giovedì 18 aprile 2024

VIVA IL VERDE

Tra le collettive, se così si possono definire, più fedeli e più interessanti del FuoriSalone milanese, un posto d’onore spetta sicuramente a Masterly The Dutch. Il luogo scelto per le proposte di designer, creativi e architetti olandesi questa volta è il cinquecentesco Palazzo dei Giureconsulti, affacciato su Piazza del Duomo. 




Il primo impatto può forse deludere. Abituati alle precedenti edizioni nel maestoso Palazzo Turati, dove le avveniristiche installazioni dialogavano con gli affreschi neorinascimentali. Ma poi ci si rende conto di essere meno condizionati dall’effetto contrasto. Non più distratti dalla cornice, si studiano e si apprezzano maggiormente i risultati di certi processi tecnologici come la stampa in 3D. Vedi, per esempio, il bar funzionante, completo di tutti gli accessori,  realizzato da Aectual Design Studio (foto al centro). O vedere come per la Mazzo Blue Collection, la mitica Royal Delft e il designer Arian Brekveld siano riusciti a creare vasi di eleganza avveniristica, mantenendo i dettami della tradizione.  Molte le aziende che puntano sul recupero e il riciclo dei materiali. Tra i progetti più interessanti quello di The Visionary Lab, che rivede l’iconica poltrona di Charles & Ray Eames utilizzando i pezzi difettosi forniti da Vitra e gli scarti di denim di Levi’s.  Il tema del riciclo, del verde, della sostenibilità è dominante in questo fuori salone.  Inaugurata il 14 aprile l’installazione Born in Oasi Zegna. Creata con video, piante, cinguettii, fogliame, ma anche opere d’arte è un piccolo estratto del parco naturale di Trivero nelle Alpi Biellesi 
realizzato dal Gruppo Ermenegildo Zegna. Un’esperienza immersiva che si ritrova nel libro appena uscito Born in Oasi Zegna (foto in basso). Il quartiere Portanuova a Milano  è stato il primo al mondo a ottenere la doppia certificazione di sostenibilità Leed e Well.  Per il verde, la Biblioteca degli Alberi, ma anche per le tecnologie a basso impatto ambientale adottate in edifici come il Bosco Verticale. Per la Settimana del Mobile, Coima studio di progettazione architettonica  e l’architetto Giò Pagani hanno voluto mostrare un appartamento al 16° e 17° piano del Bosco Verticale.  Con il verde dei balconi e i materiali naturali dell’arredo è un perfetto esempio di lusso sostenibile (foto in alto). 

mercoledì 17 aprile 2024

DEL SENO DI POI

Sicuramente è uno spettacolo interessante, che non può passare inosservato. Non a caso Sen(n)o, al Teatro Menotti Filippo Perego di Milano (fino al 21 aprile) scritto dall’inglese Monica Dolan, ha avuto un enorme successo in Inghilterra. Tradotto da Monica Capuani debutta in Italia con la regia di Serena Sinigaglia e la magistrale interpretazione di Lucia Mascino

                           ph.Serena Serrani

I temi sono diversi. Dall’eccessiva cura del corpo fino alla sua mistificazione e alla sessualizzazione precoce, dal diritto alla libertà personale all’educazione dei figli e al rapporto genitoriale, fino ai condizionamenti della società e alla funzione della psicanalisi. Tutti trattati in un modo più che esemplare, quasi esasperato. In scena, dominata da un grande albero senza più foglie, Mascino, nel ruolo della psicoterapeuta impegnata a valutare un caso  particolare. Quella di una madre che ha acconsentito al desiderio della figlia bambina di farsi "regalare" un seno finto. Con tutte le conseguenze che ne derivano. Il modo di condurre il monologo e di raccontare cosa'è successo è realistico, con l’enfasi e la sensibilità giusta, ma è surreale il caso esposto. Com’è possibile che una madre accetti il capriccio di una bambina, come non riesca a impedire un gesto che può mettere in discussione la sua vita e turbare la sua sessualità? Tanto che ci si chiede se questa estremizzazione e drammatizzazione non sia una forma di virtuosismo per far riflettere sulle molte problematiche esistenti riguardo all’educazione sessuale, sempre più distorta dal web e dai social.

