giovedì 30 aprile 2026

CAOS NELLO SPAZIO (VITALE)

Un vero peccato che sia stato in scena solo quattro giorni, e domani sia l’ultimo. Lebensraum, in prima milanese al Teatro Menotti della olandese Jakop Ahlbom Company, è davvero uno spettacolo unico e straordinario. Tutto si svolge in quello che potrebbe essere un miniappartamento, appunto uno “spazio vitale” (Lebensraum in tedesco) abitato da due uomini, interpretati da Jakop Ahlbom (svedese di nascita, ma olandese dagli anni 90) che dà il nome alla compagnia ed è autore e regista dello spettacolo e da Reinier Schimmel.  



Ogni mobile ha almeno una duplice funzione. Il pianoforte diventa letto, la libreria nasconde un frigorifero. Sul tavolo, dove i due mangiano, piccole carrucole portano dall’uno all’altro cibo, bottiglie, piatti. L’ambiente ha una tappezzeria in cui si mimetizzano, vestiti dello stesso tessuto a righe, i due musicisti della band olandese Alamo Race Track, che accompagnano con sonorità pop-rock. Ma c’è anche una trama e, infatti, dopo i primi momenti in cui due sono soli entra in scena una bambola, l'ottima Silke Hundertmark, che dovrebbe occuparsi delle pulizie. Ma per quanto robot, ha un suo pensiero e nessuna intenzione di coprire quel ruolo. Anche se le mettono in mano secchi, stracci, scope. A questo punto lo scompiglio cresce. Dietro gli armadi si aprono dei passaggi segreti, gli specchi diventano finestre da cui i tre passano con salti acrobatici per ritrovarsi poi, a sorpresa, in una cassapanca da cui escono con un balzo. Il tutto in pochi minuti. Gli inseguimenti continuano, il caos è totale, ma si intuisce un innamoramento dei due per la bambola che diventa oggetto da contendere. Il ritmo è frenetico, i tre riescono a raccontare con i movimenti molto più che con le parole. E la musica si adegua perfettamente alla situazione. Alla fine dello spettacolo gli applausi sono fortissimi e prolungati, tanto da obbligare i cinque artisti a uscire a ringraziare più e più volte.

mercoledì 29 aprile 2026

IL COLORE DEGLI ANNI


I colori sono importanti nella moda, ma come si scelgono? Perché ora si parla continuamente di burgundy, che è poi il bordeaux (riferimento al vino e non alla città)? Perché un colore viene identificato con il nome di uno stilista, vedi Rosso Valentino? Perché il nero ha dominato per anni, tanto che dopo si è parlato di certi colori come del “nuovo nero”? L’argomento è stato il tema dell’incontro di ieri all’Hotel NH Collection di Via Tarchetti, a Milano. Relatore Eugenio Gallavotti, giornalista con un importante curriculum in riviste di moda e docente all’Università Statale e allo Iulm di Milano (nella foto Gallavotti con alle spalle un ritratto di Balenciaga). 



