al piano superiore il percorso procede con una sezione dedicata a Diego Rivera, ai suoi murales, alle lettere che si scambiavano. Segue un’esposizione di abiti simili a quelli indossati dall’artista. La stanza del curatore, Antonio Arévalo, raccoglie pannelli con le parole delle canzoni popolari, gioielli, giocattoli della tradizione messicana. In un’altra ci sono sette busti in gesso, proprio come quelli portati da Frida, dipinti da vari artisti, tra i quali, struggente, uno con disegnato il feto del bambino che non riuscì mai a partorire. In due angoli sono esposte le foto di tutti i francobolli con il volto della pittrice, emessi da vari paesi in diverse ricorrenze.  A completare il percorso, oltre a una sala cinema, una sala multimediale per immergersi nel mondo Frida, una ludoteca per i bambini e un bookshop. 

giovedì 8 ottobre 2020

LA MATERIA DELL' ARTE

Sono svariate le motivazioni per coltivare l’arte. Lasciando perdere l’estremo dell’investimento finanziario, riservato a pochi e comunque al di fuori della finalità dell’arte stessa. Di sicuro l’emozione è il fattore principale, più stimolante, più comune e forse più antico. Piace anche trovare un ritratto della persona dietro un’opera, cercare di capirne la vita e il pensiero, non sempre facile, anzi difficilissimo. E poi c’è la ricerca della storia, dell’evoluzione dell’arte, di come si è arrivati a certi linguaggi, in generale, ma anche in particolare. La pittura di Angelo Molinari soddisfa pienamente quest’aspetto. Al primo impatto le sue pennellate di colori forti, ma anche di bianco, rimandano o ricordano la poetica di Hans Hartung. C’è chi come il critico Paolo Iacchetti, autore del testo di presentazione della mostra alla Galleria Francesco Zanuso di Milano, vede il riferimento a Hsiao Chin, per l’evidenza del segno, ponte fra Oriente e Occidente. Poi, osservando bene i lavori si trova quell’incredibile luminosità che riesce a dare alle pennellate una quasi tridimensionalità che incanta. S’intuisce che è data dai materiali e dalla tecnica usata: colori acrilici su PVC. Qualcosa quindi che risponde anche alla scoperta dell’evoluzione nell’arte, del suo aggiornamento, al di là dei contenuti. Pure i titoli dati alle opere vanno letti, anche se, sempre a prima vista, potrebbe sembrare un approccio scolastico e non emozionale. E invece completano, spiegano e soprattutto suggeriscono modi di guardare
Dove lo sguardo si confonde con l’invisibile s'intitola una con tratti azzurri(foto in alto). Mare? Cielo? Su un fondo beige, terra? Nuvole? Solo pensieri? 



O un’altra All’ombra dei platani (foto in basso). Grandi pennellate di verde da cui si intravvedono minimi squarci di luce,  accentuati dal PVC di base, che raccontano uno sguardo tra le foglie. La mostra di Angelo Molinari è aperta da ieri fino al 29 ottobre alla Galleria Francesco Zanuso, Corso di Porta Vigentina 26. Da lunedì a giovedì 15-19, venerdì mattina e altri orari su appuntamento. 
 

