lunedì 24 agosto 2026

VALLI VALDESI

 

Le introduzioni dei libri sono diverse, raramente sono scritte dall’autore, più spesso sono commentate da un personaggio esperto in materia, o da qualcuno che ne ha curato l’editing. Alle volte sintetizzano bene il contenuto, alle volte non ne parlano minimamente, ma divagano sull’argomento trattato. Molto spesso raccontano l’autore. L’introduzione di La pietra d’angolo. Storie di scuole, ospedali e altre utopie, di Luisa Gay, appena uscito per LAR Editore  in poche parole spiega il libro in modo essenziale e  chiaro, creando quella curiosità, che viene pienamente soddisfatta nella lettura. 


Come si dice nell’introduzione il libro è il terzo di una trilogia dell’autrice  dedicata al mondo valdese tra Ottocento e Novecento. Mentre i primi due sono romanzi, questo raccoglie racconti ognuno dedicato a un luogo importante di questo mondo, meglio di queste valli. Ci sono personaggi veri, realmente esistiti, ma anche comparse dettate dalla fantasia che comunque hanno le caratteristiche di persone incontrate da Luisa Gay, che da anni passa l’estate a Torre Pellice, centro valdese più importante. I luoghi sono l’Ospedale Valdese creato nel 1826 “grazie al coraggio di una piccola donna intraprendente”. Il Collegio, costruito nel 1835 di cui "la pietra angolare" del titolo, sogno di un gentiluomo inglese, realizzato da un pragmatico colonnello. Lo stesso che tanta parte ha avuto nella creazione del Pensionnat per fanciulle nel 1837. E poi La Scuola degli Stracci, la Casa delle Diaconesse. E Agape, nato nel primo dopoguerra, che ancora oggi è uno straordinario luogo di vacanza per giovani dove confronti e dibattiti sono all’ordine del giorno. Chi c’è stato ha ancora ricordi bellissimi. E infine la “ricostruzione” di Riesi, paese sperduto della provincia di Caltanissetta. “Se Agape era il luogo del pensiero e del dibattito, Riesi era quello dell’azione e della sfida”. Il libro è completato da fotografie d’epoca e dai ritratti con foto dei personaggi citati. Una lettura piacevolissima, grazie alla scrittura dell’autrice, “regista di professione e scrittrice per svago”, mai didascalica o pesante, ma sempre colta e documentata. E soprattutto capace, per chi ha frequentato anche poco quelle valli o qualcuno di quelle valli, di far rivivere il mondo valdese, in tutto il suo interesse.

domenica 23 agosto 2026

TUTTO DA RIDERE

La comicità ha sempre lavorato sulla presa in giro di stereotipi o su caratteristiche di personaggi più o meno famosi. Da tempo è entrata in gioco l’autoironia.  Un modo apparentemente più semplice per trovare spunti, ma non da tutti per la capacità di mettersi in discussione. Fondamentale mantenere un equilibrio, non esagerare, ma non sminuire. Difficile soprattutto trovare la maniera e la cornice in cui inserire episodi e considerazioni senza correre il rischio di essere troppo autoriferiti. Un buon esempio è la comicità di Enzo Paci che ieri sera ha fatto divertire e ridere dal palco creato nella piazza della chiesa di Pieve Ligure



Genovese, classe 1973, Paci è conosciuto dal grande pubblico come protagonista di Com’è umano lei biopic su Paolo Villaggio e per il ruolo del Commissario Bacigalupo nella serie televisiva Blanca. Già presentato in luglio in Piazza delle Feste a Porto Antico di Genova, lo spettacolo s’intitola Paci a pezzi. Come anticipa, appunto, il titolo è un patchwork di racconti ed esperienze in prima persona dell’attore. Non segue una cronologia precisa, ma passa dai ricordi di studente nell’elegante quartiere di Castelletto, lui figlio di verdurai con i compagni della Genova bene, alle prime esperienze teatrali e al provino di fronte a Mariangela Melato. Dal ritratto della madre, inflessibile sulle sue posizioni fino a rasentare anzi a cadere nel ridicolo, al padre sempre pronto a investimenti e operazioni apparentemente interessanti che finivano sempre male, compreso il suo mancato esonero dal servizio militare. Ogni tanto qualche considerazione sul mondo in cui si vive, ma veloce, senza voler dire niente di nuovo, ma comunque mai cadendo nello scontato. Straordinario il ritmo, sempre incalzante, senza neanche una piccola caduta, con pochi ma mai pesanti interlocuzioni per coinvolgere il pubblico. Più di un’ora di risate aperte, concluse e con un piccolo intervallo animati dalle canzoni di Romina Uguzzonicantante, coreografa, ballerina, nonché moglie di Paci.