“La moda è uno dei modi di reagire a quello che succede intorno. Nei periodi di benessere privilegia colori sobri e forme rigorose, in periodi difficili punta a un tripudio di colori” così ha esordito Gallavotti, parafrasando, in un certo senso, il sottotitolo del suo libro “Quando siamo poveri la moda è ricca. E viceversa”(La teoria dei colori. Stile & Società a contrasto, edito da Franco Angeli). Ha quindi individuato, fra il secolo scorso e oggi, quattro periodi. Nei cupi anni tra le due guerre e durante l’ultima, Elsa Schiaparelli inventa il rosa shocking, Ferragamo nel 1938 crea il sandalo Rainbow con zeppa in sughero rivestita di camoscio nei colori dell’arcobaleno. Negli anni 60 del boom, il nero trionfa, spopola il tubino nero. Per Balenciaga, uno dei couturier più famosi del momento, è addirittura un’ossessione. Il nero ritorna seguitissimo nei “felici” anni 80. Perfino le foto delle pubblicità di moda sono in bianco e nero. Dal 2008, con il crollo di Lehman Brothers, inizia il periodo tenebroso, che dura ancora ora, e i colori ritornano. Gallavotti cita Miuccia Prada con “It’s time to be bold”, un invito a osare. Ci sono eccezioni, “...perché le collezioni spesso partono da un concept che può essere un luogo, un periodo storico o un certo tessuto”. Spiega Gallavotti sollecitato da un pubblico particolare e non solo perché in prevalenza femminile. L’incontro fa parte di una serie di appuntamenti che quasi ogni mese organizza Inner Wheel, su argomenti di interesse generale e soprattutto sociale. Ma è una minima parte di quello che fa questo club dalla lunga storia. Nato ufficialmente nel 1924 in Inghilterra, dalle mogli dei rotariani, che con i mariti in guerra avevano preso in mano i club e deciso di crearne dei nuovi indipendenti, al femminile, con lo stesso simbolo della ruota da cui hanno preso il nome. Gli Inner Wheel club nel mondo ora contano circa 120mila iscritte. In Italia sono molti, di cui svariati a Milano. Quello che ha organizzato l’incontro è l’Inner Wheel Club Milano Sempione. Si propone, oltre che di rafforzare l’amicizia tra le socie, di supportare i giovani nel sociale. Così “Dal Bullo al bullone” per inserire i ragazzi, usciti dal Carcere minorile Beccaria, nel mondo del lavoro. Affiancando gli adolescenti negli studi per combattere l’abbandono scolastico. O ancora combattendo il bullismo nelle scuole elementari, da cui l’istituzione delle famose panchine gialle. 

lunedì 27 aprile 2026

SEGUIRA' DIBATTITO

Difficile fare un commento finale su quello che si è visto al Fuorisalone. Si possono dare dei numeri, per vedere l’incremento di presenze rispetto allo scorso anno, specie quello dei visitatori stranieri, enumerare i progetti e gli allestimenti più visti. Ma è impossibile fare una sintesi o dare un giudizio generale. I punti fermi sono le lunghissime code, l’impossibilità di camminare per le strade o all’interno dei palazzi, dei giardini, dei cortili con le esposizioni. Dove la gente sembra più interessata a farsi dei selfie che a leggere le didascalie per “capire” le installazioni. Forse nell’entusiasmo, nel divertimento, nella sorpresa dei bambini si può avvertire il riconoscimento per il lavoro fisico e di pensiero che c’è dietro. 



Non è facile rendere artistica un’esposizione di arredi per bagno. Patricia Urquiola, ci ha provato con successo. Ed ecco nella hall del Gran Melia Palazzo Cordusio l’installazione scultorea Balcoon-Scapes che mette insieme ed esalta i vari elementi e i materiali rendendoli dei totem. E’ un racconto che parte dalla serotonina, il cosiddetto ormone della felicità, l’installazione di Sara Ricciardi per American Express. Nel loggiato della Pinacoteca di Brera enormi forme gonfiabili si dilatano e si muovono, accompagnate da suoni, con un ritmo lento, vicino al battito cardiaco (in alto). Missoni celebra The slow art of craft, un elogio all’artigianato e alla sua lentezza. E lo fa mettendo al centro del salone di Via Solferino la mitica macchina tessile Caperdoni in attività. Seduti sui divani intorno, è un piacere vedere il movimento lento e continuo con i fili "densi" di lurex che compongono una lunga, luccicante striscia di tessuto. Di cui sono fatti i divani, i pouf, gli abiti da sera sui manichini, e gli orsacchiotti di varie dimensioni, collocati tutt’intorno. Arte fruibile quella presentata da Amini in collaborazione con R & Company per la seconda edizione di Woven Forms. Sono tappeti, pezzi unici, interpretati da nove artisti e interior designer(in basso a sinistra).  Ma ci sono state anche mostre d’arte non legate al design. Come Eggs l’opera di Piero Figura tra la pop art di Andy Warhol e certe immagini surrealiste di René Magritte. In scena allo Studio Déco Gallery in Via Santa Maria alla Porta (in basso a destra). O il Giardino Alchemico di Julie Hamisky alla Casa d’Aste Pandolfini. Un giardino dove i fiori, e non solo, brillano di luce propria.