mercoledì 7 ottobre 2020

UNA SETTIMANA IN CASA




Sarà che il Fuorisalone (del mobile) è mancato anche ai non addetti ai lavori. Sarà che secondo le statistiche tra i pochi consumi rimasti tali o perfino aumentati nel lockdown ci sono quelli per la casa. Sta di fatto che la Design Week a Milano ha un discreto successo. Iniziata il 28 settembre, in coda alla Fashion Week e sempre organizzata dalla rivista Interni, si concluderà sabato 10. Molti gli appuntamenti, saggiamente diluiti nei giorni per evitare gli assembramenti, e completati con dibattiti on line.  Quelle di sempre le zone coinvolte con qualche  novità. C’è chi festeggia come Armani i vent’anni. Chi coglie l’occasione per aprire uno show room come Falper con le più interessanti linee per il bagno. O come Rubelli che lo rinnova totalmente con una collezione di tessuti per la casa disegnata dal direttore artistico Matteo Nunziati. Ci sono  casi particolari come quello di Esselunga che per i 25 anni di Carta Fidaty ha affidato a Rossana Orlandi la selezione di 25 lavori di design e artigianato da inserire nel catalogo, da vedere nella sua galleria. Roberto De Wan in Via Manzoni, accanto ai cento modelli di occhiali, a borse e bijoux, propone sciarpe e foulard in seta con il suo disegno ispirato al mito di Saturno. Jumbo Group in Via Hoepli realizza un’installazione con la sua linea sul tema dell’interazione tra uomo e natura (foto in alto). Missoni, nello spazio di Viale Elvezia, presenta  pezzi da interni e da esterni. Tra quelli clou il divanetto Milady e la poltrona Milord (foto in basso), squadrati ma invitanti, con una stampa del rivestimento delicata e universale o la poltrona Grandma, rivisitazione anni 40 nelle tipiche righe non righe della maison. Invitano al relax le sdraio-lettini dell’outdoor. Da non mancare assolutamente una visita al Design Supermarket della Rinascente. Quando qualcuno pensa di non avere bisogno di niente o che non c’è

niente da poter regalare a un amico/a perché in casa ha tutto, con una visita al sesto piano e al piano inferiore ha di che ricredersi. Per la ricerca del design puro come per l’utilità o la razionalità, per la superfirma come per il divertimento, eccetera, eccetera. Non solo ci sono complementi d’arredo, lampade, sedie dei più grandi e premiati designer degli ultimi 70 anni, ma si trovano bonsai, piante sottovetro e oggetti in grado davvero di dare un tocco in più e rasserenare un ambiente. Che è lo scopo del design, oltre alla funzionalità. 

giovedì 1 ottobre 2020

L'ALTRA META' DEL CIELO?

A fine anni Settanta la mostra L’Altra metà del cielo al Palazzo Reale di Milano, dedicata a opere di donne, aveva fatto scalpore. Quarant’anni dopo, sempre a Milano, da vedere due progetti esclusivamente al femminile. Stupisce che ancora si debba pensare a dare un sesso alla creatività. Nell’arte, come in qualsiasi altra professione, non dovrebbe esistere la distinzione. “Ci sono registi bravi e no, non importa se donna o uomo” così aveva risposto Alberto Barbera, direttore della mostra del cinema di Venezia, l’anno scorso a chi lo accusava di non avere selezionato film di donne. Stando così le cose, qualsiasi iniziativa che faccia conoscere la creatività al femminile è apprezzabile. Specie se propone lavori così variegati come Nelle mani delle donne, al Superstudio Più fino al 29 ottobre. E’ composta da due mostre. I fiori della materia a cura di Gisella


Borioli, fondatrice e mente del Superstudio Più, mette insieme designer, architetti, artigiane di fasce d’età e impostazioni differenti, unite dalla ricerca continua di nuovi 

linguaggi  e nuovi materiali. Dai contenitori totemici di Elena Salmistrano (foto in alto) ai divani e gli orologi con stampe ipercolorate di Paola Navone, alle sedie-personaggi di Mavi Ferrando. Arte pura, invece, in Narcisi Fragili curata da Sabino Maria Frassà, che pur sapendo che non ha più senso parlare di sessi, è consapevole che “la nostra società è ancora vittima delle discriminazioni di genere”. Non a caso ha scelto opere di sei artiste italiane che indagano la bellezza e la precarietà dell’esistenza umana, come anticipa il mito del titolo. Playtiles-The instant è il progetto fotografico di Patrizia Madau, a cura di Rossella Farinotti, alla Isorropia Home Gallery, da oggi al 4 ottobre. Anche in questo caso da vedere le immagini di tre artiste di formazione diversa. Tutto parte dalle cento foto in piccolo formato di momenti e dettagli di vita quotidiana di Donata Clovis, scomparsa nel 2016 a soli trentanove anni, e alla quale questa mostra è un tributo. Donatella Izzo (classe 1979) con i suoi inquietanti anti-ritratti in trasformazione, realizzati con una tecnica composta, rende omaggio alle donne vittime di violenza. Federica Angelino (classe 1995) più che dei suoi viaggi, esprime il suo modo di guardarsi intorno, non importa il soggetto. Così di quell’installazione a Miami racconta il cielo blu e l'angolo di casa di contorno.  Le rive del fiume a Zurigo sono un cenno nello scatto che ferma le acrobazie dei ragazzi in skate, passione dell’artista. Uno scorcio di Parigi in bianco e nero è rivissuto con tonalità contrastanti, dopo un errore tecnico (foto in basso). 


