mercoledì 27 maggio 2026

SCULTURE DA INDOSSARE

Un filo dorato con pietra che “percorre” due dita di una mano. Una catenina "da battesimo" interrotta da conchiglie che, come collana, sale sul collo e diventa orecchini e poi arriva sulla bocca come un "bacio prezioso". Sono due dei gioielli di Arcangelo Bungaro esposti a Milano nelle vetrine e all’interno della Sartoria Bassani di via Gian Giacomo Mora, fino al 10 giugno. 



Definirli gioielli non è corretto, sicuramente è riduttivo. Sono piccole sculture da indossare con l’effetto finale di illuminare e dare valore a un viso, a una mano, a un polso, a un collo. Pugliese, classe 1969, Bungaro da anni vive a Parigi dove ha esposto anche al Palais Royal, con una collezione dedicata alla città. Ha iniziato lavorando nel mondo del design, della moda, della comunicazione. E forse per questo ha una formazione eclettica e una visione che esce dai confini del gioiello. Pur avendone colto il meglio dell’artigianalità. La sperimentazione è comunque il filo conduttore della sua attività. Che va dalla scelta delle forme a quella dei materiali. La maggior parte dei suoi gioielli sono in bronzo rivestito d’oro. Utilizza molto la ceramica per i ciondoli di orecchini, ma anche per vivacizzare un anello o una catena. La sperimentazione è pure nelle forme, ecco gli anelli “aperti” e fermati da due elementi in bronzo dorato o in ceramica che possono essere svitati e svelare un sigillo. Anche l’ispirazione è variegata e gioca un ruolo importante nella creatività. Da una parte guarda a gioielli e oggetti di secoli passati, dall’altra alla natura. Dall’anello per due dita con la forma di un ramoscello, di cui le due pietre simulano i fiori o le foglie, a due scimmiette che in un anello sostengono una pietra. ”Come la natura percorre le ramificazioni filogenetiche degli organismi viventi così le mie creazioni… sono un caleidoscopio di forme e colori che a volte non si somigliano ma ….hanno una radice comune” spiega. Altro particolare non trascurabile i materiali, ceramica compresa, sono testati con attenzione per garantire la resistenza in un’eventuale caduta. Creatività può far rima con funzionalità.   

martedì 26 maggio 2026

MA CAINO C'ENTRA?

Un thriller senza violenza, o almeno non nella forma più comune. Nessun assassinio sanguinoso, nessuna traccia di killer spietati. Eppure dietro una pluralità di pensieri, sentimenti espressi e inespressi, opinioni, ritratti c’è una materia tale da rendere Processo a Caino, il nuovo romanzo di Annalaura Giannelli (Mario Adda Editore), un thriller avvincente.  E soprattutto al di fuori da schemi già percorsi. Didascalico il sottotitolo, assolutamente in contrasto con il titolo incuriosente, Un nuovo caso per Andrej Lupo



Si limita a informare che c’è in ballo un delitto ed è in mano a "l'imperscrutabile" e ottimo detective Lupo. Un personaggio ben descritto già dai primi dialoghi, come la sua assistente Karina, bella, capace e dotata di poteri extrasensoriali utili nelle indagini. Tra i due si intuisce un rapporto che va oltre il lavoro, ma che di fatto non si sa e non si deve capire se porterà a qualcosa. Il morto è un famoso avvocato e importante docente cinquantenne, che viene trovato senza vita nel suo studio all’Università La Sapienza di Roma. Inizialmente si pensa a un infarto e poi si scopre che è stato avvelenato. Con il "tallio" un materiale usato nell’industria elettrica, che nel caso del morto deve essergli stato somministrato in varie fasi. Data la fama di grande severità, si pensa a una vendetta di qualche studente “maltrattato”, ma il tipo di avvelenamento premeditato fa escludere il delitto passionale. Non è facile trovare dei possibili colpevoli data la poca socialità dell’uomo, che divideva lo studio con il fratello e il padre, soprattutto il fratello, pronto a fornire ogni informazione. E poi un documento, trovato in cassaforte con uno scritto del morto sul biblico Caino, porta a seguire una pista che si dimostra vincente, anche se assolutamente inaspettata, ma non di un inaspettato ovvio. Svariati i riferimenti culturali che rivelano non solo l’avvocato Giannelli, ma la sua cultura e soprattutto la sua sensibilità.

