domenica 12 aprile 2026

MILLE LUCIE

Dall’incontro di due "pilastri" della comicità raffinata e intelligente come Lucia Poli e Stefano Benni c’era da aspettarselo. Eppure Vecchiette, aragoste, ballate, solo ieri e oggi, al Teatro Gerolamo di Milano, non solo mantiene le promesse ma supera addirittura le aspettative. Sul palcoscenico l’attrice rende omaggio al geniale amico scomparso un anno fa, recitando pezzi di una sua “antologia di mostri e disastri” quanto mai umoristica e graffiante. 




Una collaborazione quella dei due artisti che risale agli anni '90. I monologhi di Lucia Poli sono alternati e alcune volte accompagnati dall’ottima musica del sassofono di Francesco Marini. Dietro a ogni storia un mondo svariatissimo e popolato, come accenna il titolo, da personaggi, tra il reale e il surreale. Da una Biancaneve e i sette nani, da favola  molto rivista, a un’aragosta cinica e pronta a tutto, alle varie versioni di un duetto d’amore. Le battute e i giochi di parole si susseguono “fulminanti”, senza alcun attimo di sospensione  o di incertezza. Anche i veloci e ben studiati cambiamenti di costume aiutano Poli a rendersi convincente. Dall’umano all’animale, ogni figura rappresentata  ha una sua  precisa e ben delineata identità. Impossibile distrarsi, il ritmo è incalzante. Si sorride, si ride, ci si stupisce. Con molti spunti di riflessione sulla contemporaneità,  intriganti ma mai ambiziosamente prevaricanti.

venerdì 10 aprile 2026

PIENI DI MEMORIA

Difficile stabilire se Tradimenti di Harold Pinter sia un testo teatrale centrato sulla memoria o sul rapporto di coppia. Più facile pensare che sia una storia di amore e tradimenti, vista in retrospettiva. Tesi confermata dallo stesso Pinter, per il quale  “La memoria è una stupida macchina senza logica. Comincia dall’ultimo istante e si riavvolge all’indietro”. Scritto nel 1978 e considerato tra i capolavori del drammaturgo inglese, Tradimenti è al teatro Out Off di Milano, in prima nazionale, fino a domenica 26. Con la regia di Maurizio Schmidt, è prodotto da Out Off in collaborazione con Farneto Teatro e la sua “creatura” Boffalora Acting Studio, non una scuola per la formazione, ma una palestra per professionisti dove sviluppare nuovi progetti. E la scelta di Pinter, considerato il drammaturgo dell'assurdo, è vincente, anche se sicuramente molto impegnativa.

 

Sul palcoscenico Lucrezia Mascellino, Gaetano Franzese, Claudio Pellegrini, nei ruoli di una coppia e di un amico e compagno di lavoro di lui, nonché amante di lei. Sempre in scena anche Chiara Schmidt che al pianoforte suona brani da Schubert a Chopin, da Liszt a Mozart, da Mussorgsky a Satie, e altri ancora. La musica non è un sottofondo musicale ma un filo conduttore importante per legare i vari momenti della storia a tre, nei suoi dieci anni. Questi sono scanditi da una scritta sul fondale che dice l’anno e la stagione.  La storia inizia nel 1978, con l’incontro dei due amanti, che si sono lasciati e non si vedono da tempo. La conversazione procede stentata, per certi versi formale, per altri espressione di una rievocazione sfumata e unilaterale. Quindi seguono gli incontri, da quelli precedenti fino al primo del 1968, quasi sempre a due: i due amanti i più numerosi.  Più rari i due amici, la coppia o tutti e tre insieme. A ogni incontro la scena cambia, nel senso che tutti gli elementi sul palcoscenico vengono spostati, molto velocemente, dagli attori compresa la pedana con il pianoforte, che continua a suonare. E sono movimenti al limite del balletto. In perfetta sintonia con i dialoghi dove ironia, imbarazzo, passione travolgente, sospetti, e qualche senso di colpa si mescolano.  Tradimenti è la seconda puntata della trilogia di Harold Pinter al Teatro Out Off, che iniziata a dicembre con Sketches and short plays, si concluderà con L’Amante dal 5 al 10 maggio.

