mercoledì 11 marzo 2026

QUANDO IL PATCHWORK E' DIGITALE

Prendere pezzi di realtà e poi assemblarli in un patchwork, creando un’immagine quanto mai reale e con una tematica ben precisa. Questi sono i lavori di Teresa Giannico (classe 1985) per Spazio Necessario, mostra in collaborazione con la galleria d’arte contemporanea Viasaterna. Sono esposti a Milano in uno dei due caselli di Porta Garibaldi, edificati nel 1834 e restaurati da Tecno, che ne ha fatto un luogo di incontri ed eventi, oltre che di esposizione di prodotti. 





Uno spazio di fascino, intrigante e non allineato, perfetta scelta per Spazio Necessario che ha come punto di partenza e ispirazione Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, “Non come citazione letteraria , ma come chiave per riflettere su come gli ambienti rendano possibile, o talvolta ostacolino, il lavoro creativo” scrive la curatrice Rischa Paterlini. Ci sono stanze o angoli di stanze, dove qualcuno lavora, qualcuno abita con i suoi vestiti, qualcuno dorme. C’è la stanza rifugio, l’unica possibile per chi non ha i mezzi, ma c‘è anche il luogo di lavoro di personaggi come Hannah Hoch, artista berlinese del movimento Dada, figura che ha accompagnato Giannico negli anni dell' Accademia. Ma anche un angolo del soggiorno di Louise Bourgeois a New York con la scrivania, i colori, gli appunti, un suo scritto (foto in alto). In realtà non è una riproduzione fedele, ma un lavoro fatto su alcune foto trovate e poi, con tecnologie digitali, trasformate, assemblate, fotografate e riproposte come foto o come un dipinto.  Ma non ci sono solo luoghi. Ci sono anche persone, alle volte riprese in un ambiente a volte soltanto dei ritratti, compreso il suo autoritratto. Anche questi sono assemblaggi di pezzi di volti fotografati come un unico ritratto. “E’ un lavoro sulla memoria per capire come percepiamo le immagini dentro di noi” spiega nel testo critico l’artista. Sono evocazioni di persone, sentimenti, luoghi dove è stata. ”Per costruirli ho incrociato la mia memoria personale con quella algoritmica”. La mostra è visitabile fino al 25 marzo. Dal lunedì al venerdì ore 9, 12, 14, 18 nell’ambito di Mia Photo Fair. Dal 19 al 22, sabato e domenica, dalle 10 alle 19. Da non mancare, anche per l’attrattiva dello spazio espositivo.  

domenica 8 marzo 2026

DENTRO L' ORRORE

Capita di frequente, ormai, che il teatro sia interattivo e coinvolga il pubblico. Specie se si tratta di uno spettacolo al limite del cabaret. Per Manson della Compagnia Fanny & Alexander, solo ieri al Teatro Gerolamo di Milano, l’interattività costituisce la parte principale. Manson, che ha debuttato al Mercurio Festival di Palermo nel settembre 2023, con la regia di Luigi Noah De Angelis e la drammaturgia di Chiara Lagani, propone il caso di cronaca nera del 1969. Quando un gruppo di ragazzi, ispirati o spinti da Charles Manson, uccise a sangue freddo Sharon Tate, moglie di Roman Polansky incinta di otto mesi, e i suoi ospiti nella villa a Cielo Drive, Hollywood



