martedì 31 marzo 2026

ORIZZONTI D'ARTE

L’orizzonte e l’orizzontalità sembrano il punto forte dell’opera di Luca Pancrazzi. Almeno da quello che si vede nell’installazione site-specific all'esterno e nella mostra all'interno di Assab One, lo spazio-galleria nell’omonima via di Milano, sede di un’organizzazione no profit. Che, fondata da Elena Quarestani, vuole “offrire agli artisti uno spazio di ricerca ed espressione” e nello stesso tempo “dedicarsi alla cura del territorio e alla relazione con il quartiere”.

 

Lo site-specific di Pancrazzi attraversa interamente la facciata dell’edificio, per una lunghezza di 38 metri. E’la scritta-titolo “Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro” composta da 513 elementi in ceramica policroma. Un omaggio al passato dell’edificio, sede della GEA, Grafiche Editoriali Ambrosiane. All’interno una serie di opere realizzate negli ultimi vent’anni dall’artista, tutte caratterizzate da una sempre presente linea dell’orizzonte. Alcune sono immagini quasi fotografiche che ritraggono, ben identificati, la curva di un’autostrada o un ponte sul fiume. Altre sembrano schizzi di edifici lontani, altre ancora sono una pellicola o solo dei segni o dei piccoli non identificabili elementi geometrici. Sono paesaggi di tutti i tipi, visti dal finestrino di un treno o di un’auto, rivela l’artista. Alcuni veri, altri ricordati, altri “un po’ inventati”. “Non li ho mai visti tutti in fila, ma la cosa più curiosa è che si potranno osservare partendo sia da destra sia da sinistra” spiega Pancrazzi. E in tutti e due i modi si consiglia di vedere la mostra. A confermare l’orizzontalità anche il testo del critico Alessandro Rabottini, pubblicato su un leporello (taccuino composto da una lunga striscia di carta ripiegata a zig zag). La mostra è aperta fino al 16 maggio, da giovedì a sabato, dalle 15 alle 19. Durante la Design Week, dal 18 al 26 aprile, dalle 12 alle 19.


 


mercoledì 25 marzo 2026

PSYCO-SATIRA

Operaccia satirica s’intitola l’ultimo spettacolo di e con Paolo Rossi in prima milanese al Teatro Menotti fino al 29 marzo. Un titolo che potrebbe introdurre molti dei suoi lavori, che lui stesso definisce “creazioni stravaganti che nascono da diverse ispirazioni”. Ma è il sottotitolo che incuriosisce e genera aspettative ben soddisfatte: Onora i padri e paga la psicologa



Lo spettacolo si apre con Caterina Gabanella che raggiunge sul palcoscenico i musicanti alla chitarra e al contrabbasso 
Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari . Si presenta come la psicologa di Paolo Rossi e introduce il suo paziente. Dopo aver spiegato che con l’incasso dello spettacolo pagherà la psicologa “oltre ad altri debiti per varie…questioni in… tempi difficili”, l’attore incomincia a rispondere alle domande dell’analista. Ed è una sequenza serrata, sul filo di una comicità irresistibile. C’è un’autodifesa non convinta e dei continui riferimenti a fatti di vita comune, ma anche a grandi classici letterari. Preso di mira spesso quel che riguarda il politically correct. In modo non scontato o banale e mai volgare. Anche se raccontato con la solita voce impastata di Paolo Rossi, che sembra nel pieno, o appena uscito, da una sbornia. Gli attacchi sono bonari, ma a tono, chiari e ben formulati. Non mancano neanche quelli alla psicologa, o meglio a quel tipo di introspezione degli analisti, alle volte al limite. Né si percepisce “il già sentito”. Come sempre negli spettacoli di Paolo Rossi c’è un’interattività con il pubblico. Mai alla ricerca dell’effettaccio o gratuitamente insultante. Solo rivelatore della capacità di improvvisazione di un grande attore. Assolutamente da vedere, risate garantite. 

giovedì 19 marzo 2026

SCATTI MATTI (NON SOLO)

La quindicesima edizione di Mia Photo Fair BNP Paribas è, da oggi a domenica, al Superstudio Più, che ne è anche uno degli sponsor. Vi partecipano 111 espositori, di cui 76 gallerie (27 internazionali e 24 alla  prima partecipazione). Il titolo scelto è Metamorfosi, una parola che fa riferimento alla continua evoluzione della fotografia da documentarista ad artistica. Ma anche ai possibili interventi tecnologici, alle mutazioni del corpo e a quello che siamo. In molti casi il legame con il titolo è impercettibile o da costruire, in altri è forte e sentito, in altri ancora lasciato all’immaginazione del visitatore.