domenica 24 maggio 2026

COMICITA' - UMORISMO: 10 PARI

Sembra semplice trovare il confine tra comicità e umorismo. Ma non lo è. Nei testi di Marcello Marchesi, scrittore, sceneggiatore, regista, paroliere, cantante, attore, ma soprattutto autore di programmi televisivi e radiofonici, il problema non si pone perché c‘è un perfetto mix dei due. Marchesi (1912-1978), forse per questo è considerato uno degli intellettuali più originali del dopoguerra. E lo spettacolo Marcello Marchesi-Con quella bocca può dire ciò che vuole al Teatro Gerolamo di Milano, ieri e oggi, ne è una delle migliori conferme.





Con la regia di Claudio Beccari, mette in scena gran parte del repertorio di Marchesi, benissimo interpretato, oltre che dallo stesso regista, dai bravi Marisa Della Pasqua, Valeria Falcinelli, Mario Scarabelli. Con le musiche originali e in armonia di Gian Luigi Bozzi al pianoforte. La scenografia è semplice, essenziale come l’abbigliamento, in bianco e nero. Eppure perfetto e identificativo dello stile dell’autore. E’ un susseguirsi di flash che ricordano alcuni dei suoi 4mila slogan “da caroselli” rimasti per tanti anni nel linguaggio delle generazioni di allora. Da "Contro il logorio della vita moderna" a "Il signore sì che se ne intende", fino a "Con quella bocca può dire ciò che vuole" diventato appunto parte del titolo, e legato a un’indimenticabile Virna Lisi. Non sono scenette, non si ricrea la situazione del "Carosello", ma basta qualche parola e subito arriva il richiamo alla battuta. Niente è scontato, si rievoca eppure è tutto attuale, nuovo, anche se molte di quelle frasi sono state veri e propri "tormentoni". Ogni tanto compaiono dei riferimenti precisi a Marchesi, come quei cartelli con solo il disegno di un cappello, di occhiali e di baffi, o nella scena finale le maschere con il suo viso sui quattro attori. Oppure, ancora, quel filo steso o l’ombrello aperto con appesi i pezzetti di carta per ricordare l’abitudine di Marchesi di appuntarsi frasi di vita quotidiana, sentite in giro, per farle diventare testi. Uno spettacolo davvero riuscito, applauditissimo dal pubblico della prima, con molti spettatori di quelle generazioni. Ci si domanda se potrà essere capito dai millennial.    

giovedì 21 maggio 2026

PERCHE' LA NOCE ?

Uno spettacolo teatrale che è anche un fumetto. Nei “classici” non è una rarità. Ma è piuttosto inconsueto se lo spettacolo è un monologo. Ancora di più se racconta la vita, e poi la formazione sociale e politica di una bambina-ragazzina e se, nella versione teatrale, chi racconta ed è autrice del testo è Barbara Apuzzo, proprio quella bambina-ragazzina qualche anno dopo. E comunque lo spettacolo prende, diverte, fa pensare, coinvolge, insomma è riuscitissimo. Ne sono una prova l’entusiasmo e gli applausi del pubblico al Teatro della Cooperativa di Milano dove ‘A noce, che ha debuttato nel 2005, è ora in scena fino al 24 maggio con la regia di Renato Sarti, Gianluigi Gherzi, Edoardo Favetti e la produzione del Teatro della Cooperativa.