lunedì 28 settembre 2020

GRAN FINALE

Si è chiusa la fashion week milanese, che passerà alla storia come la migliore testimonianza della capacità degli italiani di dare il meglio nelle situazioni difficili. Ultime tre sfilate in digitale quelle dei portoghesi. Alexandra Moura con stampati per lei e camicie bicolori stile-paggio medioevale per lui. David Catalan veste solo l’uomo con camicie madras dalle tasche applicate e completi in pelle. Molto rosa in tutte le sfumature e giacche in tela plastificata nella collezione solo maschile di Miguel Vieira. A dare prova della  volontà di ripresa, la Camera della Moda ha voluto continuare con la sesta edizione della Milano Moda Graduate, che premia i più promettenti studenti delle scuole di moda italiane. Davanti a una cospicua giuria hanno sfilato sei outfit di ognuno dei sei finalisti. Il premio della Camera della Moda, un sopporto monetario per la professione, è andato a Giulia Barbieri dell’Istituto Modartech, che ha proposto capi maschili e femminili in tessuti e forme classiche, rivisti con la sovrapposizione di elementi inediti(foto in basso). Un altro premio è stato assegnato da YKK, partner dell’evento, a chi ha utilizzato in modo creativo le sue zip. E un altro da Vogue Talents a un emergente. Anche White è stato un successo quasi insperato, 5mila le presenze, fra stampa e buyer per la maggior parte italiani con alcuni stranieri, ospitati con il supporto del Ministero degli Affari Esteri e dell’ICE. Duecento le aziende presenti concentrate nel Superstudio Più di Via Tortona. 


Molti gli accessori, tutte di qualità le proposte, coerenti con quel principio di selezione che deve essere di servizio. Varie le presentazioni digitali, le installazioni e gli eventi nei negozi di moda collegati che fanno capo a Milano Loves Italy, il FuoriSalone della moda creato a luglio da White con la rivista Interni. Interessanti e seguiti i talk centrati soprattutto sul retail e la sostenibilità. Sulla sostenibilità anche la mostra Health in Fashion negli spazi dell’ex Ansaldo, di fronte al Superstudio, nelle scorse edizioni occupati da altri stand. Curata dal team di White e da Matteo Wrad, co-founder del brand Wrad e sostenitore da sempre della tematica, affronta anche il tema di come gli indumenti possano proteggere da virus e batteri. Focus su dieci designers tra cui Gilberto Calzolari che, in una sfilata digitale ha presentato Tilt System Vol.2,capsule che va a completare la collezione Tilt System in passerella a febbraio. Secondo il concetto che le stagionalità mischiate sono un modo per azzerare gli sprechi e quindi risparmiare energia, acqua e materie prime.     


domenica 27 settembre 2020

IL PIACERE DELL' EVERGREEN

La sfilata di Giorgio Armani su La7 in prima serata è stata all’altezza delle aspettative. Anzi potrebbe essere ricordata non tanto come celebrazione 







