domenica 15 marzo 2026

SCENE DA UNA FAMIGLIA

Il Teatro Linguaggicreativi di Milano ha ospitato ieri e oggi l’anteprima di Attilio. E il teatro con quel nome non poteva essere più adatto allo spettacolo, davvero molto creativo, tanto da essere stato vincitore del Premio delle Arti Lidia Petroni 2018 e avere avuto la Menzione Speciale Asti Scintille 2019. A dar vita a questo “poemetto famigliare grottesco”, la bravissima ed eclettica Flavia Ripa



Sola sulla scena, con l’ausilio di semplici strumenti tecnici, per far partire suoni, musiche, voci, o con la sua voce, riesce a raccontare, alle volte impersonandoli, i componenti della famiglia. Oltre a lei, Barbara, c’è la nonna religiosa e con il problema dei moscerini della frutta, la figlia Stefania, aspirante rapper, che vuole aggiungere una H al suo nome, dove non si sa.  Armando il marito è nominato ogni tanto, ma è ininfluente. E poi c’è Attilio, 9 anni, il piccolo di casa che, invece di andare a scuola, frequenta campi da bocce e bar per briscola e controlla i lavori nei cantieri, con i suoi amici pensionati. Fatto che sarà vissuto malissimo, non tanto come problema del bambino, quanto perché porterà la famiglia a essere mal vista e giudicata nell'immaginario paesino di Quadrella. Dove le notizie del mondo intorno arrivano, ma filtrate in una bambagia di convenzioni o attraverso le continue telefonate di Barbara con una certa Rosa. A far da sottofondo qualche pezzo di canzone più o meno nota o litanie da chiesa, che sembra avere una parte determinante nel paese. Essenziale la scena, dove gli elementi più importanti sono il telefono con poltroncina e tavolino e una finta tavola da dove i piatti cadono facendo un rumore di veri piatti. Perfetti per dar forza all’immagine di casa e delle sue problematiche.     

venerdì 13 marzo 2026

GLI OGGETTI SUSSURRANO

Continua il discorso sulle contaminazioni o meglio su quel filo sempre più sottile tra arte, artigianato, design, la mostra Hella Jongerius Whispering things. In apertura domani al Vitra Design Museum di Weil am Rhein (Basilea), è molto di più di una retrospettiva dell’artista olandese. Suddivisa in quattro sezioni racconta, con oltre 400 pezzi di cui molti provenienti dall’archivio Vitra, il suo percorso. Dagli inizi negli anni 90 con il collettivo olandese Droog Design ai lavori di Jongerius come designer, fino alle opere degli ultimi tempi, definibili più d’arte che di design.





Nella prima sala, intitolata Dirty Hands, al centro dell’attenzione il lavoro di ricerca che comprende tecnologia e artigianalità. A ben rappresentarle un’installazione con le mani disegnate dagli artisti del collettivo che pendono, come le gocce di un lampadario. La seconda sala, chiamata Business Class, è dedicata alle collaborazioni con importanti aziende.  Dalle sneakers per Camper, ai tessuti per Maharam (creatore di tessuti statunitense), dai pezzi per l’Ikea al suo Polder Sofa, alle porcellane di Nymphenburg in Germania, fino agli interni della business KLM. Con i bozzetti, dai quali si intuisce l’importanza data da Jongerius ai materiali e alla sostenibilità per fare davvero qualcosa di innovativo. Si chiama Feeling Eye la terza sala dove il tema sono i materiali e soprattutto i colori, come annuncia, al centro, una piramide di varie bottiglie dalle colorazioni parziali, complete, pienissime. Le stesse sono su tele appese alle pareti. O ancora i vasi bianchi o di tinte tenui che catturano i colori. L’ultima sala è quella dove il confine tra design e arte non esiste più. Così la Frog Table con la rana che diventa parte integrante di un tavolo. O la serie Angry Animals, vasi di ceramica con il muso di non identificabili animali che con le loro bocche o gli occhi aperti sembrano voler dare voce a problematiche del mondo umano-animale. O ancora lo studio della tridimensionalità o un’interpretazione con cristalli di Guernica. Notevole il catalogo, in versione inglese e in versione tedesca, progettato dal grafico olandese Joost Grootens. La mostra chiude il 6 settembre  e riapre al Museum fur Kunst und Gewerbe di Amburgo dal 16 ottobre al 30 maggio 2027.

mercoledì 11 marzo 2026

QUANDO IL PATCHWORK E' DIGITALE

Prendere pezzi di realtà e poi assemblarli in un patchwork, creando un’immagine quanto mai reale e con una tematica ben precisa. Questi sono i lavori di Teresa Giannico (classe 1985) per Spazio Necessario, mostra in collaborazione con la galleria d’arte contemporanea Viasaterna. Sono esposti a Milano in uno dei due caselli di Porta Garibaldi, edificati nel 1834 e restaurati da Tecno, che ne ha fatto un luogo di incontri ed eventi, oltre che di esposizione di prodotti. 