Sul palcoscenico solo una poltroncina di spalle e un microfono. Sul fondale scritte luminose che narrano, momento per momento, la vicenda, accompagnate da commenti, grida, colpi di pistola, passi. Le scritte essenziali, unite alle voci di vittime e assassini, sono talmente ben studiate che ci si sente nella scena. Se ne assorbe tutto l’orrore, dagli inizi in cui si immagina solo una bravata di ladruncoli, in preda alla droga, fino alla fine, quando gli assassini si svestono degli abiti insanguinati e ripartono in auto dopo aver scritto "pigs" sul muro della villa. Quindi una voce fuori campo parla di un altro delitto commesso dal gruppo, sempre in zona, e introduce la figura di Charles Manson, con la sua infanzia disgraziata, la sua vita da sbandato fuori e dentro al carcere, ma anche il suo forte carisma per cui aggrega molti giovani soprattutto ragazze, innamorate di lui. Quindi si arriva al processo ed ecco l’attore, lo straordinario Andrea Argentieri che diventa Manson al processo. E a fargli le domande sono le persone del pubblico, a cui all’entrata è stata data una matita e un foglio con 32 domande, realmente quelle fatte al processo. Dalle più ovvie a quelle che scavano nella personalità del criminale, da quelle che potrebbero dare a Manson la possibilità di chiedere un perdono o attenuanti a quelle più provocatorie. E Manson-Argentieri risponde. A volte con toni pacati a volte sbraitando, contorcendosi sulla sedia, oppure girando sul palco come un matto.  Un pezzo di grande bravura dato che l’attore a ogni domanda risponde immediatamente e a tono in inglese. Come se gli fossero state fatte con un ordine preciso. Mentre sul fondale compare la traduzione in italiano.  

sabato 7 marzo 2026

MADE IN KOREA

La videoarte, anche per la sua apparente immediatezza e sempre apparente comprensione, può sembrare una forma d’arte minore, perfetta per la generazione Z, comunque un linguaggio che rifugge gli approfondimenti. La mostra K-Now! Korean Video Art Today, al MASI (Museo d’arte della Svizzera italiana) di Lugano smentisce totalmente questa valutazione. Curata da Francesca Benini del MASI e da Je Yun Moon, già vicedirettrice dell’Art Sonje Center di Seoul, propone le opere di otto artisti e collettivi coreani di nuova generazione. Con un titolo provocatorio, entra nella scena artistica proponendo opere che affrontano tematiche condivise. Che possono essere fortemente connesse con la storia e la realtà della Corea, ma anche toccare temi esistenziali e globali. Pure con una visione del futuro. 






Così
Chan-kyong Park in Citizen’s Forest, un video "allungato" che ricorda i rotoli dell'antica pittura asiatica, rievoca momenti tragici della storia coreana, attraverso riti sciamanici in una verde foresta. Nei due video di Jane Jin Kaisen l’acqua è il filo conduttore per raccontare sia il suo legame con l’isola di Jeu e il massacro di civili in queste acque, sia la vita delle donne pescatrici apneiste. Attualissimo e globale il video Delivery Dancer’s Sphere di Ayoung Kim sulla vita di un rider che con la sua moto deve fare consegne seguendo un percorso, per lui fatto di mille curve e ostacoli, per chi lo manda e per chi riceve, invece, di una linea retta (foto al centro). E’ di un collettivo, fondato a Seoul nel 2017, Rola Rolls che con un video e una scultura immagina un futuro dove una setta ecologista trasforma i corpi umani in ibridi autosufficienti (foto in alto). Sungsil Ryu guarda con occhio critico l’attuale società borghese attraverso una streamer, Cherry Jang, che ironizza sul voler inseguire “una cittadinanza di prima classe”. Il tema di Ghost 1990 di Heecheon Kim è la fallibilità del corpo e l’ossessione per la prestazione fisica. Attraverso un visore il visitatore può immedesimarsi in un atleta infortunato che cerca di recuperare la sua forma. Made in Korea di Onejoon Che propone il video di un musicista nigeriano sull’emigrazione africana in Corea, collocato tra due file di copertine di LP. Tema: le trasformazioni sociali del territorio e le sue contraddizioni(foto in basso). La mostra, che apre domani, chiude il 19 luglio. In edizione bilingue italiano-inglese l’attraente catalogo illustrato. 

giovedì 5 marzo 2026

LE MONTAGNE INCANTATE

Sono un centinaio di foto che ritraggono montagne, boschi, animali selvatici nascosti, che corrono in gruppo, solitari.  D’estate, con il sole, d’inverno con neve e ghiacci, al tramonto, di notte. Sono di Giovanna Dal Magro. Fino a domani saranno esposte nella Biblioteca di Santa Giustina in provincia di Belluno. Poi andranno a Sospirolo, a Sovramonte e a Ponte delle Alpi, sempre nel bellunese. Dietro la mostra itinerante una storia iniziata quasi cinquanta anni fa. Quando l’allora capo della Forestale di quella zona Alessandro Merli e Anna Paola Zugni Tauro, dirigente di Italia Nostra decidono che, per proteggere le  foreste del bellunese, conosciute anche come Monti del Sole, la soluzione sia creare un parco nazionale.