dello stilista, quanto come dimostrazione del ruolo che la moda ha e il suo coinvolgimento nella cultura, nello spettacolo, nell’arte oltre che nell’imprenditoria. A precedere la sfilata un 8 e mezzo ad hoc di Lili Gruber e un video-documento di venti minuti con il racconto, per immagini e la voce fuori campo di Francesco Favino, dei Timeless Thoughts. Pensieri senza tempo che descrivono il modo di lavorare dello stilista, la tendenza ai capisaldi negli anni, come i colori simbolo, il destrutturare, il gusto per le sovrapposizioni, il ricamo per la sera e il piacere, ogni tanto, del dettaglio estroso. Tutto quello che ieri sera si è visto sui modelli e le modelle di una delle sfilate più lunghe nella storia di Re Giorgio (foto in alto). Ciliegina sulla torta American gigolò di Paul Schrader con Richard Gere trentenne, il migliore testimonial dello chic-understatement di Armani. Chic ma mai sopra le righe (e se no non è eleganza) e durevole nel tempo l’estate della donna Eleventy, che sceglie la presentazione in presenza. “Una passeggiata mediterranea“ commenta il direttore creativo Cristina Ortiz "attraverso gli ulivi, con i colori ispirati alle ceramiche, alla terra, al mare”. Per un’estate rilassante da godere, lontano dai ritmi frenetici e forzati del mondo delle discoteche. Un guardaroba completo con pezzi che a seconda di come sono accostati sono perfetti per la città  ma ideali anche per la vita di spiaggia. C’è la tuta  mai troppo sportiva, la gonna ad anfora ma senza inutili enfasi importabili, lo spacco sulla manica della camicia o sui fianchi dello chemisier, non per una seduzione a buon mercato ma per la ricerca di freschezza e leggerezza. Curata e non banale la scelta dei tessuti, dal lino martellato al seersucker, al cotone naturalmente (foto in basso).  Presentazione in presenza anche per L’Arabesque, raffinato negozio di Largo Augusto, che propone una sofisticata capsule  fatta di top e giacche in cotone e lino da abbinare a gonne enfatizzate con applicazioni di crinolina, per un patchwork chic. Il patchwork è di tendenza. E’ protagonista assoluto nella collezione, presentata in digitale, di Shuting Qiu, giovane stilista di Hangzhou che ha debuttato sulla passerella internazionale nella Fashion Week milanese di settembre 2019. Abiti patchwork anche con trasparenze da TheFour, uno dei sei  brand della Budapest Select, i designers ungheresi che hanno sfilato nello Hub di Camera della Moda. Con lo sportivo futuribile di Cukovy, il sensuale fatto di trasparenze, plissé soleil, volants di Elysian, i lunghi in tutte le sfumature del rosa di Mero, il nude look e lo stile pigiama di Kata Szegedi, gli stampati nuovo barocco di Abodi.  


sabato 26 settembre 2020

TUTTO IN RETE

Non è semplice individuare le tendenze moda nelle collezioni presentate in digitale. La scenografia spesso simile, con prati, boschi, giardini, natura, sbilancia. La coreografia con ragazzi e ragazze che saltano, ballano, si abbracciano, in un’idea naive di spensieratezza fa rimpiangere gli asettici modelli dall’aria  imbronciata delle sfilate tradizionali. Nei video non ci sono storie, a meno che si considerino tali quella di Philippe Plein dove ragazze  in abiti maculati, of course, arrivano al mare su un elicottero e  salgono su ogni tipo di veicolo galleggiante, dalla barca di 50 metri all’offshore, alla moto d’acqua, purché con motore rombante, nello stile del brand. Sono in una villa  le ragazze di Sabato Russo, non saltano, ma si abbracciano, camminano per la casa e il giardino con lunghi abiti preferibilmente neri. Una villa e un parco anche per presentare la collezione di Emilio Pucci disegnata da Turno Koizumi che recupera il gusto dei colori pastello del grande maestro. Per le stampe degli abiti con una sola spallina, per le  camicie portate  come giacche, per i pantaloni. Sono più statiche le modelle nel video di Gabriele Colangelo. La natura è rappresentata solo da spighe di grano. Molti i close up sulla giacca avvitata del tailleur, sulla profilatura in cordoncino dell’abito, sulla gonna in rete, presenza ricorrente in questa stagione.  Annakiki, brand cinese, s’ispira al film Contact. Le modelle e qualche modello camminano su un tappeto volante metallico circondati da un anello come Saturno. Gli stampati di giacche e pantaloni raccontano il cielo, gli abiti hanno maniche a palloncino e grandi ruches. Per il cinese Ricostru il futuro è già qui. Nel progetto Future Living fonde tre stili, l’orientale nei dettagli e nelle decorazioni, in omaggio alle tradizioni, il Retrò nel gusto per la seducente lingerie da esterno e il futurismo nella ricerca di materiali sostenibili. Scenario diverso per il video di Cividini che propone la sfilata classica, con tanto di saluto finale degli stilisti, in un enorme loft dai muri fatiscenti (foto in basso). Completa la collezione: piccoli trench dalla vestibilità donante, gonne al polpaccio, giacche fluide. Molte le borse, nuovo elemento la cravatta. Andrea Pompilio ambienta il suo video Signorina in un tunnel, forse un rifugio del tempo di  guerra, con qualche cenno di storia d’amore. Moschino sorprende as usual e improvvisa una sfilata dove pubblico e modelle sono marionette in un atélier di sartoria anni Cinquanta. Le marionette camminano con passo traballante e senza espressione tra altre, sedute, tra cui una ha il volto e la silhouette di Anna Wintour, direttore di Vogue America, per tutti il diavolo che veste Prada. Indossano abiti importanti rosa, verdi, corti e lunghi e anche con strascico per la sposa. Sono una riproduzione in scala perfetta dei veri (foto in alto).  Laura Biagiotti trasmette in video la scenografica sfilata nella piazza del Campidoglio a Roma, di qualche giorno fa, con le modelle che scendono dalle scale restaurate con i profumi della maison