E’ palese nelle fotografie di Rohn Meijer, olandese di nascita e cresciuto a Los Angeles, che negli anni 80 e 90 ha lavorato in Italia con le più famose maison di moda. Di lui sono esposti, da Tallulah Studio Art, un ritratto di Kate Moss e uno di Linda Evangelista, top model storiche. Fanno parte della mostra Metamorphic Dreams dove le foto delle modelle sono trattate con processi chimici che riproducono l’invecchiamento naturale e diventano nuove, intriganti immagini. Sempre sui volti di modelle ha lavorato Piero Gemelli nei due scatti esposti alla Galleria di Frediano Farsetti. In uno c’è un ritratto femminile, risultato di sovrapposizioni di 25 volti di altrettante modelle. Nell’altro una meravigliosa ragazza dagli occhi verdi è tagliata a metà e perfettamente ricomposta (v.foto). Più sottile e non di immediata riconoscibilità il senso della metamorfosi nel progetto Napolitan Issue della fotografa, ex modella cubana da anni basata a Milano, Keila Guilarte. Donne diverse, con una storia da raccontare. Al limite dell’horror La Sacra Famiglia di Ruben Montini presentata dalla Galleria Gaburro (v.foto). Persone intorno a un tavolo, dove minacce e insulti costituiscono la conversazione. Quello che resta della famiglia tradizionale?  Moltissime le fotografie di animali. Come quelle di Phillip Toledano, ospite di Tallulah Studio Art, voce autorevole nel dibattito Intelligenza artificiale e declino della verità.  Suoi animali sempre più improbabili, come la renna di cui dall’acqua spuntano solo le corna e un minuscolo muso, o le pecore trasparenti o la medusa che funge da lampada. C’è un cane nero circondato da specchi e cornici nello studio della fotografa canadese Torrie Groening, allestito su un autobus della Royal Canadian Air Force. La foto la presenta Alta Vista Arts di Los Angeles, insieme a quelle di altre nove fotografe, tutte donne. E infine ci sono le polaroid 24x20 portate dalla Galleria Alta di Andorra di William Wegman con i suoi weimaraner, o bracchi di Weimar, che diventano(ecco la metamorfosi)una cantante rock, Marlowe, una fascinosa signora in lungo, una bionda starlette con occhiali maculati.

mercoledì 18 marzo 2026

ROMANZO DI UNA CARRIERA?

Fino al 22 marzo è in scena al Teatro Menotti di Milano Mephisto romanzo di una carriera con la regia di Andrea Baracco, che ha curato anche l’adattamento con Maria Teresa Berardelli. E’ tratto  dall’omonimo romanzo di Klaus Mann (figlio di Thomas, morto suicida nel 1949 a 43 anni). Per quanto sia ambientato in un periodo ben connotato, la Germania alla vigilia della seconda guerra mondiale, lo spettacolo è per molti aspetti quanto mai contemporaneo. 



Il protagonista, ottimamente interpretato da Woody Neri è Hendrik  Höfgen, un attore che vuole continuare a recitare, nonostante le censure, i divieti, le intrusioni del potere ed è quindi disposto ad accettare i peggiori compromessi. Sul palcoscenico con lui personaggi dello spettacolo e non, interpretati da Giuliana Vigogna, Gabriele Gasco, Rita Castaldo, Samuele Finocchiaro. Ognuno di loro, in un modo e o nell’altro, riesce nel dialogo a tirare fuori i sentimenti, i pensieri, le contraddizioni di Höfgen. Notevole la scenografia affidata, come i costumi, a Marta Crisolini Malatesta e Francesca Tunno, dove l’elemento principale, dietro e davanti al quale “tutto succede” è un sipario di velluto rosso. Perfetta cornice per quell’alternarsi di momenti quasi surreali con altri realistici e con fondamenti storici. Come le allusioni a figure del nazismo, tanto che il romanzo fu bandito per anni dal regime. Ma il vero tema centrale, che rende lo spettacolo attuale e con un ritmo sostenuto, sono i dialoghi e le affermazioni che spingono a riflessioni sui condizionamenti del potere, le scelte influenzate, e i conseguenti problemi di coscienza.  