   




Diventa quindi importante farle conoscere. Cosa meglio di farle fotografare da un occhio particolare, poetico, più che "adatto alla cartolina"? La scelta cade su Giovanna Dal Magro con cui Zugni Tauro ha lavorato per reportage sulle ville venete, e che ha al suo attivo varie foto di performance artistiche. Dal Magro è restia, non ha alcuna esperienza di montagna, soffre il freddo, ma alla fine si lascia convincere, sperando, forse, di vedere qualche animale, la sua passione.  Fotografa indefessamente per quattro anni, in tutte le stagioni con tutti i climi (nella foto Dal Magro con alcuni dei forestali che l’hanno accompagnata).  Una vera sfida. E i risultati sono di grande soddisfazione. Ne nasce un libro dedicato a Dino Buzzati, bellunese doc. In seguito viene  organizzata una mostra che gira per i vari comuni della provincia di Belluno, fino a diventare l’apertura di un convegno internazionale della montagna all’Università di Vienna, applaudito da 2mila persone. Ma il passo decisivo è l’esposizione allestita a Roma, nel complesso  monumentale di San Michele a Ripa Grande. Qui la visita l’allora ministro dell’Ambiente Giorgio Ruffolo che, incantato dalle foto, firma immediatamente perché quei territori siano inseriti come Parco Nazionale, che diventerà Patrimonio Unesco. Dopo tanti anni nel 2025 la mostra viene “ripresa in mano” dal tenente colonnello Elisabetta Tropea,Comandante Carabinieri Biodiversità di Belluno. La prima tappa è il restaurato, cinquecentesco Teatro de la Sena (della scena) al primo piano di Palazzo della Ragione, a Feltre

mercoledì 4 marzo 2026

LA BORSA E' LA VITA

Sempre di più durante la Fashion Week milanese si viene a conoscenza di realtà sconosciute con storie particolari. Il salone White, grazie alla continua ricerca, ne propone svariate. La storia di Ibeliv  è una favola con tutti i requisiti per essere considerata tale. E invece è vera, e ha un protagonista Liva Ramanandraibe, nato in Madagascar nel 1981 (foto qui in basso). Ibeliv è il brand da lui creato. Che, oltre a contenere parte del nome Liva, letto all’inglese si traduce in "Io credo". Non è un nome di fantasia, racconta il pensiero da cui tutto è partito. Cioè il credere fortemente in un progetto, superando ostacoli di tutti i tipi per realizzarlo. L’azienda è a Antananarivo, capitale del Madagascar, produce cappelli, cesti di ogni genere, ma soprattutto borse artigianali in rafia, e conta 4mila dipendenti.  