giovedì 9 aprile 2026

L' ALTRA FACCIA DEL MALE

Ancora una volta un esempio di come una pièce teatrale, tratta da un famoso romanzo, possa diventare uno spettacolo a sé stante, tanto da non spingere minimamente al confronto. Così è Il male oscuro fino al 12 aprile al Teatro Menotti di Milano. Certo molto è dovuto alla profondità del capolavoro di Giuseppe Berto (da cui Mario Monicelli nel 1990 ha tratto un film), ma è anche da attribuire all’alta professionalità di chi l’ha portato in scena. 



Da Giuseppe Dipasquale, che ne ha curato l’adattamento teatrale e la regia, ad Alessio Vassallo che interpreta il protagonista Bepi e a Ninni Bruschetta, sdoppiato nella parte sia dello psicanalista sia del padre di Bepi. Ma anche delle quattro attrici e dei due attori, molto di più di comparse, che si alternano ognuno di loro in vari ruoli, di contorno, ma assolutamente fondamentali. Notevole anche la scenografia con enormi teli argentati e trasparenti, indispensabili per delimitare gli spazi e crearne dei nuovi, ma anche perfetti per raccontare le incertezze, il vagare dei pensieri, anche le ombre e l’allontanarsi dalla realtà del protagonista.  Solo con l’uso dei cubi, il palcoscenico diventa, di volta in volta, l’aula di una scuola elementare con i primi innamoramenti dello scolaro Bepi, il salotto di casa, lo studio dello psicanalista, una camera di ospedale. Mentre dietro i teli trasparenti si muovono i personaggi dei ricordi di Bepi. Un io narrante, scrittore affermato, che non riesce a liberarsi dei pensieri negativi, ha difficoltà a rapportarsi sia con i famigliari,  madre e sorelle, sia con fidanzate, mogli, amanti. Ma soprattutto logorato dal pensiero del padre nei confronti del quale, ora che è morto, sente forti sensi di colpa. Il ritmo è sempre sostenuto, senza mai attimi di vuoto, dovuto anche alla buona scelta delle musiche. E pur nell’esasperazione della situazione qualche elemento tragicomico, curiosamente, riporta al realismo.

lunedì 6 aprile 2026

CONOSCI BRUGNATO ?

Si chiama Brugnato. E’ un paese di 1291 abitanti, in provincia di La Spezia ed è sicuramente uno dei tanti comuni italiani con storie interessanti da raccontare. A 40 minuti d’auto da Moneglia nelle Cinque Terre, si raggiunge facilmente in autostrada da Genova e da La Spezia. Vicino quindi al mare, ma attraversato dal fiume Vara e circondato da colline, con un paesaggio quasi montano. Anche sul nome c’è qualcosa da dire. E’ una trasformazione di "brigne" o "brignun" che in dialetto del luogo significa susino, e una pianta di susino è sullo stemma araldico del comune. Una spiegazione controversa, a cui si oppone quella, meno istituzionale, che fa derivare il nome da "brignae", massa di sterpi con tipologie di piante di varia natura. 




E questo, anche all’occhio meno preparato, è più evidente.  Basta uscire pochi metri dal centro del paese per imbattersi in una vegetazione foltissima. Salite scoscese, rovi, fitti boschi, con cammini stretti ma assolutamente intriganti, dove è facile immaginare film di fughe e thriller. Il paese è perfetto con le case basse e colorate, gli archivolti, la chiesa costruita fra l’XI e il XII secolo con una strana navata centrale e una sola laterale. Una piccola piazza con portici, un ponte sul Vara di probabile origine romana con una curiosa passatoia verde. Le targhe delle strade riportano il nome in italiano e in dialetto, che spesso suonano completamente diversi. Qualche ristorante, bar con piacevoli dehors, un’insegna di bed & breakfast, ben due banche, una grande libreria-cartoleria. Più di un parrucchiere e un centro estetico, una boutique di abbigliamento con una scelta raffinata e un negozio di tatoo. E, a sorpresa, un distributore di latte gratuito. Subito intorno un centro scolastico, una zona sportiva con campi da tennis e da calcetto, case con giardini tenuti perfettamente con cani addestrati, che convivono in pace con galline e pavoni. Nessun nanetto nei giardini, neanche quelli di Philippe Starck, ma finti cani neri dall’aria protettiva. Strade pulite, poche persone sorridenti in giro, un’impressione di vita piacevole e sicura dove anche una bimba di dieci anni, dai grandi occhi azzurri, può portare il fratellino di tre mesi in carrozzella, senza temere niente.