Uno spazio di fascino, intrigante e non allineato, perfetta scelta per Spazio Necessario che ha come punto di partenza e ispirazione Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, “Non come citazione letteraria , ma come chiave per riflettere su come gli ambienti rendano possibile, o talvolta ostacolino, il lavoro creativo” scrive la curatrice Rischa Paterlini. Ci sono stanze o angoli di stanze, dove qualcuno lavora, qualcuno abita con i suoi vestiti, qualcuno dorme. C’è la stanza rifugio, l’unica possibile per chi non ha i mezzi, ma c‘è anche il luogo di lavoro di personaggi come Hannah Hoch, artista berlinese del movimento Dada, figura che ha accompagnato Giannico negli anni dell' Accademia. Ma anche un angolo del soggiorno di Louise Bourgeois a New York con la scrivania, i colori, gli appunti, un suo scritto (foto in alto). In realtà non è una riproduzione fedele, ma un lavoro fatto su alcune foto trovate e poi, con tecnologie digitali, trasformate, assemblate, fotografate e riproposte come foto o come un dipinto.  Ma non ci sono solo luoghi. Ci sono anche persone, alle volte riprese in un ambiente a volte soltanto dei ritratti, compreso il suo autoritratto. Anche questi sono assemblaggi di pezzi di volti fotografati come un unico ritratto. “E’ un lavoro sulla memoria per capire come percepiamo le immagini dentro di noi” spiega nel testo critico l’artista. Sono evocazioni di persone, sentimenti, luoghi dove è stata. ”Per costruirli ho incrociato la mia memoria personale con quella algoritmica”. La mostra è visitabile fino al 25 marzo. Dal lunedì al venerdì ore 9, 12, 14, 18 nell’ambito di Mia Photo Fair. Dal 19 al 22, sabato e domenica, dalle 10 alle 19. Da non mancare, anche per l’attrattiva dello spazio espositivo.  

domenica 8 marzo 2026

DENTRO L' ORRORE

Capita di frequente, ormai, che il teatro sia interattivo e coinvolga il pubblico. Specie se si tratta di uno spettacolo al limite del cabaret. Per Manson della Compagnia Fanny & Alexander, solo ieri al Teatro Gerolamo di Milano, l’interattività costituisce la parte principale. Manson, che ha debuttato al Mercurio Festival di Palermo nel settembre 2023, con la regia di Luigi Noah De Angelis e la drammaturgia di Chiara Lagani, propone il caso di cronaca nera del 1969. Quando un gruppo di ragazzi, ispirati o spinti da Charles Manson, uccise a sangue freddo Sharon Tate, moglie di Roman Polansky incinta di otto mesi, e i suoi ospiti nella villa a Cielo Drive, Hollywood



Sul palcoscenico solo una poltroncina di spalle e un microfono. Sul fondale scritte luminose che narrano, momento per momento, la vicenda, accompagnate da commenti, grida, colpi di pistola, passi. Le scritte essenziali, unite alle voci di vittime e assassini, sono talmente ben studiate che ci si sente nella scena. Se ne assorbe tutto l’orrore, dagli inizi in cui si immagina solo una bravata di ladruncoli, in preda alla droga, fino alla fine, quando gli assassini si svestono degli abiti insanguinati e ripartono in auto dopo aver scritto "pigs" sul muro della villa. Quindi una voce fuori campo parla di un altro delitto commesso dal gruppo, sempre in zona, e introduce la figura di Charles Manson, con la sua infanzia disgraziata, la sua vita da sbandato fuori e dentro al carcere, ma anche il suo forte carisma per cui aggrega molti giovani soprattutto ragazze, innamorate di lui. Quindi si arriva al processo ed ecco l’attore, lo straordinario Andrea Argentieri che diventa Manson al processo. E a fargli le domande sono le persone del pubblico, a cui all’entrata è stata data una matita e un foglio con 32 domande, realmente quelle fatte al processo. Dalle più ovvie a quelle che scavano nella personalità del criminale, da quelle che potrebbero dare a Manson la possibilità di chiedere un perdono o attenuanti a quelle più provocatorie. E Manson-Argentieri risponde. A volte con toni pacati a volte sbraitando, contorcendosi sulla sedia, oppure girando sul palco come un matto.  Un pezzo di grande bravura dato che l’attore a ogni domanda risponde immediatamente e a tono in inglese. Come se gli fossero state fatte con un ordine preciso. Mentre sul fondale compare la traduzione in italiano.  