Perché la noce? Perché riuscire a romperla è la sfida di un "pappicio", una specie di bruco nero che ci vive dentro, con cui Apuzzo, portatrice di handicap motorio, si identifica. E proprio come il bruco uscendo diventa farfalla, anche lei non solo è riuscita a valicare i limiti della disabilità, ma è diventata attrice, come voleva. “Che diritto avevo io ragazzina disabile di vedermi proiettata sul palcoscenico? Negli anni '90 non si vedevano attori con disabilità….E io non avevo modelli di riferimento. Ma ci ho creduto. Ed è andata bene” scrive. La narrazione ha un ritmo sempre sostenuto. L’autoironia è dominante, la commozione ogni tanto c’è, ma non esiste il compatimento, soprattutto non c’è mai la sua ricerca o la voglia di provocarlo. Irresistibili i dialoghi con medici e impiegati statali sulla disabilità, buffi i ricordi di frasi pronunciate dalla mamma, dal papà, dai fratelli, che lei definisce carcerieri, ma dai quali si intuisce il forte legame con loro. Lo spettacolo è assolutamente da vedere, se proprio non si riesce c’è il libro ‘A noce con l’introduzione e i testi di Barbara Apuzzo e i fumetti di Stefano Mura, Edizioni Sensibili alle foglie, società cooperativa.


mercoledì 20 maggio 2026

COSE DA MARZIANI

Si può capire come nel 1960 la commedia non avesse avuto successo, anzi la prima fosse stata addirittura un "fiasco", nonostante la presenza di attori come Vittorio Gassman e Ilaria Occhini. Perché Un marziano a Roma di Ennio Flaiano, ispirato a un suo racconto del 1954, era troppo avanti per i tempi. Era surreale ma non abbastanza per capirne l’ironia e soprattutto il ritratto di un certo mondo. Ora la pièce di Flaiano, in scena al Teatro Menotti di Milano da ieri al 23 maggio, non solo risulta attuale, ma descrive bene il disincanto e la superficialità di una società pronta a infiammarsi immediatamente per una notizia e subito dopo dimenticare tutto, senza alcuna paura di contraddirsi.



La storia è quella di Kunt, un marziano che atterra sulla sua astronave a Villa Borghese, a Roma. L’evento fa grande scalpore, il personaggio è accolto con tutti gli onori, perfino dal Presidente della Repubblica. E’ ammirato, tutti vorrebbero conoscerlo. La sua venuta viene vista come risolutiva, come la promessa di un futuro migliore. Nel giro di poco tempo l’entusiasmo non solo si spegne, ma il marziano viene criticato, preso in giro, deriso, ridicolizzato. Nessuno si interessa più a lui e perfino il suo ritorno a Marte, dopo neanche tre mesi, riesce a fare notizia. Sicuramente a rendere surreale, ma nello stesso tempo realistica, la storia è la bravura di Milvia Marigliano, unica interprete. Sola sulla scena,in completo maschile, si trasforma in vari personaggi, comparse per lo più, che commentano in italiano, ma anche in romanesco, l’avvenimento. Il ritmo è sempre sostenuto e la comicità forte, ma pure capace di dare spazio alla riflessione.

martedì 19 maggio 2026

INTELLIGENCE FASHION

Ci sono grandi cambiamenti nella moda. Dovuti, oltre alla normale evoluzione, agli avvenimenti esterni e a quello che succede nel mondo. E’ indicativo che il film, in questo momento di maggiore successo, Il Diavolo veste Prada N°2 pur mantenendo gli stessi protagonisti e raccontando lo stesso ambiente, parte da un punto di vista molto diverso dal N°1(nella foto in basso le vetrine della Rinascente di Milano dedicate al film). Sono passati vent’anni, ma il cambiamento non è dato solo dal tempo. Il mondo della moda è sempre più attento a quello che succede intorno. Più pronto a cogliere le opportunità o trovare il modo per coglierle, più vicino ai desideri, anche nascosti, dei consumatori. Lo studio del mercato è sempre più importante. E non è come nello scorso secolo che nei periodi felici (v.boom e anni 80) il nero era il colore preferito, mentre nei periodi più problematici, ci si rallegrava con i colori forti e vivaci. 