sabato 4 aprile 2026

OLTRE IL PONTE

Cosa deve avere una città per diventare capitale italiana della cultura? La risposta sembra ovvia. Avere un certo numero di palazzi, istituzioni, monumenti che possano essere di attrazione per un tipo di turismo colto, interessato all’arte, alla storia, alle scienze, a ogni forma di cultura. In sostanza caratteristiche legate al passato. Ma questo è solo una minima parte di tutto quello che una città deve mostrare, proporre, organizzare, progettare. Eloquente è stata la presentazione della candidatura di Bassano del Grappa come Capitale italiana della cultura 2029 alle Gallerie d’Italia di Milano. 




Sicuramente il passato è importante, “Bassano ha tutte le carte in regola per primeggiare, grazie al ruolo che ha sempre mantenuto nella sua storia come crocevia di scambi culturali tra l’area alpina, la pianura e Venezia” ha detto Alberto Stefani, Presidente della Regione del Veneto. Basta pensare al ponte disegnato da Palladio, interamente costruito in legno, dipinto di rosso e coperto. “Un ponte vissuto come una piazza, un luogo collettivo” l’ha definito Paolo Dalla Sega, Advisor di Candidatura. O all’opera di Giovanni Segantini ”cantore della montagna intesa come luogo fisico e insieme simbolico”. O ai Musei Civici, tra i più antichi del Veneto, con opere di Tiepolo, Hayez, Lorenzo Lotto, Artemisia Gentileschi, oltre alle collezioni grafiche di Remondini e della ceramica bassanese. O ancora al più ampio patrimonio di opere di Antonio Canova. A cui il 14 dicembre si aggiungerà il colossale cavallo. Iniziata la costruzione nel 1807, come parte di un monumento equestre dedicato a Napoleone, fu poi realizzato in bronzo e si trova a Piazza Plebiscito a Napoli. Mentre l’originale, interamente in gesso e poi dipinto con una vernice effetto bronzo, alto ben 4 metri escluso il basamento, fu smontato a metà Ottocento, smembrato in più di 200 pezzi e abbandonato nei depositi del Museo di Bassano. Dopo anni di lavoro è stato ripristinato e da novembre è esposto nel grande salone delle Gallerie d’Italia, dove resterà fino al 6 aprile. Questa ricostruzione fa parte di un programma, iniziato da anni, volto a rafforzare l’immagine culturale di Bassano. E’ ormai alla 46° edizione l’Operaestate Festival Veneto, festival multidisciplinare di danza, teatro, musica, circo, da cui è nata Dance Well pratica di danza rivolta ai malati di Parkinson. E poi la Biblioteca Civica che conta oltre 100mila presenze annue. In progetto varie iniziative per coinvolgere le nuove generazioni. Come Cantiere 35 dedicato agli under 35 per co-working, incubazione d’impresa, laboratori di formazione professionale. O l’hub culturale che sarà ospitata nel quattrocentesco Palazzo Bonaguro per progetti di rifunzionalizzazione. Varie e interessanti le mostre in programma.  A Palazzo Sturm, dal 24 aprile al 27 settembre,
 Olivetti. L’arte di comunicare, dedicata all’utopia Olivetti, all’avanguardia per visione sociale e strategie di comunicazione.  Dal 24 ottobre al 4 aprile 2027, Sebastiao Salgado. Collezione della Maison Européenne de la Photographie di Parigi.