sabato 25 aprile 2026

LE FINESTRE SUI CORTILI


Come sempre, il Fuorisalone milanese all’Università Statale, ideato e coordinato dalla rivista Interni, incuriosisce e affascina.  Per la varietà, la spettacolarità, ma anche i contenuti e i messaggi. Certamente aiutato dalla “splendida cornice” del Cortile d’Onore, dei porticati, dei piccoli cortili laterali. Difficile descrivere a parole, impossibile con la fotografia renderne la suggestione. Non semplice neanche suggerire un percorso, perché ogni installazione è un fatto a sé, anche se tutte sono legate da un filo conduttore preciso. “I progettisti sono chiamati a interpretare la materia come processo creativo in cui il rigore tecnico si traduce in espressione e valore culturale”. Si riscontra nell’allestimento con lo yacht, come in quello con la lattina di pomodoro o con il parmigiano. 



Ecco esposta in uno dei settecenteschi cortili laterali, realizzata dai cantieri Sanlorenzo, su progetto di Piero Lissoni, “l’anima” di uno yacht, costituita da elementi trasversali in metallo, per rendere il volume della barca, e con un tessuto trasparente che ricopre il tutto, oltre a una pedana, su cui passeggiano i visitatori, che corrisponde alla linea d’acqua. House of Polpa è un’architettura tubolare costruita con ventimila lattine di polpa di pomidoro Mutti: una struttura edibile che, smontata, può entrare nelle cucine di casa. Di grande attrazione nel Cortile d’Onore, l’allestimento del Consorzio del Parmigiano Reggiano firmato da Paola Navone e Cristina Pettenuzzo per Otto Studio in collaborazione con Studio Azzurro che ha creato il progetto sonoro.  E’ un’arena con un rivestimento dorato che riproduce la scritta sul parmigiano, con all’interno un “bosco” di utensili da cucina "dominati" dalle grattugie (in alto a destra). Non c’è un’azienda dietro, ma un pensiero forte, legato al momento, nell’installazione in mezzo al prato del Cortile d’Onore, dal titolo Mater. L’ha progettata Alessandro Scandurra che “ha conosciuto la guerra da bambino in Libano e oggi l’ha incontrata lavorando alla ricostruzione delle scuole in Ucraina”. Sono macerie di palazzi distribuite ad anello, simbolo di protezione e accoglienza che una madre può dare (in alto a sinistra).  Parla di pace, di compassione, di condivisione Regeneration, scultura piramidale in ceramica policroma che s’incontra appena si entra. Di Bertozzi & Casoni riproduce un gorilla con in grembo un capriolo e le mani aperte a chiedere ascolto e pietà (in basso a destra). Mostra i lunghi canini e sembra gridare minaccioso l’altro gorilla in resina rossa, all’angolo del Cortile d’Onore, tra le piante. E’ Wild Kong dell’artista pop Richard Orlinski in collaborazione con la galleria Deodato Arte per Fidenza Village. In realtà la sua non è aggressività, ma è dimostrazione di vulnerabilità, "tra istinto e coscienza" (in basso a sinistra). Molto apprezzata al Portale Sud la cornice con scatole dello scatolificio Lotti rivestite nelle carte pregiate di Kartos. E’ un progetto di Alessandro Enriquez e la scatola è la metafora di attesa e scoperta.

venerdì 24 aprile 2026

LA CREATIVITA' SI FA IN TRE

Stupirsi, meravigliarsi, anche divertirsi. Questo è quello che, in questi giorni di Fuorisalone milanese, si prova appena entrati al Superstudio Più di Via Tortona.  Un salone, che era ed è ancora  dedicato al design, diventa qualcosa di speciale. Sofisticato, raffinato, intellettuale, veicola e trasmette idee e spinge a pensare al futuro in modo positivo. Per questo a qualsiasi ora del giorno e della sera è affollatissimo, di giovani e non solo.  Normale che sia stato immediato il successo prima del Superstudio Maxi aperto alla Barona nel 2020 ed ora del Superstudio Village alla Bovisa, nato dalla riqualificazione dell’ex Trafileria Lombarda, con una ristrutturazione che ha preservato il 75% della struttura originale. 


