lunedì 4 maggio 2026

A CIASCUNO IL SUO

Tra le svariatissime proposte del Fuorisalone, appena concluso, vale la pena citare la mostra dell’architetto brasiliano Henrique Steyer (nelle foto). Si potrebbe definire "una mostra diffusa", in quanto i sei oggetti, progettati da lui o dal suo studio, sono distribuiti nelle vetrine dei negozi e all’interno di locali situati in Galleria Vittorio Emanuele e nelle vie intorno. Tutti questi luoghi fanno parte delle botteghe storiche milanesi e rientrano nel progetto firmato da Elisabetta Invernici e Alberto Oliva Nelle botteghe di Galleria & Friends.






Rappresentano un interessante accostamento di tradizione e novità. Di diverso tipo gli oggetti o i mobili, che in qualche modo ribadiscono l’eclettismo di Steyer. Si va da quelli con una precisa utilità a quelli “di fantasia”. Ecco la sedia Vittorio, con struttura metallica e rivestimento in pelle naturale e tessuto
 e una funzionalità contemporanea, presentata ufficialmente alla mostra della Galleria. Esposta da Cadé, un nome d’eccellenza per le cravatte, fondato nel 1852 da Paolo Biffi, confettiere del re. Rievoca gli anni 60 e il modernismo la poltrona Alento da Guenzati in Via Agnello, il negozio più antico di Milano, con una selezione di tessuti e maglieria british. Si chiama Patricia il tavolino-sgabello in legno massello, essenziale, funzionale, senza tempo. Da Noli Tabacchi, che dal 1927 tiene viva la cultura del fumo di alta qualità(in alto a destra).  Un porta candele in marmo che simula un fiore di cui ogni petalo è lavorato singolarmente. E'un invito alla contemplazione e al relax, perfetto per essere esposto nella mitica, novantenne Libreria Bocca (in basso a sinistra). Non ha una funzione pratica, ma “restituisce un significato” alla materia di cui è fatto, il legno recuperato, il totem nel Ristorante Galleria, che dal 1968 accoglie artisti, musicisti e cultori di musica per i dopo Scala. Ogni pezzo porta con sé il DNA della foresta e l’anima di chi lo ha realizzato (in alto a sinistra). Non ha una funzione ma aiuta a sensibilizzare sulla tutela della natura, o meglio della fauna, la statuina d‘oro del macaco. Fa parte di una serie ispirata agli animali in via di estinzione. Non poteva trovare migliore collocazione che nelle vetrine della Gioielleria Cielo, in Piazza Duomo(in basso a destra).

giovedì 30 aprile 2026

CAOS NELLO SPAZIO (VITALE)

Un vero peccato che sia stato in scena solo quattro giorni, e domani sia l’ultimo. Lebensraum, in prima milanese al Teatro Menotti della olandese Jakop Ahlbom Company, è davvero uno spettacolo unico e straordinario. Tutto si svolge in quello che potrebbe essere un miniappartamento, appunto uno “spazio vitale” (Lebensraum in tedesco) abitato da due uomini, interpretati da Jakop Ahlbom (svedese di nascita, ma olandese dagli anni 90) che dà il nome alla compagnia ed è autore e regista dello spettacolo e da Reinier Schimmel.  



Ogni mobile ha almeno una duplice funzione. Il pianoforte diventa letto, la libreria nasconde un frigorifero. Sul tavolo, dove i due mangiano, piccole carrucole portano dall’uno all’altro cibo, bottiglie, piatti. L’ambiente ha una tappezzeria in cui si mimetizzano, vestiti dello stesso tessuto a righe, i due musicisti della band olandese Alamo Race Track, che accompagnano con sonorità pop-rock. Ma c’è anche una trama e, infatti, dopo i primi momenti in cui due sono soli entra in scena una bambola, l'ottima Silke Hundertmark, che dovrebbe occuparsi delle pulizie. Ma per quanto robot, ha un suo pensiero e nessuna intenzione di coprire quel ruolo. Anche se le mettono in mano secchi, stracci, scope. A questo punto lo scompiglio cresce. Dietro gli armadi si aprono dei passaggi segreti, gli specchi diventano finestre da cui i tre passano con salti acrobatici per ritrovarsi poi, a sorpresa, in una cassapanca da cui escono con un balzo. Il tutto in pochi minuti. Gli inseguimenti continuano, il caos è totale, ma si intuisce un innamoramento dei due per la bambola che diventa oggetto da contendere. Il ritmo è frenetico, i tre riescono a raccontare con i movimenti molto più che con le parole. E la musica si adegua perfettamente alla situazione. Alla fine dello spettacolo gli applausi sono fortissimi e prolungati, tanto da obbligare i cinque artisti a uscire a ringraziare più e più volte.