domenica 15 marzo 2026

SCENE DA UNA FAMIGLIA

Il Teatro Linguaggicreativi di Milano ha ospitato ieri e oggi l’anteprima di Attilio. E il teatro con quel nome non poteva essere più adatto allo spettacolo, davvero molto creativo, tanto da essere stato vincitore del Premio delle Arti Lidia Petroni 2018 e avere avuto la Menzione Speciale Asti Scintille 2019. A dar vita a questo “poemetto famigliare grottesco”, la bravissima ed eclettica Flavia Ripa



Sola sulla scena, con l’ausilio di semplici strumenti tecnici, per far partire suoni, musiche, voci, o con la sua voce, riesce a raccontare, alle volte impersonandoli, i componenti della famiglia. Oltre a lei, Barbara, c’è la nonna religiosa e con il problema dei moscerini della frutta, la figlia Stefania, aspirante rapper, che vuole aggiungere una H al suo nome, dove non si sa.  Armando il marito è nominato ogni tanto, ma è ininfluente. E poi c’è Attilio, 9 anni, il piccolo di casa che, invece di andare a scuola, frequenta campi da bocce e bar per briscola e controlla i lavori nei cantieri, con i suoi amici pensionati. Fatto che sarà vissuto malissimo, non tanto come problema del bambino, quanto perché porterà la famiglia a essere mal vista e giudicata nell'immaginario paesino di Quadrella. Dove le notizie del mondo intorno arrivano, ma filtrate in una bambagia di convenzioni o attraverso le continue telefonate di Barbara con una certa Rosa. A far da sottofondo qualche pezzo di canzone più o meno nota o litanie da chiesa, che sembra avere una parte determinante nel paese. Essenziale la scena, dove gli elementi più importanti sono il telefono con poltroncina e tavolino e una finta tavola da dove i piatti cadono facendo un rumore di veri piatti. Perfetti per dar forza all’immagine di casa e delle sue problematiche.     

venerdì 13 marzo 2026

GLI OGGETTI SUSSURRANO

Continua il discorso sulle contaminazioni o meglio su quel filo sempre più sottile tra arte, artigianato, design, la mostra Hella Jongerius Whispering things. In apertura domani al Vitra Design Museum di Weil am Rhein (Basilea), è molto di più di una retrospettiva dell’artista olandese. Suddivisa in quattro sezioni racconta, con oltre 400 pezzi di cui molti provenienti dall’archivio Vitra, il suo percorso. Dagli inizi negli anni 90 con il collettivo olandese Droog Design ai lavori di Jongerius come designer, fino alle opere degli ultimi tempi, definibili più d’arte che di design.





Nella prima sala, intitolata Dirty Hands, al centro dell’attenzione il lavoro di ricerca che comprende tecnologia e artigianalità. A ben rappresentarle un’installazione con le mani disegnate dagli artisti del collettivo che pendono, come le gocce di un lampadario. La seconda sala, chiamata Business Class, è dedicata alle collaborazioni con importanti aziende.  Dalle sneakers per Camper, ai tessuti per Maharam (creatore di tessuti statunitense), dai pezzi per l’Ikea al suo Polder Sofa, alle porcellane di Nymphenburg in Germania, fino agli interni della business KLM. Con i bozzetti, dai quali si intuisce l’importanza data da Jongerius ai materiali e alla sostenibilità per fare davvero qualcosa di innovativo. Si chiama Feeling Eye la terza sala dove il tema sono i materiali e soprattutto i colori, come annuncia, al centro, una piramide di varie bottiglie dalle colorazioni parziali, complete, pienissime. Le stesse sono su tele appese alle pareti. O ancora i vasi bianchi o di tinte tenui che catturano i colori. L’ultima sala è quella dove il confine tra design e arte non esiste più. Così la Frog Table con la rana che diventa parte integrante di un tavolo. O la serie Angry Animals, vasi di ceramica con il muso di non identificabili animali che con le loro bocche o gli occhi aperti sembrano voler dare voce a problematiche del mondo umano-animale. O ancora lo studio della tridimensionalità o un’interpretazione con cristalli di Guernica. Notevole il catalogo, in versione inglese e in versione tedesca, progettato dal grafico olandese Joost Grootens. La mostra chiude il 6 settembre  e riapre al Museum fur Kunst und Gewerbe di Amburgo dal 16 ottobre al 30 maggio 2027.