 
                                

Nonostante non sia semplicissimo da raggiungere, ieri sera all’apertura ufficiale era pieno di gente. Superplayground il tema, dedicato ai nuovi creativi e alla sperimentazione. Qualche esempio? L’enorme installazione con teli di mongolfiere che formano una galleria surreale di Lousy Auber e parlano di riciclo (foto in alto). L’attaccapanni, un tempo si chiamava "servo muto", riveduto e "umanizzato" di Ayca Yilma. Le poltrone salvagente di Federica Ciotola, l’installazione-immersione nel visual design. Al Superstudio Maxi per il tema SupercityGiulio Cappellini racconta una città ideale con i Living Divani di Piero Lissoni, i totem di Flavio Lucchini e le sculture in corten, acciaio, legno di Maria Cristina Carlini, ospite fissa di Superstudio Più. Tutto comincia comunque dal Superstudio Più di Via Tortona con Supernova che riunisce le grandi firme del design internazionale. E qui lo spettacolo è grandioso. Da Dissuader, l’enorme piccione di Franco Perrotti che accoglie all’ingresso, al debutto di Re.Circle.  Sul Roof, accanto al Terzo Paradiso con i cerchi magici di Michelangelo Pistoletto e le bambole di Flavio Lucchini, interessanti proposte di designer, poeti, performer, artigiani. Come i poetici e, apparentemente, minacciosi personaggi creati con scarti di cantieri da Alberto Zanoletti, giornalista e artista (foto al centro). Tra i grandi espositori Marcel Wanders che torna dopo 25 anni “dove tutto è iniziato” cioè al Superstudio Più con uno spazio di 1000 metri quadrati dedicato al suo brand Moooi, popolato di alberi luminosi (foto in basso), poltrone in peluche, sedie “parlanti” e un bosco di abeti natalizi. Non poteva mancare Lexus con Space, un vero spettacolo di videoarte. Dove la nuova auto LS Concept diventa il pretesto per interrogarsi sul movimento, non più solo uno spostamento da un luogo a un altro, ma un percorso fatto di emozioni e riflessioni. Gli studenti di quattro università, in Portogallo, in Svezia, a Tokyo e il Politecnico di Milano presentano i loro plastici. Next 125, colosso delle cucine d’autore, con l’installazione Unfold di Ankon Mitra, architetto e scultore originario di Delhi, esempio di “oritecture” fusione di origami e architettura.  Uscendo dal Superstudio, su via Tortona in direzione Porta Genova, impossibile non notare il negozio di Avalon con i coloratissimi pouf, "gli unici al mondo", dice un cartello, con braccioli. Chissà se sarebbero riusciti a non far cadere Fantozzi?

 


giovedì 23 aprile 2026

VARIAZIONI SUI TEMI

In questi giorni basta fare qualche passo per le vie di Milano, e non solo nel Quadrilatero, per vedere come il design possa essere comunicato in svariati modi o anche diventare il veicolo per farsi notare. 