venerdì 25 settembre 2020

BORSE IN RIALZO

La borsa attraversa un momento di splendore. Che si nota in modo particolare dopo la parentesi, breve ma sentita, del No bag, per cui le donne di potere (nella moda)in mano dovevano avere solo il cellulare per chiamare l'autista. Si è capito che la borsa non è solo un accessorio, ma può caratterizzare un look, può essere la punta di colore in un insieme severo o l’elemento rassicurante in un outfit osé. Per l’assenza di taglie è uno dei pochi pezzi del guardaroba che può diventare un indovinato regalo-sorpresa, per la donna esile come per chi ha qualche o molti chili in più. In questa settimana della moda milanese si sono viste molte proposte interessanti e soprattutto una grande ricerca intorno all’oggetto. A cominciare da Serapian che nel quartier generale di Villa Mozart ha mostrato il favoloso mondo del bespoke. Si è visto solo alcune delle varianti che il cliente può chiedere della borsa Secret degli anni ’70, chiamata così per le molte tasche segrete (massimo riserbo su cosa dovevano contenere) richieste da una signora. Cinquecento i tipi di pellame e colore da scegliere nei cassetti all’interno del camino nel salotto Bespoke (foto in alto). Al debutto la mini Secret con effetto mosaico. Nuovi i porta occhiali sempre con mosaico, la busta porta-mascherina di attualità o quella in ecopelle realizzata con gli scarti del vino. Tutti pezzi personalizzabili come gli interni della lancia Dilambda Cabriolet del 1930, in bella mostra davanti all’entrata. Da Borbonese l’ispirazione è la terra dal colore caldo di Marrakech e di Petra, ricordata dagli elementi nel bel giardino, dove è esposta la collezione. Varie le forme, dalla clutch al sacco chiamato Balloon, alla piccola 110 (creata per i cent’anni della maison) da portare a tracolla o da legare alla cintura. Vari i materiali dal canvas allo suède, alla nappa oltre alla mitica stampa O.P. In canvas e nappa anche i caftani. Per Rodo il materiale dell’estate è il midollino da accostare alla nappa nella nuova Banana Bag dalla forma allungata. O nel secchiello o nella Paris Bag profilata di legno con un intarsio in plexiglas. Per la sera gli Swarovski si uniscono alla nappa con giochi di intreccio. Valextra, invece, osa il marmo. Nella collezione MarVles l’architetto e designer Patricia Urquiola impreziosisce la borsa Iside con un manico o



una chiusura in marmo, realizzati da Budri, l’eccellenza italiana nella lavorazione del marmo e delle pietre semipreziose (foto in basso).  

giovedì 24 settembre 2020

CHE ESTATE SARA?