mercoledì 11 marzo 2026

QUANDO IL PATCHWORK E' DIGITALE

Prendere pezzi di realtà e poi assemblarli in un patchwork, creando un’immagine quanto mai reale e con una tematica ben precisa. Questi sono i lavori di Teresa Giannico (classe 1985) per Spazio Necessario, mostra in collaborazione con la galleria d’arte contemporanea Viasaterna. Sono esposti a Milano in uno dei due caselli di Porta Garibaldi, edificati nel 1834 e restaurati da Tecno, che ne ha fatto un luogo di incontri ed eventi, oltre che di esposizione di prodotti. 





Uno spazio di fascino, intrigante e non allineato, perfetta scelta per Spazio Necessario che ha come punto di partenza e ispirazione Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, “Non come citazione letteraria , ma come chiave per riflettere su come gli ambienti rendano possibile, o talvolta ostacolino, il lavoro creativo” scrive la curatrice Rischa Paterlini. Ci sono stanze o angoli di stanze, dove qualcuno lavora, qualcuno abita con i suoi vestiti, qualcuno dorme. C’è la stanza rifugio, l’unica possibile per chi non ha i mezzi, ma c‘è anche il luogo di lavoro di personaggi come Hannah Hoch, artista berlinese del movimento Dada, figura che ha accompagnato Giannico negli anni dell' Accademia. Ma anche un angolo del soggiorno di Louise Bourgeois a New York con la scrivania, i colori, gli appunti, un suo scritto (foto in alto). In realtà non è una riproduzione fedele, ma un lavoro fatto su alcune foto trovate e poi, con tecnologie digitali, trasformate, assemblate, fotografate e riproposte come foto o come un dipinto.  Ma non ci sono solo luoghi. Ci sono anche persone, alle volte riprese in un ambiente a volte soltanto dei ritratti, compreso il suo autoritratto. Anche questi sono assemblaggi di pezzi di volti fotografati come un unico ritratto. “E’ un lavoro sulla memoria per capire come percepiamo le immagini dentro di noi” spiega nel testo critico l’artista. Sono evocazioni di persone, sentimenti, luoghi dove è stata. ”Per costruirli ho incrociato la mia memoria personale con quella algoritmica”. La mostra è visitabile fino al 25 marzo. Dal lunedì al venerdì ore 9, 12, 14, 18 nell’ambito di Mia Photo Fair. Dal 19 al 22, sabato e domenica, dalle 10 alle 19. Da non mancare, anche per l’attrattiva dello spazio espositivo.  

domenica 8 marzo 2026

DENTRO L' ORRORE

Capita di frequente, ormai, che il teatro sia interattivo e coinvolga il pubblico. Specie se si tratta di uno spettacolo al limite del cabaret. Per Manson della Compagnia Fanny & Alexander, solo ieri al Teatro Gerolamo di Milano, l’interattività costituisce la parte principale. Manson, che ha debuttato al Mercurio Festival di Palermo nel settembre 2023, con la regia di Luigi Noah De Angelis e la drammaturgia di Chiara Lagani, propone il caso di cronaca nera del 1969. Quando un gruppo di ragazzi, ispirati o spinti da Charles Manson, uccise a sangue freddo Sharon Tate, moglie di Roman Polansky incinta di otto mesi, e i suoi ospiti nella villa a Cielo Drive, Hollywood