mercoledì 29 aprile 2026

IL COLORE DEGLI ANNI


I colori sono importanti nella moda, ma come si scelgono? Perché ora si parla continuamente di burgundy, che è poi il bordeaux (riferimento al vino e non alla città)? Perché un colore viene identificato con il nome di uno stilista, vedi Rosso Valentino? Perché il nero ha dominato per anni, tanto che dopo si è parlato di certi colori come del “nuovo nero”? L’argomento è stato il tema dell’incontro di ieri all’Hotel NH Collection di Via Tarchetti, a Milano. Relatore Eugenio Gallavotti, giornalista con un importante curriculum in riviste di moda e docente all’Università Statale e allo Iulm di Milano (nella foto Gallavotti con alle spalle un ritratto di Balenciaga). 



“La moda è uno dei modi di reagire a quello che succede intorno. Nei periodi di benessere privilegia colori sobri e forme rigorose, in periodi difficili punta a un tripudio di colori” così ha esordito Gallavotti, parafrasando, in un certo senso, il sottotitolo del suo libro “Quando siamo poveri la moda è ricca. E viceversa”(La teoria dei colori. Stile & Società a contrasto, edito da Franco Angeli). Ha quindi individuato, fra il secolo scorso e oggi, quattro periodi. Nei cupi anni tra le due guerre e durante l’ultima, Elsa Schiaparelli inventa il rosa shocking, Ferragamo nel 1938 crea il sandalo Rainbow con zeppa in sughero rivestita di camoscio nei colori dell’arcobaleno. Negli anni 60 del boom, il nero trionfa, spopola il tubino nero. Per Balenciaga, uno dei couturier più famosi del momento, è addirittura un’ossessione. Il nero ritorna seguitissimo nei “felici” anni 80. Perfino le foto delle pubblicità di moda sono in bianco e nero. Dal 2008, con il crollo di Lehman Brothers, inizia il periodo tenebroso, che dura ancora ora, e i colori ritornano. Gallavotti cita Miuccia Prada con “It’s time to be bold”, un invito a osare. Ci sono eccezioni, “...perché le collezioni spesso partono da un concept che può essere un luogo, un periodo storico o un certo tessuto”. Spiega Gallavotti sollecitato da un pubblico particolare e non solo perché in prevalenza femminile. L’incontro fa parte di una serie di appuntamenti che quasi ogni mese organizza Inner Wheel, su argomenti di interesse generale e soprattutto sociale. Ma è una minima parte di quello che fa questo club dalla lunga storia. Nato ufficialmente nel 1924 in Inghilterra, dalle mogli dei rotariani, che con i mariti in guerra avevano preso in mano i club e deciso di crearne dei nuovi indipendenti, al femminile, con lo stesso simbolo della ruota da cui hanno preso il nome. Gli Inner Wheel club nel mondo ora contano circa 120mila iscritte. In Italia sono molti, di cui svariati a Milano. Quello che ha organizzato l’incontro è l’Inner Wheel Club Milano Sempione. Si propone, oltre che di rafforzare l’amicizia tra le socie, di supportare i giovani nel sociale. Così “Dal Bullo al bullone” per inserire i ragazzi, usciti dal Carcere minorile Beccaria, nel mondo del lavoro. Affiancando gli adolescenti negli studi per combattere l’abbandono scolastico. O ancora combattendo il bullismo nelle scuole elementari, da cui l’istituzione delle famose panchine gialle. 