Tutto comincia da un ragazzo malgascio, appunto Liva Ramanandraibe, che a 16 anni va in Francia, prima ad Avignone, poi a Montpellier per studiare Finanza. Laureato, lavora come stagista per un anno poi, apprezzato e con in mano la sicurezza di una brillante carriera, si rende conto che vuole rendersi utile al suo Paese e la Finanza non è la strada giusta. Così incomincia a girare il mondo, scopre che molte delle borse di paglia nelle vetrine dello shopping chic, vendute a prezzi altissimi, sono fatte da donne del suo paese, pagate pochissimo, che lavorano senza un contratto e nessuna sicurezza per l’avvenire. Per contro nei mercatini del suo Paese si trovano borse a prezzi bassissimi. Decide di entrare in quel business. Lui farà i disegni e si occuperà di trovare i compratori. Le donne realizzeranno i prodotti. Ma ha difficoltà a trovare consensi alle sue idee, nessuna gli dà ascolto. Finalmente due donne si dimostrano interessate al progetto e con loro prepara una piccola collezione, che comincia a proporre in un porta a porta nelle boutique in giro per il mondo. Non è semplice, ma continua imperterrito.  “La mia mamma mi ha insegnato l’umiltà e la passione” spiega. E la figura della mamma sarà determinante nel suo successo. Il primo negozio a interessarsi e acquistare le sue borse è in Italia, a Portofino, dove ha modo di incontrare quello che diventerà il suo distributore Andrea Gennari. Ora le borse Ibeliv sono vendute nei negozi più prestigiosi e raffinati d’Italia e del mondo.  In una mostra sulla storia delle borse, allestita ai magazzini Le Printemps di Parigi,  le sue sono state esposte tra le borse più iconiche. Le portano personaggi come la ex première dame Carla Bruni. Ma quello che è davvero più interessante, ed è anche l’obiettivo raggiunto,  Ibeliv è un’azienda ben strutturata dove lavorano 4mila persone, regolarmente assunte. A guidare il team creativo Liva, ad occuparsi della gestione la "grande" mamma Tiana Raharison, nominata ambasciatrice delle donne africane da Obama. A lei Liva rivolge i ringraziamenti nel bel libro che racconta, con splendide fotografie, dalle coltivazioni della rafia ai disegni e gli schizzi dei modelli, alle lavorazioni, fino alle immagini delle campagne pubblicitarie. “Portare Ibeliv è scegliere un’eleganza naturale e senza tempo nata dal desiderio di fare il Bello facendo il Bene”. Scrive Liva nell’introduzione.


domenica 1 marzo 2026

GRAN FINALE

Ultimo giorno di Fashion Week in presenza. A chiudere con Giorgio Armani, come sempre,  due brand cinesi, ormai habitués delle passerelle milanesi. Hui in un bosco futuribile, fatto di cordoni rossi, ha fatto sfilare un perfetto mix di Oriente-Occidente (in basso a destra). Dove le sete stampate cinesi convivono con i pesanti tweed e i finestrati. Le allacciature e i tagli tipici si alternano ai dettagli della nostra sartoria. Il tubino è un "cheongsam" rivisitato in seta rossa . Sarawong “esplora l’impronta silenziosa che il tempo lascia sulla materia” traducendola nei colori della natura, delle rocce, della pietra (in basso a sinistra). Dai marroni caldi al bruciato, dalla tinta terra ai neri intensi, fino alle trasparenze e a un bianco luminoso. I capi sono quanto mai femminili anche partendo da presupposti diversi. L’abito in chiffon stampato prende rigore dalla lunga giacca in maglia. Il giubbotto con controspalline, vagamente militare, è ingentilito da ricami floreali. Pelle e organza, pizzo ed ecopelliccia si accoppiano piacevolmente.




 Cavia riunisce in sé il più vero artigianato con la sostenibilità e soprattutto la voglia di sperimentare. E il nome, decisamente insolito, lo annuncia. Il brand l’ha creato Martina Boero durante il lockdown, forte della conoscenza di filati e gomitoli maturata nella merceria della mamma. Ed ecco una collezione di pezzi unici fatta di tagli di coperte riciclate, assemblaggi di tartan diversi, maglieria realizzata a mano con filati vari. Perfino il denim è reinterpretato e personalizzato a mano. Una collezione intrigante e invitante che riscuote grande successo in Cina, Corea, Giappone.  Al suono del pianoforte Henri Maheu presenta il suo giovanissimo (2024) brand Henri Paris, che celebra l’heritage dei grandi couturiers dagli anni 30 ai 50. Quindi drappeggi, volants, in tessuti con stampe disegnate dallo stilista, ma anche giacche con revers di seta e blazer e abiti nei jacquard della tappezzeria.  Nel salone accanto della sontuosa Residenza Vignale, Giuseppe Della Monica, ideatore del brand Marea, presenta la collezione Poltronissima, la cui origine è un archivio teatrale recuperato. Dai velluti delle poltrone agli abiti di scena. Quindi rosso, nero, oro, i colori. Pezzi importanti presi singolarmente, ma da poter sdrammatizzare con l’incontro di altri. Le note dell’arpa, suonata dalla sorella del designer fanno da sottofondo alla presentazione. La voce di un cantante anima, invece, il salone con la collezione Kasai, disegnata dalla romena Ana Olingheru. Un inno alla femminilità e alla sensualità con un importante supporto sartoriale (foto in alto). Domani le sfilate di Uni Form (Sud Africa), Nadya Dzyak (Ucraina),I am Isigo (Nigeria),Maxivive(Lagos), Edis Pala(Bulgaria), Ivan Delogu Senes (Sardegna) solo in digitale.   