Sul palcoscenico solo una poltroncina di spalle e un microfono. Sul fondale scritte luminose che narrano, momento per momento, la vicenda, accompagnate da commenti, grida, colpi di pistola, passi. Le scritte essenziali, unite alle voci di vittime e assassini, sono talmente ben studiate che ci si sente nella scena. Se ne assorbe tutto l’orrore, dagli inizi in cui si immagina solo una bravata di ladruncoli, in preda alla droga, fino alla fine, quando gli assassini si svestono degli abiti insanguinati e ripartono in auto dopo aver scritto "pigs" sul muro della villa. Quindi una voce fuori campo parla di un altro delitto commesso dal gruppo, sempre in zona, e introduce la figura di Charles Manson, con la sua infanzia disgraziata, la sua vita da sbandato fuori e dentro al carcere, ma anche il suo forte carisma per cui aggrega molti giovani soprattutto ragazze, innamorate di lui. Quindi si arriva al processo ed ecco l’attore, lo straordinario Andrea Argentieri che diventa Manson al processo. E a fargli le domande sono le persone del pubblico, a cui all’entrata è stata data una matita e un foglio con 32 domande, realmente quelle fatte al processo. Dalle più ovvie a quelle che scavano nella personalità del criminale, da quelle che potrebbero dare a Manson la possibilità di chiedere un perdono o attenuanti a quelle più provocatorie. E Manson-Argentieri risponde. A volte con toni pacati a volte sbraitando, contorcendosi sulla sedia, oppure girando sul palco come un matto.  Un pezzo di grande bravura dato che l’attore a ogni domanda risponde immediatamente e a tono in inglese. Come se gli fossero state fatte con un ordine preciso. Mentre sul fondale compare la traduzione in italiano.  

sabato 7 marzo 2026

MADE IN KOREA

La videoarte, anche per la sua apparente immediatezza e sempre apparente comprensione, può sembrare una forma d’arte minore, perfetta per la generazione Z, comunque un linguaggio che rifugge gli approfondimenti. La mostra K-Now! Korean Video Art Today, al MASI (Museo d’arte della Svizzera italiana) di Lugano smentisce totalmente questa valutazione. Curata da Francesca Benini del MASI e da Je Yun Moon, già vicedirettrice dell’Art Sonje Center di Seoul, propone le opere di otto artisti e collettivi coreani di nuova generazione. Con un titolo provocatorio, entra nella scena artistica proponendo opere che affrontano tematiche condivise. Che possono essere fortemente connesse con la storia e la realtà della Corea, ma anche toccare temi esistenziali e globali. Pure con una visione del futuro. 






Così
Chan-kyong Park in Citizen’s Forest, un video "allungato" che ricorda i rotoli dell'antica pittura asiatica, rievoca momenti tragici della storia coreana, attraverso riti sciamanici in una verde foresta. Nei due video di Jane Jin Kaisen l’acqua è il filo conduttore per raccontare sia il suo legame con l’isola di Jeu e il massacro di civili in queste acque, sia la vita delle donne pescatrici apneiste. Attualissimo e globale il video Delivery Dancer’s Sphere di Ayoung Kim sulla vita di un rider che con la sua moto deve fare consegne seguendo un percorso, per lui fatto di mille curve e ostacoli, per chi lo manda e per chi riceve, invece, di una linea retta (foto al centro). E’ di un collettivo, fondato a Seoul nel 2017, Rola Rolls che con un video e una scultura immagina un futuro dove una setta ecologista trasforma i corpi umani in ibridi autosufficienti (foto in alto). Sungsil Ryu guarda con occhio critico l’attuale società borghese attraverso una streamer, Cherry Jang, che ironizza sul voler inseguire “una cittadinanza di prima classe”. Il tema di Ghost 1990 di Heecheon Kim è la fallibilità del corpo e l’ossessione per la prestazione fisica. Attraverso un visore il visitatore può immedesimarsi in un atleta infortunato che cerca di recuperare la sua forma. Made in Korea di Onejoon Che propone il video di un musicista nigeriano sull’emigrazione africana in Corea, collocato tra due file di copertine di LP. Tema: le trasformazioni sociali del territorio e le sue contraddizioni(foto in basso). La mostra, che apre domani, chiude il 19 luglio. In edizione bilingue italiano-inglese l’attraente catalogo illustrato. 

giovedì 5 marzo 2026

LE MONTAGNE INCANTATE

Sono un centinaio di foto che ritraggono montagne, boschi, animali selvatici nascosti, che corrono in gruppo, solitari.  D’estate, con il sole, d’inverno con neve e ghiacci, al tramonto, di notte. Sono di Giovanna Dal Magro. Fino a domani saranno esposte nella Biblioteca di Santa Giustina in provincia di Belluno. Poi andranno a Sospirolo, a Sovramonte e a Ponte delle Alpi, sempre nel bellunese. Dietro la mostra itinerante una storia iniziata quasi cinquanta anni fa. Quando l’allora capo della Forestale di quella zona Alessandro Merli e Anna Paola Zugni Tauro, dirigente di Italia Nostra decidono che, per proteggere le  foreste del bellunese, conosciute anche come Monti del Sole, la soluzione sia creare un parco nazionale.