Non è un’affermazione consolatoria, la pandemia ha portato qualcosa di buono. Come l’incremento della ricerca che ha toccato anche la moda. Federico Sangalli ha realizzato con 4Ward360, azienda italiana leader nelle nanotecnologie, una collezione a prova di macchie e di acqua che protegge da virus e batteri. Ha sfilato sul palcoscenico del Conservatorio intorno a un manichino con frac. Un frac doc, dato che era quello di Arturo Toscanini, dono di Riccardo Muti al Conservatorio, restaurato lo scorso anno nell’atelier di Sangalli. Come colonna sonora un’improvvisazione, curata dal soprano Laura Catrani, fatta di suoni spezzati, melodie, rumori quotidiani, interpretata dalle cantanti del laboratorio Il teatro della Voce. La collezione donna e uomo Emporio Armani non ha sfilato, ma è apparsa in un video girato nel quartier generale della maison in Via Bergognone. A indossarla modelli, ballerini, cantanti, personaggi legati alla community del brand. Un inno alla fluidità con somma  attenzione ai dettagli, orecchini ad anello, bracciali di plexiglas, borse grandi anche per lui o minuscole solo per lei. Intrigante la coreografia sempre in stretto rapporto con le architetture, non a caso il titolo Building Dialogues. Anche Genny sceglie il digitale e porta le modelle nel parco Giardino Sigurtà di Verona con prati immensi e perfino un labirinto. Per loro piccoli tailleur, chemisier rivisitati, anche con gonne lunghe, seducenti trasparenze. Tra le musiche Va' pensiero, in passerella una piccola borsa tricolore e un abito con top bianco, rosso e verde (foto in basso): un messaggio della stilista Sara Cavazza Facchini per incoraggiare la creatività e il made in Italy.  Giocano con gli aquiloni, fotografano, salutano, ridono, ballano le modelle  nel video del brand cinese Hui, girato nei giardini intorno all’Arena, a Milano. Nel guardaroba, fresco e donante, continui tocchi d’Oriente. Il gusto per il tailoring della tradizione partenopea e i 

 dettagli preziosi (bottoni in madreperla) si abbinano alla ricerca della funzionalità e ai colori contemporanei nel total look di Kiton, per lui e per lei (foto in alto). Trussardi per le collezioni sia maschile che femminile  rispolvera gli archivi. Guarda agli anni ’80, ma rivede la modellistica. Riedita lo stampato, propone il denim bianco per i lavaggi varichinati, o il trench in pelle effetto vinile, sconvolge nelle dimensioni il piccolo pull a rombi.  Mario Dice sfila dal vero nell’imponente cortile  di Palazzo Turati. La ricerca dei tessuti è dominante. Si va da un sangallo geometrizzato per abiti flou, larghi pantaloni, casacche,al pied-de-poule gigante degli spolverini,  delle tuniche, degli chemisier, alla rete per la tuta con frange.   

mercoledì 23 settembre 2020

PRONTI, AI POSTI, VIA!

 


“Viva l’Italia” è uno dei messaggi di speranza e ottimismo di Angela Missoni nel video che apre questa edizione della Fashion week milanese, fra la presenza e il virtuale. Non a caso il corto è girato a S.Maria del Monte, paesino che si affaccia sul lago di Varese, dove è iniziata la storia della maison. Solo due i modelli, due ragazzi italiani Vittoria ed Edoardo, che si aggirano per le strette strade e lungo le colline con la nuova collezione primavera-estate 2021. A formare quasi delle cartoline, filo conduttore del corto. “Mio padre mi mandava  cartoline da  tutti i suoi viaggi e io ancora le colleziono” spiega Angela. Guarda lontano, invece, all’Africa, Gianluca Capannolo per l’ispirazione dei suoi disegni stampati sui caftani in seta, sulle tute passepartout per tutti i fisici, ma anche sui blazer del tailleur pantalone in un maculato rivisitato (v.foto).  Come può una T-shirt bianca diventare un capo chic e unico, o un abito di cotone immacolato con balza essere il dress code per una cena elegante? La risposta la dà Simonetta Ravizza con l’Inno alla semplicità. Ecco che con una tasca in kid la T-shirt acquista stile, con un corpino o un reggiseno in pelle sovrapposto l’abito lineare diventa particolare. Colori dominanti beige e bianco, con tocchi di turchese e verde, immancabili in estate. Mila Schön punta sull’essenziale e propone pochi pezzi assoluti, adatti per innumerevoli combinazioni personali. Per introdurre il concetto realizza un cubo-installazione con le immagini di varie donne alcune delle quali con il viso ritagliato, dove introdurre il proprio. C’è il completo pantaloni, il caftano in un tessuto che non si stropiccia, l’abito con la stampa a onda, in argento per la sera e poi lo spencer e lo spolverino reversibile, omaggio alla grande Mila. Sì, i cappelli stanno tornando di tendenza, ma devono avere qualcosa in più. Non basta la rivisitazione del passato e così Genevi