lunedì 10 agosto 2026

E QUINDI USCIRE A RIVEDER LE STELLE

Pur essendo in un punto della Riviera ligure di Levante tra i più frequentati, non la conoscono in molti. La Chiesa Millenaria o Chiesa Vecchia è a Ruta di Camogli, vicino al bivio dell’Aurelia  che da Genova porta a S.Margherita, Rapallo, eccetera, della strada oltre la cancellata che va al monte di Portofino e a quella che porta a S.Rocco, piccolo borgo da cui si scende a Punta Chiappa. 





Costruita nel XII secolo in un poggio sullo spartiacque tra il Golfo Paradiso e il Golfo Tigullio la chiesa ha una forma particolare. All’originale pianta trapezoidale è stato affiancato un elemento rettangolare, corrispondente alla navata. Un tempo unica chiesa della zona ha funzionato come centro di accoglienza per viandanti e senzatetto. Nei secoli è stata varie volte rimaneggiata e restaurata. Tra i restauri più importanti, sicuramente, quello dopo un lungo periodo di abbandono, seguito all’incendio provocato dalle truppe di Napoleone. Interessante la torre campanaria alla fine della navata, curioso uno specchio, collocato su una porta esterna(in basso). Le messe si celebrano ancora, ma con orari molto particolari. Ogni tanto la chiesa viene aperta per eventi culturali di vario genere, organizzati dalle volontarie e dai volontari della vicina Biblioteca Millenaria. Ieri ce n’è stato uno dedicato all’astronomia. O meglio alle stelle e al "Destino del sole", in concomitanza con la mitica notte delle stelle cadenti, ma soprattutto dell’imminente eclisse di sole. A parlare, con il supporto di video, Daniele Carminucci dell’Associazione Ligure Astrofili Polaris APS, che ha collaborato alla serata. Finita con osservazione astronomica da potenti telescopi. Appena offuscata da qualche nuvola, che la vista, a occhio nudo, dei due golfi, e una leggera, deliziosa brezza, ha largamente compensato.  
Info: www.bibliotecamillenaria.it 

domenica 9 agosto 2026

UNA GOCCIA NELL'OCEANO

Quanto la location può avere influito sul successo e la gradevolezza dello spettacolo Oceano Okeanòs? Si sta parlando del monologo di Simone Regazzoni, ieri sera allo Scalo Demola di Pieve Ligure, ultimo della diciannovesima edizione di Scali a mare Pieve Ligure Art Festival, ideato e diretto da Sergio Maifredi. Una terrazza ricavata nella roccia a picco sul mare, circondata da una folta vegetazione. Un mare di microonde con luci lontane di navi, al tramonto e poi nel buio della notte illuminato da fari ben posizionati. 


 



Una scenografia speciale, ma non certo determinante o sufficiente per catturare l’attenzione di un pubblico coinvolto e affascinato. Per circa un'ora Regazzoni, docente di estetica, esperto di filosofia politica e della cultura di massa, nonché scrittore, ha raccontato la storia del mondo, attraverso il rapporto dell’uomo con l’oceano.  Un viaggio a ritroso nel tempo, partito dall'osservazione degli  astronauti dell'Apollo 17 nel 1972 che avevano visto e segnalato quanto l'acqua quindi mare e oceani, costituissero la parte dominante del nostro pianeta. Una rivelazione colta già cinquecento anni avanti Cristo dal filosofo Talete da Mileto e sostenuta poi dai grandi maestri della filosofia greca. Una narrazione seguendo un filo logico basato su scritti e detti che mettono l’uomo a confronto . Rivelazioni quindi straordinarie espresse con chiarezza, niente caduto dall’alto, o dato per scontato. La visione di un mondo dove il mare,l’oceano,l’acqua avvolgono l'uomo. La lucida spiegazione di come gli umani siano solo la minima parte di un tutto. Dove le differenze sono fittizie.  Un quadro sconvolgente ma non tragico, anzi se ben interpretato, che potrebbe essere addirittura risolutivo per un futuro migliore.  Soprattutto di questi tempi dove il potere, le disuguaglianze, la sopraffazione prevalgono.