   




Diventa quindi importante farle conoscere. Cosa meglio di farle fotografare da un occhio particolare, poetico, più che "adatto alla cartolina"? La scelta cade su Giovanna Dal Magro con cui Zugni Tauro ha lavorato per reportage sulle ville venete, e che ha al suo attivo varie foto di performance artistiche. Dal Magro è restia, non ha alcuna esperienza di montagna, soffre il freddo, ma alla fine si lascia convincere, sperando, forse, di vedere qualche animale, la sua passione.  Fotografa indefessamente per quattro anni, in tutte le stagioni con tutti i climi (nella foto Dal Magro con alcuni dei forestali che l’hanno accompagnata).  Una vera sfida. E i risultati sono di grande soddisfazione. Ne nasce un libro dedicato a Dino Buzzati, bellunese doc. In seguito viene  organizzata una mostra che gira per i vari comuni della provincia di Belluno, fino a diventare l’apertura di un convegno internazionale della montagna all’Università di Vienna, applaudito da 2mila persone. Ma il passo decisivo è l’esposizione allestita a Roma, nel complesso  monumentale di San Michele a Ripa Grande. Qui la visita l’allora ministro dell’Ambiente Giorgio Ruffolo che, incantato dalle foto, firma immediatamente perché quei territori siano inseriti come Parco Nazionale, che diventerà Patrimonio Unesco. Dopo tanti anni nel 2025 la mostra viene “ripresa in mano” dal tenente colonnello Elisabetta Tropea,Comandante Carabinieri Biodiversità di Belluno. La prima tappa è il restaurato, cinquecentesco Teatro de la Sena (della scena) al primo piano di Palazzo della Ragione, a Feltre

mercoledì 4 marzo 2026

LA BORSA E' LA VITA

Sempre di più durante la Fashion Week milanese si viene a conoscenza di realtà sconosciute con storie particolari. Il salone White, grazie alla continua ricerca, ne propone svariate. La storia di Ibeliv  è una favola con tutti i requisiti per essere considerata tale. E invece è vera, e ha un protagonista Liva Ramanandraibe, nato in Madagascar nel 1981 (foto qui in basso). Ibeliv è il brand da lui creato. Che, oltre a contenere parte del nome Liva, letto all’inglese si traduce in "Io credo". Non è un nome di fantasia, racconta il pensiero da cui tutto è partito. Cioè il credere fortemente in un progetto, superando ostacoli di tutti i tipi per realizzarlo. L’azienda è a Antananarivo, capitale del Madagascar, produce cappelli, cesti di ogni genere, ma soprattutto borse artigianali in rafia, e conta 4mila dipendenti.  





Tutto comincia da un ragazzo malgascio, appunto Liva Ramanandraibe, che a 16 anni va in Francia, prima ad Avignone, poi a Montpellier per studiare Finanza. Laureato, lavora come stagista per un anno poi, apprezzato e con in mano la sicurezza di una brillante carriera, si rende conto che vuole rendersi utile al suo Paese e la Finanza non è la strada giusta. Così incomincia a girare il mondo, scopre che molte delle borse di paglia nelle vetrine dello shopping chic, vendute a prezzi altissimi, sono fatte da donne del suo paese, pagate pochissimo, che lavorano senza un contratto e nessuna sicurezza per l’avvenire. Per contro nei mercatini del suo Paese si trovano borse a prezzi bassissimi. Decide di entrare in quel business. Lui farà i disegni e si occuperà di trovare i compratori. Le donne realizzeranno i prodotti. Ma ha difficoltà a trovare consensi alle sue idee, nessuna gli dà ascolto. Finalmente due donne si dimostrano interessate al progetto e con loro prepara una piccola collezione, che comincia a proporre in un porta a porta nelle boutique in giro per il mondo. Non è semplice, ma continua imperterrito.  “La mia mamma mi ha insegnato l’umiltà e la passione” spiega. E la figura della mamma sarà determinante nel suo successo. Il primo negozio a interessarsi e acquistare le sue borse è in Italia, a Portofino, dove ha modo di incontrare quello che diventerà il suo distributore Andrea Gennari. Ora le borse Ibeliv sono vendute nei negozi più prestigiosi e raffinati d’Italia e del mondo.  In una mostra sulla storia delle borse, allestita ai magazzini Le Printemps di Parigi,  le sue sono state esposte tra le borse più iconiche. Le portano personaggi come la ex première dame Carla Bruni. Ma quello che è davvero più interessante, ed è anche l’obiettivo raggiunto,  Ibeliv è un’azienda ben strutturata dove lavorano 4mila persone, regolarmente assunte. A guidare il team creativo Liva, ad occuparsi della gestione la "grande" mamma Tiana Raharison, nominata ambasciatrice delle donne africane da Obama. A lei Liva rivolge i ringraziamenti nel bel libro che racconta, con splendide fotografie, dalle coltivazioni della rafia ai disegni e gli schizzi dei modelli, alle lavorazioni, fino alle immagini delle campagne pubblicitarie. “Portare Ibeliv è scegliere un’eleganza naturale e senza tempo nata dal desiderio di fare il Bello facendo il Bene”. Scrive Liva nell’introduzione.


