Incredibile come il Museo Rietberg di Zurigo, con una notevole collezione permanente di arte extraeuropea, organizzi mostre particolari, emozionanti e sempre con un messaggio e un forte contenuto sociale. Ora è in corso, fino al 6 settembre, Quasi un Paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea. Già dal titolo si può intuire che non è una normale mostra di foto relative a un certo periodo. Infatti, le foto di archivio sono solo il punto di partenza del lavoro di venti artisti da tutto il mondo.
Tutti nati tra il 1974 e il 2000, con l’eccezione di due del 1967 e 1968. Uno di questi è il vietnamita Dinh Q.Lê, morto prematuramente nel 2024, la cui opera apre la prima delle quattro sezioni della mostra che ricostruisce archivi fotografici, per varie ragioni, soprattutto sociali e di guerre, andati distrutti o mai creati. E i suoi cubi Crossing the Farther Shore raccolgono immagini della vita quotidiana di famiglie vietnamite costrette ad abbandonare le loro case durante il conflitto (in alto). La seconda sezione parla di stereotipi di tipo razzista-coloniale. Ma in una forma ironica o, comunque, che mette in ridicolo un certo modo di pensare dei bianchi. Come Four Seasons di Wendy Red Star (USA) le cui immagini kitsch vogliono raccontare come i nativi americani vivessero il contatto con la natura (in alto). O ancora le foto recuperate del senegalese Omar Victor Diop di quadretti conviviali anni ‘50 e ‘60, in cui si avverte sempre la presenza di un nero escluso. Sia perché il suo sguardo è da un’altra parte, sia perché non partecipa a una risata comune, ecc. Nella terza sezione gli artisti, in qualche modo, correggono le ingiustizie rivelate da vecchie fotografie. La svizzera Sasha Huber vuole riparare alle foto di un naturalista, che ritraeva uomini e donne schiavizzati nudi, rivestendoli, come per proteggerli, con abiti-armature scintillanti e importanti, applicati con graffette (in basso). La quarta sezione è quella che lascia più spazio alla fantasia degli artisti. Indicativa la mega installazione del francese Raphaêl Barontini. Con applicazioni, collages, disegni e foto stampate su una grande tenda a tutta altezza, racconta come una donna del Congo, Nobosudru, venuta in Europa in un viaggio organizzato da Citroên nel 1924-25, possa aver visto quel mondo così lontano dal suo modo di vivere. La foto della donna è vera. Una mostra da non perdere, anche per il magnifico parco che circonda il museo, particolarmente attraente in questo periodo.