  


lunedì 15 aprile 2024

DESIGN A SORPRESA

Ogni anno le cose da vedere al Fuorisalone aumentano. Ogni anno interi quartieri milanesi si aggiungono ai luoghi da anni deputati al design. Le presentazioni anticipano sempre di più, tanto da incrociarsi con Miart, Fiera d'arte moderna e contemporanea e MIA Photo Fair, grande vetrina della fotografia artistica.  Per ribadire il concetto di contaminazione. E’ impossibile seguire tutto, ma non ci si rassegna a fare delle rinunce. Da giorni i negozi si trasformano,  lanciano messaggi sempre più forti e intriganti. 





Da Hermès un manichino con chemisier, borsa a tracolla e sandali, si arrampica su una parete da palestra di alpinismo (foto in alto). La vetrina di Berluti è piena di minuscole poltrone in quella speciale pelle sfumata, tipica delle sue preziose scarpe. Nella boutique di Giada ci sono porcellane cinesi bianche di quattro forme, “rimandano” per l’utilizzo alla cucina italiana e a quella cinese. Impilate formano un fiore, lo stesso che si ritrova disegnato al loro interno e sui capi della collezione moda (foto al centro). Valextra ricostruisce in negozio una beauty farm per le borse, con veri artigiani che lavorano a restaurare i pezzi danneggiati. Interessante anche il macchinario per stampa in 3D che in 20 ore crea delle onde sulla plastica da abbinare alla pelle, in uno di modelli iconici del brand. Da Fendi c’è tutto, dai divani al servizio di piatti, fino al geniale tavolino-bar e al backgammon. Da Gucci il direttore creativo Sabato De Sarno rivede cinque pezzi di design dagli anni 60 ai 90 e in una speciale scenografia crea una continuità tra di loro. Nel percorso tra pareti verde prato s’incontrano i Rosso-ancora:  una cassettiera di Nanda Vigo per Acerbis, un tappeto di Piero Portaluppi, un vaso di Tobia Scarpa per Venini, un divano di Mario Bellini e una lampada di Gae Aulenti per Fontana Arte.  Ma non è solo la moda a sorprendere. In una scatola di vetro in Via Montenapoleone c’è un pianoforte a coda con decorazioni barocche (foto al centro). Non lontano da lì, Promemoria oltre ai bei tavoli in legni pregiati mostra "divertissement" e crea installazioni Come il tavolo Battista pieghevole con intarsi di legno di diversi colori, ispirato alle geometrie di Mondrian. E’ presentato in mezzo ai pezzi di legno, da cui ritagliare i tasselli dell’intarsio (foto in basso). Le sedie con schienale in legno e seduta in pelle, disposte ad arco davanti a uno specchio, creano un’installazione. 


 

venerdì 12 aprile 2024

CHIAMALE, SE VUOI, EMOZIONI

Se l’arte secondo molti deve emozionare, questa ventottesima edizione del Miart, fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea, riesce perfettamente nell’intento. Da oggi a domenica a Fiera Milano City, conta 178 gallerie partecipanti(nove più dell’anno scorso) di 28 Paesi. Significativo il titolo No time no space, mutuato da una canzone di Franco Battiato, che fa riferimento  all’obiettivo che i curatori e il direttore del Miart, Nicola Ricciardi, si pongono. Aprire sempre di più ai linguaggi diversi e alimentare il dialogo tra collezionisti, critici, pubblico. Per quanto ci siano, come sempre, le due sezioni Established ed Emergent, all’interno di queste ce ne sono delle nuove che vanno “lette” in modo particolare. 




Non esiste un percorso da seguire, dettato  dagli anni o dalle correnti ma, come suggerisce Ricciardi in un’intervista al Corriere della Sera, bisogna “lasciarsi guidare dagli occhi e dall’istinto”. E le sorprese non mancano. Si può trovare una delle versioni della Venere di Pistoletto o uno dei suoi specchi accanto a installazioni di un giovanissimo emergente.  Le opere di un artista possono trovarsi negli stand di due diversissime gallerie. Come per esempio i soffietti in marmo di Carrara dell’uruguaiano Pablo Atchugarry (foto in alto). Ci sono opere che ti portano in un’altra dimensione, spesso onirica. Piccole come le micro-installazioni del francese Théo Massoulier nella galleria Gaep di Bucarest o enormi come l’impalcatura a cui è appesa tutta una vita, dalla camicia alla sfera, a una sedia asimmetrica, del berlinese Axel Lieber, che vuole invitare il visitatore in un percorso “enigmatico”. L’ironia è molto presente. Dalle credenze-finestre di Lapo Binazzi, ai cani che si confrontano di Daisy Sheff o a quelli di Isaac Lythgoe per la galleria Super Dakota di Bruxelles, con due telefoni accanto a loro e il titolo “Non ricordo cosa mi hai detto la notte scorsa”. Dallo Zimbawe per Osart Gallery di Milano, Franklyn Dzingai propone i suoi collage di cartone, per immagini che ricava da fotografie di famiglia. Strepitose le foto di Thaudiwe Muriu (keniana, classe 1990) esposte da 193 Gallery di Parigi. Sono modelle vestite e con sfondo di coloratissimi tessuti africani, tutte con occhiali strani o oggetti che fungono da occhiali(foto al centro). Le sue foto apparse l’anno scorso al MIA di Milano, saranno alla Biennale di Venezia. Non manca l'horror con gli inquietanti alieni-bambini di Michele Gabriele per Ashes/Ashes di New York, al suo debutto al Miart (foto in basso).