Dior, in via Manzoni, propone i suoi accessori su finte torte che diventano oggetti di design. Parosh, in Corso Venezia, tra i suoi capi dai tagli asimmetrici, introduce le lampade colorate di varie dimensioni di George Sowden e le opere in fil di ferro di Antonino SciortinoValextra, in via Manzoni, in collaborazione con Object of Common Interest, studio di architetti greci basati ad Atene e New York, evidenzia i punti forti della maison. Ed ecco all’interno una grande struttura in gomma e tondeggiante, con linee morbide in contrapposizione, o meglio in dialogo, con i piedestalli in marmo bianco, su cui sono posate borse varie. Neri, in materiale plastico anche gli sgabelli. Gli stessi elementi si ritrovano accostati nelle vetrine(foto al centro). In linea con le installazioni le due edizioni limitate della borsa Iside, create per la Design Week. Kartell trasforma i marciapiedi di via Turati e quasi l’intera Via Carlo Porta in una discoteca con mega Dj set, per presentare Le Stanze di Kartell. All’interno del negozio costruisce un percorso con tutti i locali di una casa, bagno padronale, bagno degli ospiti e spazio outdoor, ovviamente al chiuso, compresi. Ognuno caratterizzato dai suoi pezziforti. Viste dall’esterno, attraverso le vetrine, ”le stanze” danno al passante l’idea di “frammenti di vita domestica”(foto in basso). Cappellini, oltre i nuovi pezzi, propone un rinnovamento di quelli iconici. Aggiunge il marmo bianco o nero alla scrivania Lochness di Piero Lissoni. Marmo colorato anche per il tavolo Giunto di Antrei Hartikainen. Impreziosisce le finiture dei tavolini Gong di Giulio Cappellini e aggiunge nuovi colori forti per la mitica poltrona Peacock di Dror (foto in basso). Il design racconta la storia di un Paese, la Polonia, nelle due mostre di Visteria Foundation al 16° piano della Torre Velasca. Impossibile non distrarsi per la vista spettacolare che si gode dalle finestre, disposte sui quattro lati dell’edificio. Ma anche le storie dietro alle due mostre catturano l’attenzione. Una è dedicata a Jorge Zalszupin (1922-2020) sopravvissuto all’Olocausto ed emigrato in Brasile, dove costruisce case e pezzi d’arredo ispirati a Le Corbusier e caratterizzati da un forte rigore.  La seconda mostra illustra il modernismo polacco, anche questo rigoroso, adatto ai modi di vivere e le difficoltà di un Paese. 

mercoledì 22 aprile 2026

DESIGN A PALAZZO

Il Fuorisalone rivela luoghi di Milano sconosciuti e affascinanti.  Il design più avanzato trova il suo spazio espositivo in preziosi palazzi d’epoca.  Palazzo Crivelli, nel cuore di Brera, è una novità. Qui, proposto da Door, mensile del design di Repubblica, Il giardino delle meraviglie offre un percorso tra saloni settecenteschi e parco con alberi secolari e laghetto. All’interno, al piano nobile, La Biblioteca dell’outdoor con il racconto degli arredi da esterni, soprattutto sedie e poltrone, dagli anni Venti a oggi. E il fascinoso Ballet Mécanique di Anna Franceschini, ispirato all’auto Maserati Grecale. Al piano terreno Genealogie architettoniche di Michele De Lucchi e il suo studio AMDL Circle, con sculture, bozzetti di costruzioni, prototipi, per la maggior parte in legno. Al centro del giardino, sempre di De Lucchi, L’Anello mancante, installazione percorribile con interessanti effetti di luce tra le "scandole", assi metalliche che la compongono(qui in basso). Sparsi nel parco arredi outdoor di recente produzione. 

  

Palazzo Litta con i suoi saloni affrescati non è, invece, una novità. A “occuparlo” Moscapartners Variations, venticinque espositori tra aziende, progettisti, artisti, architetti, scuole e università, di undici Paesi, selezionati da Caterina Mosca e dal suo team, con progetti sul tema Metamorphosis.  Nuovi materiali, nuove identità formali, trasformazioni varie. Nel cortile d’onore Metamorphosis in motion, installazione di Lina Ghotmeh, architetta libanese con studio a Parigi (qui sopra il cortile dall'alto). Esempio di ecosistema spaziale dove i visitatori diventano parte della composizione. Prendere dal passato e trasformare è in The perfect imperfection of ceramic art di Onofrio Acone. I suoi  vasi in ceramica hanno i colori del Mediterraneo e sono lavorati con una tecnica dell’antica Grecia, sovrapponendo elementi circolari, per creare la rotondità. Tra gli espositori, nel piccolo cortile a fianco, il Bar Adrenalina di DebonaDemeo. Dove “voci e suoni generati dal pubblico diventano parte del progetto”. Meno scenografica forse, ma sempre notevole come sede, Palazzo Giureconsulti, scelta ormai da dieci edizioni da Masterly–The Dutch. Oltre cento tra aziende e designers, olandesi e non, presentano i loro lavori nelle stanze e nel porticato del palazzo. Grande spazio è dato alla ricerca dei materiali e alle lavorazioni particolari, come sempre. Interessanti le sedie e gli sgabelli componibili di Polimair, fondata dai francesi Arthur e Léo Gaudenz. O ancora le cucine e i sofisticati arredi da esterni di POLDR, COOXS e Knops Tuindesign. Le sedie e i tavoli in legno degli studenti di HMC Wood & Furniture College, perfetto mix di creatività e funzionalità. O i tavoli pittorici di Stoksel, del designer Bart Stok con rivestimento in smalto vitreo a fuoco. Un blu intenso ricopre parte della facciata di Palazzo Confalonieri, gioiello del tardo Seicento, nascosta da un ampio giardino. E’ il blu protagonista di Design Palazzo Austria, che accoglie trenta tra aziende e designer austriaci. Dalle lampade ai tavoli, dai tappeti agli arredi scolastici, agli occhiali. 