I problemi ora ci sono e non si risolvono così. Da qui varie iniziative. Come quella di ACBC, brand nato nel 2017 per la produzione di scarpe, tra i primi a individuare i cambiamenti in atto. Da cui il nome, l’acronimo di Anything can be changed. Tra i primi anche a utilizzare materiali riciclati da bottiglie di plastica o dagli scarti delle coltivazioni di mele. Ma ora ha ampliato il suo progetto e ha inaugurato a Milano un Innovation Hub, per mettere l’innovazione al servizio dei brand di moda, dalle scarpe all’abbigliamento, agli accessori. Con un team interno di otto persone e la collaborazione di esperti del settore tessile, pelli, materiali in genere, offre una consulenza, sulle tre fasi della produzione. Dalla Strategy Consulting per aiutare nelle strategie di crescita e nell’integrazione della sostenibilità. Al Supply Chain Managed Services per accompagnare i brand nella creazione di prodotti e nell’industrializzazione. E, infine, il Marketing & Communication per trovare il posizionamento e farsi conoscere. Ma c’è anche chi come Levi’s vuole avvicinare sempre di più il mondo del denim al design. Ha dato vita a Milano a una Milanese House for creative souls, più che uno showroom, uno spazio dove i mobili e i complementi d’arredo dei più famosi designers italiani degli ultimi 80 anni dialogano con i suoi prodotti. E’ancora il denim a essere in primo piano nei progetti intelligenti. Ecoalf, che ha festeggiato nel 2025 i dieci anni d’attività con più di 14 negozi nel mondo, ha lanciato i primi jeans ecologici. Di due modelli, più a sigaretta per lui, con la gamba di uguale larghezza e la vita alta per lei (in basso a sinistra) entrambi anche genderless, sono in materiale riciclato al 100% e riciclabile (come tutto da Ecoalf. Oltre 4300 pescatori in 74 porti hanno raccolto più di 1900 tonnellate di rifiuti dai fondali marini) usano pochissima acqua per la produzione. Ma c’è anche un altro modo per essere rispettosi dell’ambiente e quindi “intelligentemente attenti” ai cambiamenti. Raffaela D’Angelo nella sua collezione beachwear “inno al romanticismo e al saper fare italiano” propone costumi (in basso a destra), copricostumi-abiti, camicie con stampe ispirate ai fiori di Monet, piuttosto che a temi esotici, in sete, chiffon e altri nobili tessuti naturali, che pur rinnovandosi ogni stagione, nelle lavorazioni, per la maggior parte a mano,  sono pronti a una lunga durata nel tempo. Un’altra forma intelligente di sostenibilità.

martedì 12 maggio 2026

LE GIOIE DI LUI

Chi non ha visto la mostra sarà tentato di andarla a vedere e chi l’ha vista sarà ben contento di avere in quel libro un validissimo ricordo. Si sta parlando di The Gentleman. Stile e gioielli al maschile presentato a Milano, proprio a Palazzo Morando dove, dal 17 gennaio al 27 settembre, è in corso la mostra, con lo stesso titolo, a cui si è ispirato il volume.  



Curato da Mara Cappelletti, docente all’Università Statale di Milano e autrice di diverse pubblicazioni sul tema, è edito da White Star. Cappelletti ne ha illustrato il contenuto in dialogo con il filosofo Beppe Vicenti che, studioso dell’evoluzione dei mercati e dei sistemi di scambio, ha dato una lettura contemporanea del gioiello maschile. Il racconto, segue il percorso temporale della mostra, dal Settecento a oggi. Si parte quindi da quel secolo con gioielli simbolo di potere ed esclusivi delle classi aristocratiche, come anelli a sigillo, fibbie, pendenti. Si prosegue con l’Ottocento dove le decorazioni sono più misurate e il gioiello deve essere funzionale: ecco quindi gemelli, spille da cravatta, catene da orologio. Più che testimoni di potere e ricchezza diventano simbolo di eleganza e appartenenza culturale. Il percorso si conclude con i gioielli contemporanei, nei quali “l’uomo riscopre la libertà di ornarsi senza condizionamenti”.  Sono firmati da importanti maison come Buccellati, Bulgari, Cartier, Damiani, ma anche da creativi artigiani. Con schede redatte da Diletta Sordi, esperta di comunicazione, che costruisce un dialogo tra “heritage, linguaggi contemporanei e posizionamento estetico”. Interessanti le illustrazioni, dagli still life di preziosi ai ritratti di personaggi, più e meno noti, del passato con gioielli particolari.