mercoledì 15 luglio 2026

ARTE CHE VIVE

Sono svariate le componenti che confluiscono, in straordinaria armonia, nelle opere di Maria Cristina Carlini. Le due sculture esposte, fino al 30 agosto, a Palazzo Reale di Milano, ne sono una dimostrazione più che evidente. S’intuisce il rapporto diretto con la materia, e la mostra non a caso s’intitola Materie viventi. C’è quindi la conoscenza e la scelta dei materiali e la capacità di suggerire le lavorazioni.


                

C’è una poetica forte che coinvolge la cultura, l’osservazione, la fiaba, la mitologia. C’è una progettazione per cui le opere entrano in contesti diversi, senza imporsi ma caratterizzandoli fortemente. E poi c’è la fantasia,
 l’immaginazione. Non ultima, e non certo secondaria, l’attenzione all’ambiente e alla natura. Infatti Materie viventi è realizzata in occasione di Suart 2026, evento con un convegno internazionale sulla sostenibilità dell’arte. Che non significa solo l’uso di materiali di recupero, ma lasciare che la natura e i suoi mutamenti intervengano sulle opere stesse. Se si entra da Piazza Duomo la prima opera che si incontra è Bosco del 2012. Sono 19 elementi in ferro di un’altezza di circa 4 metri con trafori in alto da cui escono  dei rami “senza alcuna parvenza di fogliame…una sorta di natura morta incapace di sopravvivere all’intervento dell’essere umano” scrive il curatore della mostra Marco Eugenio Di Giandomenico. L’altra scultura, Filemone e Bauci del 2021, è invece posizionata nel giardino sul retro di Palazzo Reale. S’ispira all’omonimo racconto delle Metamorfosi di Ovidio. Sono due sezioni di tronchi di grandi alberi, di cui uno più grande, inseriti in cerchi metallici che si fondono in un certo punto. Nelle venature ci sono frammenti d’oro e di ferro, rispettivamente simboli di fragilità e di durata.  Parlano dell’indissolubilità dell’amore coniugale. Con Bauci che si trasforma in tiglio e Filemone in quercia “emblema di rettitudine morale e giustizia”. Due opere che parlano e, a seconda dell’ora e quindi della luce, raccontano storie diverse. L’ingresso è gratuito con orari da lunedì a domenica dalle 8 alle 20,30.   

lunedì 29 giugno 2026

LO STILE E' DA LEGGERE

La foto in copertina intriga, il titolo Lo stile eterno-Gli accessori dell’eleganza maschile comunica con precisione il contenuto. Il nome della collana Mestieri d’arte in alto a sinistra, ne conferma il carattere di guida. Eppure il libro di Gian Luca Bauzano, edito da Fondazione Cologni-Marsilio, per quanto documentato storicamente, si legge con la piacevolezza di un libro illustrato. E non solo perché le foto sono molte e di ottimo livello.  


Dipende dall’approccio giornalistico dell’autore e dalla sua capacità di filtrare informazioni storiche, economiche e tecniche con commenti, precisazioni, anche aneddotica. Mai fatta cadere dall'alto, ma con quel tocco, addirittura, d’ironia che invita a continuare la lettura. Anche per chi non è così interessato all’argomento. Un’aneddotica curiosa che aiuta a raccontare un mondo. Un mondo con i suoi personaggi che non sono solo gli stilisti, ma gli imprenditori della moda, gli artigiani, ma soprattutto quelli che hanno mantenuto lunghe tradizioni famigliari e che per l’Italia sono una ricchezza. Dai sarti ai cappellai, dai guantai agli scarpai, dagli ombrellai ai gioiellieri. Quelli, appunto, che sono il riferimento della vera eleganza maschile. Sempre con un occhio alla storia e a quei secoli in cui il vestire maschile era sovraccarico, prezioso quasi più di quello femminile, perché simbolo ed espressione di potere. Niente a che vedere con “lo stile che è l’abito dei pensieri”. Come nello scritto di Lord Chesterfield riportato nel primo capitolo. Informativa l’ultima parte dedicata alle scuole di moda e alle “fucine del saper fare” fondamentali “per difendere i mestieri d’arte come patrimonio comune irrinunciabile”.  
 