martedì 31 marzo 2026

ORIZZONTI D'ARTE

L’orizzonte e l’orizzontalità sembrano il punto forte dell’opera di Luca Pancrazzi. Almeno da quello che si vede nell’installazione site-specific all'esterno e nella mostra all'interno di Assab One, lo spazio-galleria nell’omonima via di Milano, sede di un’organizzazione no profit. Che, fondata da Elena Quarestani, vuole “offrire agli artisti uno spazio di ricerca ed espressione” e nello stesso tempo “dedicarsi alla cura del territorio e alla relazione con il quartiere”.

 

Lo site-specific di Pancrazzi attraversa interamente la facciata dell’edificio, per una lunghezza di 38 metri. E’la scritta-titolo “Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro” composta da 513 elementi in ceramica policroma. Un omaggio al passato dell’edificio, sede della GEA, Grafiche Editoriali Ambrosiane. All’interno una serie di opere realizzate negli ultimi vent’anni dall’artista, tutte caratterizzate da una sempre presente linea dell’orizzonte. Alcune sono immagini quasi fotografiche che ritraggono, ben identificati, la curva di un’autostrada o un ponte sul fiume. Altre sembrano schizzi di edifici lontani, altre ancora sono una pellicola o solo dei segni o dei piccoli non identificabili elementi geometrici. Sono paesaggi di tutti i tipi, visti dal finestrino di un treno o di un’auto, rivela l’artista. Alcuni veri, altri ricordati, altri “un po’ inventati”. “Non li ho mai visti tutti in fila, ma la cosa più curiosa è che si potranno osservare partendo sia da destra sia da sinistra” spiega Pancrazzi. E in tutti e due i modi si consiglia di vedere la mostra. A confermare l’orizzontalità anche il testo del critico Alessandro Rabottini, pubblicato su un leporello (taccuino composto da una lunga striscia di carta ripiegata a zig zag). La mostra è aperta fino al 16 maggio, da giovedì a sabato, dalle 15 alle 19. Durante la Design Week, dal 18 al 26 aprile, dalle 12 alle 19.


 


mercoledì 25 marzo 2026

PSYCO-SATIRA

Operaccia satirica s’intitola l’ultimo spettacolo di e con Paolo Rossi in prima milanese al Teatro Menotti fino al 29 marzo. Un titolo che potrebbe introdurre molti dei suoi lavori, che lui stesso definisce “creazioni stravaganti che nascono da diverse ispirazioni”. Ma è il sottotitolo che incuriosisce e genera aspettative ben soddisfatte: Onora i padri e paga la psicologa



Lo spettacolo si apre con Caterina Gabanella che raggiunge sul palcoscenico i musicanti alla chitarra e al contrabbasso 
Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari . Si presenta come la psicologa di Paolo Rossi e introduce il suo paziente. Dopo aver spiegato che con l’incasso dello spettacolo pagherà la psicologa “oltre ad altri debiti per varie…questioni in… tempi difficili”, l’attore incomincia a rispondere alle domande dell’analista. Ed è una sequenza serrata, sul filo di una comicità irresistibile. C’è un’autodifesa non convinta e dei continui riferimenti a fatti di vita comune, ma anche a grandi classici letterari. Preso di mira spesso quel che riguarda il politically correct. In modo non scontato o banale e mai volgare. Anche se raccontato con la solita voce impastata di Paolo Rossi, che sembra nel pieno, o appena uscito, da una sbornia. Gli attacchi sono bonari, ma a tono, chiari e ben formulati. Non mancano neanche quelli alla psicologa, o meglio a quel tipo di introspezione degli analisti, alle volte al limite. Né si percepisce “il già sentito”. Come sempre negli spettacoli di Paolo Rossi c’è un’interattività con il pubblico. Mai alla ricerca dell’effettaccio o gratuitamente insultante. Solo rivelatore della capacità di improvvisazione di un grande attore. Assolutamente da vedere, risate garantite.