lunedì 27 aprile 2026

SEGUIRA' DIBATTITO

Difficile fare un commento finale su quello che si è visto al Fuorisalone. Si possono dare dei numeri, per vedere l’incremento di presenze rispetto allo scorso anno, specie quello dei visitatori stranieri, enumerare i progetti e gli allestimenti più visti. Ma è impossibile fare una sintesi o dare un giudizio generale. I punti fermi sono le lunghissime code, l’impossibilità di camminare per le strade o all’interno dei palazzi, dei giardini, dei cortili con le esposizioni. Dove la gente sembra più interessata a farsi dei selfie che a leggere le didascalie per “capire” le installazioni. Forse nell’entusiasmo, nel divertimento, nella sorpresa dei bambini si può avvertire il riconoscimento per il lavoro fisico e di pensiero che c’è dietro. 



Non è facile rendere artistica un’esposizione di arredi per bagno. Patricia Urquiola, ci ha provato con successo. Ed ecco nella hall del Gran Melia Palazzo Cordusio l’installazione scultorea Balcoon-Scapes che mette insieme ed esalta i vari elementi e i materiali rendendoli dei totem. E’ un racconto che parte dalla serotonina, il cosiddetto ormone della felicità, l’installazione di Sara Ricciardi per American Express. Nel loggiato della Pinacoteca di Brera enormi forme gonfiabili si dilatano e si muovono, accompagnate da suoni, con un ritmo lento, vicino al battito cardiaco (in alto). Missoni celebra The slow art of craft, un elogio all’artigianato e alla sua lentezza. E lo fa mettendo al centro del salone di Via Solferino la mitica macchina tessile Caperdoni in attività. Seduti sui divani intorno, è un piacere vedere il movimento lento e continuo con i fili "densi" di lurex che compongono una lunga, luccicante striscia di tessuto. Di cui sono fatti i divani, i pouf, gli abiti da sera sui manichini, e gli orsacchiotti di varie dimensioni, collocati tutt’intorno. Arte fruibile quella presentata da Amini in collaborazione con R & Company per la seconda edizione di Woven Forms. Sono tappeti, pezzi unici, interpretati da nove artisti e interior designer(in basso a sinistra).  Ma ci sono state anche mostre d’arte non legate al design. Come Eggs l’opera di Piero Figura tra la pop art di Andy Warhol e certe immagini surrealiste di René Magritte. In scena allo Studio Déco Gallery in Via Santa Maria alla Porta (in basso a destra). O il Giardino Alchemico di Julie Hamisky alla Casa d’Aste Pandolfini. Un giardino dove i fiori, e non solo, brillano di luce propria.

sabato 25 aprile 2026

LE FINESTRE SUI CORTILI


Come sempre, il Fuorisalone milanese all’Università Statale, ideato e coordinato dalla rivista Interni, incuriosisce e affascina.  Per la varietà, la spettacolarità, ma anche i contenuti e i messaggi. Certamente aiutato dalla “splendida cornice” del Cortile d’Onore, dei porticati, dei piccoli cortili laterali. Difficile descrivere a parole, impossibile con la fotografia renderne la suggestione. Non semplice neanche suggerire un percorso, perché ogni installazione è un fatto a sé, anche se tutte sono legate da un filo conduttore preciso. “I progettisti sono chiamati a interpretare la materia come processo creativo in cui il rigore tecnico si traduce in espressione e valore culturale”. Si riscontra nell’allestimento con lo yacht, come in quello con la lattina di pomodoro o con il parmigiano. 