martedì 21 aprile 2026

ARTE E DESIGN : SCENE DA UN MATRIMONIO

Giusto parlare ora, in piena settimana del design e a fiera conclusa, di Miart. Perché è sempre più forte la contaminazione fra design e arte. Una grande varietà di linguaggi artistici ha caratterizzato,  infatti, la sesta edizione della fiera dell'arte tenutasi a Milano, dal 17 al 19 aprile, negli spazi aerodinamici della South Wing di Allianz MiCo. Non a caso il titolo New Direction, prende spunto dal modello creativo del jazz, che fa dialogare musiche del passato e contemporanee.  160 le gallerie presenti, provenienti da 24 Paesi. Come sempre divise in sezioni. Gli Emergent, posizionati nella Balcony, con le nuove tendenze e gli artisti di ultime generazioni.  Gli Established, i più numerosi, al piano terra con proposte moderne e contemporanee in settori svariati. Dalla pittura alla ceramica, dalle opere tessili alla fotografia. Al piano superiore l’Established Anthology dove le gallerie più note hanno proposto accanto ai grandi maestri del Novecento i nuovi artisti. Enormi vetrate che spaziano sull’area delle Due Torri e un ristorante "firmato" Cracco.





Sempre più sottile, quasi inesistente, il confine tra arte e design confermato ampiamente in questi primi giorni anche dal Fuorisalone milanese. Uno degli esempi più evidenti lo stand della Bernini Gallery che ha ricreato una sala da pranzo mettendo insieme arredi storici del proprio archivio con altri, reinterpretati da Daniele Daminelli. Come il tavolo e la credenza di Silvio Coppola del 1964 e la sedia di Gianfranco Frattini del 1981. Ma anche un ritratto di Francesco Vezzoli, ispirato a quello del poeta Conte Robert de Montesquiou dipinto da Giovanni Boldini. Con l’aggiunta di una cascata di pietre colorate (in alto). Da Giò Marconi, l’americano Jonathan Lyndon Chase ha messo insieme scultura e design nel tavolino con piano di vetro, sorretto da figura umana nera piegata. Interessanti le piccole scatole con soluzioni, abitative e non, di Susanne Kutter, proposte da MAAB Gallery. O la personale di Gabriele Picco da Ex Elettrofonica con la straordinaria "auto da funerale". Grande varietà anche nei materiali, con un occhio aperto alla sostenibilità.  Il legno è stato protagonista nella Galleria Luisa Delle Piane. In mostra pezzi di Ceroli, Andrea Branzi e i vasi di Delos by Locatelli-Zambernardi in legno, appunto, con ricami in tessuto, seguendo la tecnica delle terracotte dell’antica Grecia (in basso a destra). In legno  anche l’orso-uomo del tedesco Stephan Balkenhol, presentato dalla Galleria Monica De Cardenas (in basso a sinistra). Tra i classici, se così si possono definire, le opere di Gillo Dorfles, da Paula Seegy Gallery.


venerdì 17 aprile 2026

SU LA MASCHERA

Come ogni anno, appuntamento al Teatro Menotti di Milano con Familie Flöz, in scena fino a domenica 19. Con Finale. Un’ouverture la compagnia berlinese, che lavora con maschere straordinarie e parole sostituite da una mimica eccezionale, festeggia nel 2026 i trent’anni di attività. E di meritati successi.Prima dello spettacolo gli attori ricostruiscono pseudo-set fotografici di cui i personaggi sono persone del pubblico trasformati dalle maschere. 