lunedì 22 giugno 2026

FINE SETTIMANA

Nomi nuovi, comunque non partecipanti abituali, in questo ultimo giorno di moda maschile a Milano, che si chiude con la sfilata di Giorgio Armani. Domani sette brand in passerella-streaming.  Alla Fondazione Sozzani in Bovisa, ormai diventato una delle location più frequentate delle fashion week, la mattina hanno presentato Zenam e Bottega Bernard.  






Il primo è un marchio fondato e diretto dal designer del Camerun Paul Roger Tanonkou. Zenam, che in un dialetto del Camerun significa "Raggio di sole", promuove l’inclusione e il dialogo delle culture. Lo fa creando capi dal design attuale, in tessuti sostenibili, frutto di artigianato africano al 75%. Come il completo a righe realizzato a mano con telai nel Burkina Faso o i pantaloni ampi, le leggerissime camicie e i trench, tutti genderless e in tessuti di tonalità non scontate, perché derivati dalla natura. Chiara Bernardi, nipote d’arte, come raccontano gli attrezzi di modellistica della nonna (qui sopra), per Bottega Bernardi utilizza tessuti scarti di Prato. La collezione si chiama Sign of e vuole essere un riflesso sul vissuto di ognuno. Il filo conduttore sono le pieghe che si ritrovano nei pantaloni, nelle gonne-grembiuli da sovrapporre, nelle camicie. Vari gli inserti in tessuti diversi, così la camicia in lino con il plastron in fibra di ortica. Curati i dettagli, come i bottoni in cocco o in madreperla. La maglieria “in materiali puri” è riproposta in tutta la sua eleganza understatement da De Nobiliary Particle, brand creato da Paolo de Vivo, noto consulente di comunicazione( in alto a destra). In cotone a coste  girocollo di vari colori, in raso anche cardigan e gilé, sempre in tonalità interessanti. Ma anche pull in cashmere, alcuni con sciarpe abbinate o in lurex con un 60% di Viscosa per togliere il rischio di “puntura da lurex”. Su un tavolo un telo mare e una pochette con orlatura a mano. Tutto made in Italy e tutto presentato nel fascinoso   appartamento-studio-museo di Corso Italia con la compagnia del levriero afgano Caos. Roberto De Wan nel negozio di Via Manzoni partecipa, as usual, alla Fashion week con raffinati accessori maschili come la cartella notaria in vitello stampa cocco (foto in basso), gli zaini, gli orologi e una grande scelta di occhiali. Nel cortile e davanti a Casa Bagatti Valsecchi sfila la collezione di Sergio Davila, peruviano di Lima. Tutti i capi sono realizzati a mano. Dai piccoli spencer all’uncinetto per lei, ai pantaloni jacquard con coulisse in vita per lui. Dalle maglie traforate alle gonne con lavorazioni speciali, ai pull riedizione di quelli sportivi. Molto bianco con flash di rosso  e arancio. Nel pomeriggio ritorno alla Bovisa per Koday, marchio creato da Alex Léal, parigino, con origini brasiliane. E al Brasile s’ispira la collezione, in particolare alle foto di Salvador de Baia scattate dal noto fotografo francese Pierre Verger tra gli anni Cinquanta e Sessanta. La leggerezza e la fluidità sono dominanti (in alto a sinistra). I tessuti per la maggior parte sono di recupero, in colori caldi e luminosi spesso trasparenti, con molte righe. I pantaloni sono ampissimi così come le bluse abbinate. Creata per l’uomo, piace anche alle donne. Sono i chiostri di San Barnaba, incredibilmente freschi in una Milano torrida, ad accogliere, come sempre, il party con sfilata di dieci brand di Camera Showroom Milano e Confartigianato Moda. Il tema è l’eco-sostenibilità.