 

giovedì 11 aprile 2024

OTTO DONNE E UNA DICHIARAZIONE

Si legge come un romanzo. Ma non è per questo che Le donne della dichiarazione universale dei diritti umani (Edizioni Manni) di Enrica Simonetti è un gran libro. Il titolo lo colloca nei saggi, non certo nella narrativa, ma già la copertina, con le stilizzate figure femminili così diverse e così vicine una all’altra, fa capire che dietro c’è qualcosa di speciale, raccontato in modo speciale. Le donne sono otto, accomunate dall’aver partecipato alla stesura di un documento sui diritti della persona all’Assemblea generale dell’ONU nel 1948. Le uniche otto donne tra i rappresentanti di 48 Paesi del mondo. Particolare che la dice lunga sulla situazione allora e sul grande lavoro che queste signore hanno fatto e che è stato alla base delle conquiste civili del Novecento. 


E’ interessante, e Simonetti lo mette in evidenza, che queste otto donne provengano da ambienti ed estrazioni sociali diverse, non solo da paesi diversi. In comune hanno, oltre gli intenti e la determinazione, un alto livello culturale che ha reso facile la comunicazione tra loro. E sono proprio i ritratti così ben fatti di ognuna che rendono piacevole la lettura. Simonetti, da ottima cronista qual è (caposervizio alla Gazzetta del Mezzogiorno a Bari), non ha aggiunto o romanzato niente, tutto è frutto di un lavoro di ricerca in biblioteca. Nel suo modo di scrivere è riuscita a renderle figure ben connotate e simpatiche. L’unica conosciuta è Eleanor Roosvelt vedova del presidente degli Stati Uniti, nota per l’impegno femminista e spesso giudicata scomoda nelle alte sfere. Non tutti i newyorchesi conoscono il piccolo giardino in Amsterdam Avenue dedicato, per volere del sindaco Bloomberg nel 2006, a Minerva Bernardino, dominicana che, in mezzo ai sobri tailleur, indossava mises colorate e floreali alla Frida Kahlo.  Sempre in sari l’energica Begum Shaista Ikramullah, prima musulmana a conseguire il dottorato all’Università di Londra nel 1940. Ha ispirato il film Parigi brucia? di René Clement  del 1967, la rocambolesca vita di Marie-Hélène Lefaucheux, che salvò il marito dalla deportazione inseguendo un treno in bicicletta. L’unica tra loro a essere morta giovane, in un incidente aereo. Il libro termina con i trenta articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, riportati integralmente. A cui segue la postfazione a firma di Gabriella Caruso, medico, e del marito Vincenzo Sassanelli governatore del Rotary della Puglia che hanno sostenuto l’idea del libro.  Che, già distribuito gratuitamente nelle scuole in Puglia, è stato presentato ieri a Milano dall’autrice e da Eliana Di Caro, giornalista del Sole 24 ore, alla Kasa dei Libri. Nessuna migliore scelta di location. 


  


VIA CON L' ARTE

Fra arte e design Milano è in grande fermento. Anche perché, come si sa, a differenza della moda che vuole dare al pubblico curioso solo anticipazioni e poca “sostanza” design e arte fanno a gara a coinvolgerlo. Mostrandosi all’esterno il più possibile, aprendo e spalancando porte di gallerie, musei, saloni vari. Tra i primi eventi, importanti e centralissimi perché al Museo del Novecento, quattro mostre.