Ecco esposta in uno dei settecenteschi cortili laterali, realizzata dai cantieri Sanlorenzo, su progetto di Piero Lissoni, “l’anima” di uno yacht, costituita da elementi trasversali in metallo, per rendere il volume della barca, e con un tessuto trasparente che ricopre il tutto, oltre a una pedana, su cui passeggiano i visitatori, che corrisponde alla linea d’acqua. House of Polpa è un’architettura tubolare costruita con ventimila lattine di polpa di pomidoro Mutti: una struttura edibile che, smontata, può entrare nelle cucine di casa. Di grande attrazione nel Cortile d’Onore, l’allestimento del Consorzio del Parmigiano Reggiano firmato da Paola Navone e Cristina Pettenuzzo per Otto Studio in collaborazione con Studio Azzurro che ha creato il progetto sonoro.  E’ un’arena con un rivestimento dorato che riproduce la scritta sul parmigiano, con all’interno un “bosco” di utensili da cucina "dominati" dalle grattugie (in alto a destra). Non c’è un’azienda dietro, ma un pensiero forte, legato al momento, nell’installazione in mezzo al prato del Cortile d’Onore, dal titolo Mater. L’ha progettata Alessandro Scandurra che “ha conosciuto la guerra da bambino in Libano e oggi l’ha incontrata lavorando alla ricostruzione delle scuole in Ucraina”. Sono macerie di palazzi distribuite ad anello, simbolo di protezione e accoglienza che una madre può dare (in alto a sinistra).  Parla di pace, di compassione, di condivisione Regeneration, scultura piramidale in ceramica policroma che s’incontra appena si entra. Di Bertozzi & Casoni riproduce un gorilla con in grembo un capriolo e le mani aperte a chiedere ascolto e pietà (in basso a destra). Mostra i lunghi canini e sembra gridare minaccioso l’altro gorilla in resina rossa, all’angolo del Cortile d’Onore, tra le piante. E’ Wild Kong dell’artista pop Richard Orlinski in collaborazione con la galleria Deodato Arte per Fidenza Village. In realtà la sua non è aggressività, ma è dimostrazione di vulnerabilità, "tra istinto e coscienza" (in basso a sinistra). Molto apprezzata al Portale Sud la cornice con scatole dello scatolificio Lotti rivestite nelle carte pregiate di Kartos. E’ un progetto di Alessandro Enriquez e la scatola è la metafora di attesa e scoperta.

venerdì 24 aprile 2026

LA CREATIVITA' SI FA IN TRE

Stupirsi, meravigliarsi, anche divertirsi. Questo è quello che, in questi giorni di Fuorisalone milanese, si prova appena entrati al Superstudio Più di Via Tortona.  Un salone, che era ed è ancora  dedicato al design, diventa qualcosa di speciale. Sofisticato, raffinato, intellettuale, veicola e trasmette idee e spinge a pensare al futuro in modo positivo. Per questo a qualsiasi ora del giorno e della sera è affollatissimo, di giovani e non solo.  Normale che sia stato immediato il successo prima del Superstudio Maxi aperto alla Barona nel 2020 ed ora del Superstudio Village alla Bovisa, nato dalla riqualificazione dell’ex Trafileria Lombarda, con una ristrutturazione che ha preservato il 75% della struttura originale. 


 
                                

Nonostante non sia semplicissimo da raggiungere, ieri sera all’apertura ufficiale era pieno di gente. Superplayground il tema, dedicato ai nuovi creativi e alla sperimentazione. Qualche esempio? L’enorme installazione con teli di mongolfiere che formano una galleria surreale di Lousy Auber e parlano di riciclo (foto in alto). L’attaccapanni, un tempo si chiamava "servo muto", riveduto e "umanizzato" di Ayca Yilma. Le poltrone salvagente di Federica Ciotola, l’installazione-immersione nel visual design. Al Superstudio Maxi per il tema SupercityGiulio Cappellini racconta una città ideale con i Living Divani di Piero Lissoni, i totem di Flavio Lucchini e le sculture in corten, acciaio, legno di Maria Cristina Carlini, ospite fissa di Superstudio Più. Tutto comincia comunque dal Superstudio Più di Via Tortona con Supernova che riunisce le grandi firme del design internazionale. E qui lo spettacolo è grandioso. Da Dissuader, l’enorme piccione di Franco Perrotti che accoglie all’ingresso, al debutto di Re.Circle.  Sul Roof, accanto al Terzo Paradiso con i cerchi magici di Michelangelo Pistoletto e le bambole di Flavio Lucchini, interessanti proposte di designer, poeti, performer, artigiani. Come i poetici e, apparentemente, minacciosi personaggi creati con scarti di cantieri da Alberto Zanoletti, giornalista e artista (foto al centro). Tra i grandi espositori Marcel Wanders che torna dopo 25 anni “dove tutto è iniziato” cioè al Superstudio Più con uno spazio di 1000 metri quadrati dedicato al suo brand Moooi, popolato di alberi luminosi (foto in basso), poltrone in peluche, sedie “parlanti” e un bosco di abeti natalizi. Non poteva mancare Lexus con Space, un vero spettacolo di videoarte. Dove la nuova auto LS Concept diventa il pretesto per interrogarsi sul movimento, non più solo uno spostamento da un luogo a un altro, ma un percorso fatto di emozioni e riflessioni. Gli studenti di quattro università, in Portogallo, in Svezia, a Tokyo e il Politecnico di Milano presentano i loro plastici. Next 125, colosso delle cucine d’autore, con l’installazione Unfold di Ankon Mitra, architetto e scultore originario di Delhi, esempio di “oritecture” fusione di origami e architettura.  Uscendo dal Superstudio, su via Tortona in direzione Porta Genova, impossibile non notare il negozio di Avalon con i coloratissimi pouf, "gli unici al mondo", dice un cartello, con braccioli. Chissà se sarebbero riusciti a non far cadere Fantozzi?