ève Xhaet per Flapper, guarda agli incredibili fotomontaggi di Dora Maar, fotografa e pittrice, nota anche per la sua relazione con Picasso. Sul cappello a tesa larga spicca il rilievo di una mano o quello di un volto maschile, o esce una lente visiera (v.foto).  Da una cuffia escono due lunghe trecce, dal turbante da femme fatale due sciarpe da annodare o da legare come una mascherina sul viso. Perfino il berretto da baseball ha code in seta e la borsa in paglia si sdoppia e diventa una

toque
e un secchiello. Momonì invita a guardare al futuro con speranza. Con una collezione dai dettagli raffinati e preziosi, dove le stampe e i colori evocano  viaggi in paesi lontani e con un video sulla rigenerazione. Girato dalla giovane regista Giulia Achenza  a Venezia, tra l’Hotel Aman sul Canal Grande, il Museo Grimani e l’isola Sant’Erasmo,  racconta  di una figura femminile, odierna Fenice, che riemerge dopo un lungo sonno verso una vita luminosa. 


domenica 20 settembre 2020

LUGANO BELLA

Si è riaperto il MASI di Lugano con una hall rinnovata e mostre che valgono ognuna un viaggio, quindi nel perfetto stile del museo. Dal 19 settembre fino al 21 febbraio, da vedere nel salone del piano interrato, in una personale-omaggio a Hans Josephsohn per i cent'anni dalla nascita, le sue sculture realizzate tra il 1950 e il 2006. Prussiano di Königsberg, con una giovinezza travagliata per le origini ebraiche che gli impedirono tra l’altro di frequentare scuole d'arte, è ritenuto uno dei principali scultori del XX secolo. Le sue opere, a prima vista inquietanti, catturano lo sguardo nel giro di qualche minuto fino a prendere e sedurre completamente. Sono busti, teste, figure intere in piedi (v.foto in basso)o sdraiate, che ritraggono soprattutto donne. L'aspetto è grezzo come quello di una pietra, frutto in realtà di un accurato lavoro su un anima di gesso e una fusione di ottone. A poco a poco, come una magia, si vede

emergere un profilo, un naso, un sorriso, delle mani. Nella figura della donna sdraiata s’intuisce addirittura una sensualità che ricorda i nudi del Canova. Interessante il rapporto delle opere tra loro e quello con la luce, che spiega la scultura collocata al centro della piazza davanti al museo. Aperta il 6 settembre fino al 28 marzo, la mostra Tra le ciglia, con i lavori di PAM, alias Paolo Mazzucchelli (Lugano, 1954). Centocinquanta opere che raccontano, non in modo cronologico, il percorso di un artista che usa linguaggi diversi, spesso in contrasto. Mette insieme la perfezione del disegno compiuto al surreale puro. Lavora con le macchie, inserisce in riquadri. Narra il mondo vegetale e quello animale (v.foto in alto ) con il filo del pensiero, delle tensioni, delle problematiche d'attualità. Non d’immediata comprensione, ma di notevole suggestione. Non è nel MASI, ma rientra nel suo circuito What's new , dal 19 settembre al 13 dicembre, nel vicino spazio della Collezione Giancarlo e Danna Olgiati. Appuntamento fisso ogni sei mesi, anche questa mostra propone, in un nuovo allestimento, le ultime acquisizioni della coppia di collezionisti. Accanto a pezzi di grandi maestri ci sono i lavori di giovani e promettenti artisti affiancati, secondo un criterio di connessioni formali, di linguaggio, di tematiche, ma soprattutto di ricordi ed empatia. Quello che costituisce il piacere del collezionismo secondo Giancarlo e Danna.