sabato 28 febbraio 2026

OLTRE LA CONTAMINAZIONE

La moda è sempre più “anche qualcosa d’altro”. Legami con arte, rapporti umani, cultura sono evidenti e continui.  Maria Calderara è stata un precursore.  Per questa edizione, con una presentazione e una performance, prosegue nella contaminazione dei linguaggi. La sua piccola ma caratterizzata collezione s’ispira alla poetica dell’artista Tomaso Binga, nome d’arte di Bianca Pucciarelli Menna (Salerno, classe 1931) i cui lavori sono in mostra nel suo spazio. Dalla scrittura “dematerializzata”, motivo decorativo per abiti e giacche, a quella B di Binga che moltiplicata diventa la stampa dell’abito. Applicazioni di piccoli rettangoli con disegni dell’artista movimentano giacche e soprabiti. Immancabili il panno stropicciato e il feltro per giacche e camicie (in basso). 





Monsieur Matteo Sorbellini nella vip room da Roberta e Basta propone  capi unici dove in ognuno s’intravvede una dirompente creatività,  formata anche in gallerie d’arte. Tutto è particolare, dalle camicie con colli allungati ai pigiami da giorno con pizzi e ricami. Molto è giocato sul tridimensionale: la gonna è fatta di quattro pezzi di gonne diverse, la camicia si ibrida con la mantella, il jeans si sdoppia con il cargo (foto al centro). Dal Portogallo arrivano Pedechumbo e Davii. Il primo è un racconto fatto di cappotti in maglia traforati e abiti in Viscosa effetto seta, dove la lavorazione è tutta a mano. Il secondo è il perfetto incontro, versione total black, di passato e futuro, tessuti preziosi e materiali tecnologici. Il top di velluto diventa abito legato alla gonna di neoprene. Dalla giacca di neoprene spunta il chiffon di seta. I capi di Gabriele Colangelo sono, as usual, sculture con vestibilità. L’oversize si alterna a forme aderenti al corpo. S'inserisce perfettamente in questo “vedere oltre la moda”, Tabula Rasa la campagna creativa di White di febbraio, ideata dal presidente e direttore creativo Massimiliano Bizzi (foto in basso).  La continua ricerca per un’evoluzione della moda aperta a nuove tendenze e ispirazioni è ormai la caratteristica del salone con oltre 300 brand di cui il 46% stranieri. Impossibile parlare di tutti, anche se ognuno ha una sua storia. Nulla è scontato o prevedibile e non solo nelle Secret Rooms.  Dal classico reinterpretato con genialità e fantasia di Batakovic Belgrade, brand fondato da Ivana Batakovic al perfetto connubio di artigianalità indiana ed eleganza francese in una visione iperpoetica di MII (acronimo di made in India). Ballantyne con le sue borse racconta storie di famiglia ricostruite con l’AI.  Dietro le borse e i cappelli in rafia di Ibeliv, dal Madagascar, una storia-favola che vale un racconto tutto per sé e ci sarà. Tra gli accessori i gioielli in metallo smaltato della greca Dora Haralambaki, gli straordinari ventagli di The Viana Fan da Madrid, sostenibili perché realizzati con legni speciali, piuttosto che gli inimitabili cappelli di La Stramberia da Pietrasanta.