Una coincidenza commuovente, perché proprio ieri si è celebrato il funerale di Italo Rota, l’architetto progettista del superbo palazzo.  Come si è detto in conferenza stampa, sarebbe stato contento di vedere come il suo museo è sempre più aperto all’esterno, moltiplicando simbolicamente l’effetto delle sue vetrate.  Quattro le esposizioni sviluppate sui quattro pieni, con opere che duettano con la collezione permanente. Come l’intervento site-specific del cipriota Haris Epaminonda (classe 1980), all’inizio della galleria del Futurismo, curato da Edoardo Bonaspetti. L’artista guarda al futurismo  ma non alle opere che esprimono il lato più vigoroso e perfino "machista" della corrente artistica, ma sceglie figure umili con fragilità e sofferenze come il bronzo del Bambino Malato di Medardo Rosso. Che circonda con vari elementi, oggetti non finiti, materiali che parlano di una lavorazione in corso e di sperimentazioni. Al terzo piano s’incontra Off script, personale dell’olandese Magali Reus (classe 1981), vincitrice del Premio Arnaldo Pomodoro, curata da Federico Giani. Da vedere oggetti di uso comune come barattoli di marmellata o di conserve che ingigantiti diventano mostri destabilizzanti (foto in basso).  Al quarto piano, infine, negli spazi degli Archivi del Novecento c’è Ritratto di città: Mariuccia Casadio con libri, documenti e fotografie ricostruisce i settanta anni di storia di cinquanta gallerie milanesi. Tra le fotografie, svariate  quelle di Giovanna Dal Magro: Gillo Dorfles nel 1975 (foto in alto), Franco Vaccari davanti ai Bagni di Milano per l'opera Viaggio per un trattamento completo  all’Albergo Diurno Cobianchi o, di piccole dimensioni, Marina Abramovic in una delle sue performance. Ma Ritratto di città è anche la video installazione di Masbedo, il duo artistico nato nel 1999, a cura di Cloe Piccoli. Un’opera affascinante, non di immediata comprensione. Tutto parte dallo studio di fonologia Rai di Milano aperto nel 1955. Che diventa un laboratorio con performer, attori, musica elettronica per un "ritratto" della città da affiancare a quello della città vera con i suoi rumori (foto al centro).  

mercoledì 10 aprile 2024

QUESTO MATRIMONIO NON S'HA DA FARE

Non si può certo considerare uno spettacolo che trascina. Eppure Spose. Le nozze del secolo, in prima milanese al Teatro Menotti Filippo Perego fino al 14 aprile, è un’operina garbata e gradevole che incuriosisce. Scritta da Fabio Bussotti con la regia di Matteo Tarasco, racconta la vera storia d’amore di due donne. L’interessante è che si svolge all’inizio dello scorso secolo e parla del primo matrimonio legale tra persone dello stesso sesso, celebrato nella chiesa di San Jorge, a La Coruña in Galizia.

In scena le brave e convincenti Marianella Bargilli e Silvia Siravo nei ruoli di Elisa e Marcela. Tra  mucchi squadrati di fieno evocano con dialoghi, ricordi, ma anche ricostruzioni da loro interpretate, i vari momenti della vita che le porteranno al processo, fino alla prigione e alla liberazione seguite alla condanna per "travestitismo". Elisa, infatti, per potersi sposare si traveste da uomo con tanto di baffi e Marcela è considerata sua complice.  Nei commenti ottusi della gente, nelle loro reazioni, nelle accuse, non si parla di omofobia e di persecuzione in tal senso. La loro relazione avrebbe potuto rimanere segreta. Non c’era niente di strano in due donne, entrambe maestre, che vivevano assieme.  Ma le accuse partono proprio dalla madre di Marcela, che non gradisce quel matrimonio, come non avrebbe gradito quello con un uomo non scelto da lei o dalla famiglia. Non si legge tanto l’ingiusta condanna dell’omosessualità, quanto la condanna della libertà della persona da una parte e la capacità e la determinazione di ribellarsi dall’altra.  Come hanno detto Siravo e Bargilli è comunque la testimonianza del coraggio di due donne e di come “tanti diritti acquisiti nella nostra epoca siano frutto anche delle battaglie di donne come Elisa e Marcela”. La drammaticità c’è, ma i toni non sono mai sopra le righe. Non ci sono provocazioni o “tirate” femministe, ma la voglia di raccontare una storia d’amore in un contesto miope e meschino, servendosi alle volte perfino dell’ironia.