sabato 7 marzo 2026

MADE IN KOREA

La videoarte, anche per la sua apparente immediatezza e sempre apparente comprensione, può sembrare una forma d’arte minore, perfetta per la generazione Z, comunque un linguaggio che rifugge gli approfondimenti. La mostra K-Now! Korean Video Art Today, al MASI (Museo d’arte della Svizzera italiana) di Lugano smentisce totalmente questa valutazione. Curata da Francesca Benini del MASI e da Je Yun Moon, già vicedirettrice dell’Art Sonje Center di Seoul, propone le opere di otto artisti e collettivi coreani di nuova generazione. Con un titolo provocatorio, entra nella scena artistica proponendo opere che affrontano tematiche condivise. Che possono essere fortemente connesse con la storia e la realtà della Corea, ma anche toccare temi esistenziali e globali. Pure con una visione del futuro. 






Così
Chan-kyong Park in Citizen’s Forest, un video "allungato" che ricorda i rotoli dell'antica pittura asiatica, rievoca momenti tragici della storia coreana, attraverso riti sciamanici in una verde foresta. Nei due video di Jane Jin Kaisen l’acqua è il filo conduttore per raccontare sia il suo legame con l’isola di Jeu e il massacro di civili in queste acque, sia la vita delle donne pescatrici apneiste. Attualissimo e globale il video Delivery Dancer’s Sphere di Ayoung Kim sulla vita di un rider che con la sua moto deve fare consegne seguendo un percorso, per lui fatto di mille curve e ostacoli, per chi lo manda e per chi riceve, invece, di una linea retta (foto al centro). E’ di un collettivo, fondato a Seoul nel 2017, Rola Rolls che con un video e una scultura immagina un futuro dove una setta ecologista trasforma i corpi umani in ibridi autosufficienti (foto in alto). Sungsil Ryu guarda con occhio critico l’attuale società borghese attraverso una streamer, Cherry Jang, che ironizza sul voler inseguire “una cittadinanza di prima classe”. Il tema di Ghost 1990 di Heecheon Kim è la fallibilità del corpo e l’ossessione per la prestazione fisica. Attraverso un visore il visitatore può immedesimarsi in un atleta infortunato che cerca di recuperare la sua forma. Made in Korea di Onejoon Che propone il video di un musicista nigeriano sull’emigrazione africana in Corea, collocato tra due file di copertine di LP. Tema: le trasformazioni sociali del territorio e le sue contraddizioni(foto in basso). La mostra, che apre domani, chiude il 19 luglio. In edizione bilingue italiano-inglese l’attraente catalogo illustrato. 

giovedì 5 marzo 2026

LE MONTAGNE INCANTATE

Sono un centinaio di foto che ritraggono montagne, boschi, animali selvatici nascosti, che corrono in gruppo, solitari.  D’estate, con il sole, d’inverno con neve e ghiacci, al tramonto, di notte. Sono di Giovanna Dal Magro. Fino a domani saranno esposte nella Biblioteca di Santa Giustina in provincia di Belluno. Poi andranno a Sospirolo, a Sovramonte e a Ponte delle Alpi, sempre nel bellunese. Dietro la mostra itinerante una storia iniziata quasi cinquanta anni fa. Quando l’allora capo della Forestale di quella zona Alessandro Merli e Anna Paola Zugni Tauro, dirigente di Italia Nostra decidono che, per proteggere le  foreste del bellunese, conosciute anche come Monti del Sole, la soluzione sia creare un parco nazionale.