 


giovedì 23 aprile 2026

VARIAZIONI SUI TEMI

In questi giorni basta fare qualche passo per le vie di Milano, e non solo nel Quadrilatero, per vedere come il design possa essere comunicato in svariati modi o anche diventare il veicolo per farsi notare. 



Dior, in via Manzoni, propone i suoi accessori su finte torte che diventano oggetti di design. Parosh, in Corso Venezia, tra i suoi capi dai tagli asimmetrici, introduce le lampade colorate di varie dimensioni di George Sowden e le opere in fil di ferro di Antonino SciortinoValextra, in via Manzoni, in collaborazione con Object of Common Interest, studio di architetti greci basati ad Atene e New York, evidenzia i punti forti della maison. Ed ecco all’interno una grande struttura in gomma e tondeggiante, con linee morbide in contrapposizione, o meglio in dialogo, con i piedestalli in marmo bianco, su cui sono posate borse varie. Neri, in materiale plastico anche gli sgabelli. Gli stessi elementi si ritrovano accostati nelle vetrine(foto al centro). In linea con le installazioni le due edizioni limitate della borsa Iside, create per la Design Week. Kartell trasforma i marciapiedi di via Turati e quasi l’intera Via Carlo Porta in una discoteca con mega Dj set, per presentare Le Stanze di Kartell. All’interno del negozio costruisce un percorso con tutti i locali di una casa, bagno padronale, bagno degli ospiti e spazio outdoor, ovviamente al chiuso, compresi. Ognuno caratterizzato dai suoi pezziforti. Viste dall’esterno, attraverso le vetrine, ”le stanze” danno al passante l’idea di “frammenti di vita domestica”(foto in basso). Cappellini, oltre i nuovi pezzi, propone un rinnovamento di quelli iconici. Aggiunge il marmo bianco o nero alla scrivania Lochness di Piero Lissoni. Marmo colorato anche per il tavolo Giunto di Antrei Hartikainen. Impreziosisce le finiture dei tavolini Gong di Giulio Cappellini e aggiunge nuovi colori forti per la mitica poltrona Peacock di Dror (foto in basso). Il design racconta la storia di un Paese, la Polonia, nelle due mostre di Visteria Foundation al 16° piano della Torre Velasca. Impossibile non distrarsi per la vista spettacolare che si gode dalle finestre, disposte sui quattro lati dell’edificio. Ma anche le storie dietro alle due mostre catturano l’attenzione. Una è dedicata a Jorge Zalszupin (1922-2020) sopravvissuto all’Olocausto ed emigrato in Brasile, dove costruisce case e pezzi d’arredo ispirati a Le Corbusier e caratterizzati da un forte rigore.  La seconda mostra illustra il modernismo polacco, anche questo rigoroso, adatto ai modi di vivere e le difficoltà di un Paese.