domenica 1 marzo 2026

GRAN FINALE

Ultimo giorno di Fashion Week in presenza. A chiudere con Giorgio Armani, come sempre,  due brand cinesi, ormai habitués delle passerelle milanesi. Hui in un bosco futuribile, fatto di cordoni rossi, ha fatto sfilare un perfetto mix di Oriente-Occidente (in basso a destra). Dove le sete stampate cinesi convivono con i pesanti tweed e i finestrati. Le allacciature e i tagli tipici si alternano ai dettagli della nostra sartoria. Il tubino è un "cheongsam" rivisitato in seta rossa . Sarawong “esplora l’impronta silenziosa che il tempo lascia sulla materia” traducendola nei colori della natura, delle rocce, della pietra (in basso a sinistra). Dai marroni caldi al bruciato, dalla tinta terra ai neri intensi, fino alle trasparenze e a un bianco luminoso. I capi sono quanto mai femminili anche partendo da presupposti diversi. L’abito in chiffon stampato prende rigore dalla lunga giacca in maglia. Il giubbotto con controspalline, vagamente militare, è ingentilito da ricami floreali. Pelle e organza, pizzo ed ecopelliccia si accoppiano piacevolmente.




 Cavia riunisce in sé il più vero artigianato con la sostenibilità e soprattutto la voglia di sperimentare. E il nome, decisamente insolito, lo annuncia. Il brand l’ha creato Martina Boero durante il lockdown, forte della conoscenza di filati e gomitoli maturata nella merceria della mamma. Ed ecco una collezione di pezzi unici fatta di tagli di coperte riciclate, assemblaggi di tartan diversi, maglieria realizzata a mano con filati vari. Perfino il denim è reinterpretato e personalizzato a mano. Una collezione intrigante e invitante che riscuote grande successo in Cina, Corea, Giappone.  Al suono del pianoforte Henri Maheu presenta il suo giovanissimo (2024) brand Henri Paris, che celebra l’heritage dei grandi couturiers dagli anni 30 ai 50. Quindi drappeggi, volants, in tessuti con stampe disegnate dallo stilista, ma anche giacche con revers di seta e blazer e abiti nei jacquard della tappezzeria.  Nel salone accanto della sontuosa Residenza Vignale, Giuseppe Della Monica, ideatore del brand Marea, presenta la collezione Poltronissima, la cui origine è un archivio teatrale recuperato. Dai velluti delle poltrone agli abiti di scena. Quindi rosso, nero, oro, i colori. Pezzi importanti presi singolarmente, ma da poter sdrammatizzare con l’incontro di altri. Le note dell’arpa, suonata dalla sorella del designer fanno da sottofondo alla presentazione. La voce di un cantante anima, invece, il salone con la collezione Kasai, disegnata dalla romena Ana Olingheru. Un inno alla femminilità e alla sensualità con un importante supporto sartoriale (foto in alto). Domani le sfilate di Uni Form (Sud Africa), Nadya Dzyak (Ucraina),I am Isigo (Nigeria),Maxivive(Lagos), Edis Pala(Bulgaria), Ivan Delogu Senes (Sardegna) solo in digitale.