   




Diventa quindi importante farle conoscere. Cosa meglio di farle fotografare da un occhio particolare, poetico, più che "adatto alla cartolina"? La scelta cade su Giovanna Dal Magro con cui Zugni Tauro ha lavorato per reportage sulle ville venete, e che ha al suo attivo varie foto di performance artistiche. Dal Magro è restia, non ha alcuna esperienza di montagna, soffre il freddo, ma alla fine si lascia convincere, sperando, forse, di vedere qualche animale, la sua passione.  Fotografa indefessamente per quattro anni, in tutte le stagioni con tutti i climi (nella foto Dal Magro con alcuni dei forestali che l’hanno accompagnata).  Una vera sfida. E i risultati sono di grande soddisfazione. Ne nasce un libro dedicato a Dino Buzzati, bellunese doc. In seguito viene  organizzata una mostra che gira per i vari comuni della provincia di Belluno, fino a diventare l’apertura di un convegno internazionale della montagna all’Università di Vienna, applaudito da 2mila persone. Ma il passo decisivo è l’esposizione allestita a Roma, nel complesso  monumentale di San Michele a Ripa Grande. Qui la visita l’allora ministro dell’Ambiente Giorgio Ruffolo che, incantato dalle foto, firma immediatamente perché quei territori siano inseriti come Parco Nazionale, che diventerà Patrimonio Unesco. Dopo tanti anni nel 2025 la mostra viene “ripresa in mano” dal tenente colonnello Elisabetta Tropea,Comandante Carabinieri Biodiversità di Belluno. La prima tappa è il restaurato, cinquecentesco Teatro de la Sena (della scena) al primo piano di Palazzo della Ragione, a Feltre

mercoledì 4 marzo 2026

LA BORSA E' LA VITA

Sempre di più durante la Fashion Week milanese si viene a conoscenza di realtà sconosciute con storie particolari. Il salone White, grazie alla continua ricerca, ne propone svariate. La storia di Ibeliv  è una favola con tutti i requisiti per essere considerata tale. E invece è vera, e ha un protagonista Liva Ramanandraibe, nato in Madagascar nel 1981 (foto qui in basso). Ibeliv è il brand da lui creato. Che, oltre a contenere parte del nome Liva, letto all’inglese si traduce in "Io credo". Non è un nome di fantasia, racconta il pensiero da cui tutto è partito. Cioè il credere fortemente in un progetto, superando ostacoli di tutti i tipi per realizzarlo. L’azienda è a Antananarivo, capitale del Madagascar, produce cappelli, cesti di ogni genere, ma soprattutto borse artigianali in rafia, e conta 4mila dipendenti.  





Tutto comincia da un ragazzo malgascio, appunto Liva Ramanandraibe, che a 16 anni va in Francia, prima ad Avignone, poi a Montpellier per studiare Finanza. Laureato, lavora come stagista per un anno poi, apprezzato e con in mano la sicurezza di una brillante carriera, si rende conto che vuole rendersi utile al suo Paese e la Finanza non è la strada giusta. Così incomincia a girare il mondo, scopre che molte delle borse di paglia nelle vetrine dello shopping chic, vendute a prezzi altissimi, sono fatte da donne del suo paese, pagate pochissimo, che lavorano senza un contratto e nessuna sicurezza per l’avvenire. Per contro nei mercatini del suo Paese si trovano borse a prezzi bassissimi. Decide di entrare in quel business. Lui farà i disegni e si occuperà di trovare i compratori. Le donne realizzeranno i prodotti. Ma ha difficoltà a trovare consensi alle sue idee, nessuna gli dà ascolto. Finalmente due donne si dimostrano interessate al progetto e con loro prepara una piccola collezione, che comincia a proporre in un porta a porta nelle boutique in giro per il mondo. Non è semplice, ma continua imperterrito.  “La mia mamma mi ha insegnato l’umiltà e la passione” spiega. E la figura della mamma sarà determinante nel suo successo. Il primo negozio a interessarsi e acquistare le sue borse è in Italia, a Portofino, dove ha modo di incontrare quello che diventerà il suo distributore Andrea Gennari. Ora le borse Ibeliv sono vendute nei negozi più prestigiosi e raffinati d’Italia e del mondo.  In una mostra sulla storia delle borse, allestita ai magazzini Le Printemps di Parigi,  le sue sono state esposte tra le borse più iconiche. Le portano personaggi come la ex première dame Carla Bruni. Ma quello che è davvero più interessante, ed è anche l’obiettivo raggiunto,  Ibeliv è un’azienda ben strutturata dove lavorano 4mila persone, regolarmente assunte. A guidare il team creativo Liva, ad occuparsi della gestione la "grande" mamma Tiana Raharison, nominata ambasciatrice delle donne africane da Obama. A lei Liva rivolge i ringraziamenti nel bel libro che racconta, con splendide fotografie, dalle coltivazioni della rafia ai disegni e gli schizzi dei modelli, alle lavorazioni, fino alle immagini delle campagne pubblicitarie. “Portare Ibeliv è scegliere un’eleganza naturale e senza tempo nata dal desiderio di fare il Bello facendo il Bene”. Scrive Liva nell’introduzione.