Poetica come sempre e sul filo dell’ironia la storia, anzi le tre piccole storie con un fondo amaro. Tutte e tre con la scenografia di una composizione geometrica, che di volta in volta diventa velocemente qualcosa d’altro, sotto gli occhi del pubblico. Fa immaginare, finestre con vetri da pulire, porte da aprire, specchi, boschi e sentieri, interni di edifici. Nel primo racconto il protagonista è il gestore di uno Späti, locale tipico berlinese aperto tutta la notte, sempre a contatto con clienti e passanti di vario genere, tra i quali una donna di cui s’innamora corrisposto o così sembra, ma il finale lo smentisce. Nel secondo c’è un ragazzo grasso che vaga in un ospedale alla ricerca della mamma, forse un tempo un’attrice-cantante o che lui ricorda come tale. Nel terzo, una giovane donna, amante della natura, si confronta con brutali cacciatori all’inseguimento di un toro, perfettamente interpretato da un attore con maschera-muso di toro che cammina “a quattro zampe”. Alla fine il ragazzo grasso si toglie la pancia, il toro si mette in piedi, così come uno dei cacciatori che sembrava morto e senza maschera, salutano il pubblico. Compresi i due musicisti, anche loro prima mascherati e, come tutti gli altri, agilissimi sulla scena.

giovedì 16 aprile 2026

FOLGORAZIONI SUL PALCO

Il titolo dello spettacolo è Poeti folgoranti.  Ma “folgoranti” non è come si pensa un aggettivo, anche se non particolarmente appropriato, per definire dei poeti capaci di dare emozioni forti. Ma è riferito a un cognome, anche se d’arte. La folgorazione è al centro di Poeti folgorati…ovvero…come provai a distruggere la poesia italiana del Novecento  al Teatro della Cooperativa di Milano fino al 19 aprile.  In scena Antonello Taurino che è anche ideatore e regista e Massimo Colazzo. Taurino, nella parte di Luciano Folgore, capace appunto di ridicolizzare i più grandi poeti italiani del Novecento. A spingerlo a questo, Colazzo nella parte del futurista Marinetti


Durante tutto lo spettacolo si ha l’impressione che il personaggio di Folgore non sia mai esistito e Taurino lavora su questo. Un po’ giocando con quel suo humour, che lascia intravvedere una grande cultura e soprattutto una capacità di critica non superficiale. Un po’ rivelando il vero nome di Folgore: Omero Virgilio Vecchi. E mettendo in rilievo l’impossibilità con un nome così di diventare un poeta futurista. Sarebbe interessante a questo proposito sapere quante persone del pubblico, dopo lo spettacolo, hanno consultato Wikipedia. E questo è un punto a favore per Taurino. Che in scena alterna momenti di dialogo fra Marinetti, che vuole il poeta futurista, e Folgore disposto a tutto pur di far conoscere la sua poesia. Con i versi dei più grandi poeti, letti prima da Colazzo e poi reinterpretati da Taurino-Folgore. Tra i più esilaranti Quasimodo con Ed è subito sera, Montale con Meriggiare pallido e assorto e D’Annunzio con La pioggia nel pineto. Che Marinetti commissiona a un Folgore ritroso, con l’imperativo che per avere successo bisogna “parlare di figa”. Finale a sorpresa con poesie create con l’intelligenza artificiale sullo stile di Folgore. Che, scrive Taurino, “si conferma inesorabilmente maestro mai superato, neanche dalla macchina”. Uno spettacolo da vedere, dove l’irriverenza non è mai facile o di cattivo gusto. Ma rivela come sulla cultura, ben manipolata, si può anche ridere, senza essere blasfemi. 

mercoledì 15 aprile 2026

VERSO IL SALONE

Un piccolo stop post Olimpiadi e Milano ha ripreso il suo fermento.  E’ iniziata lunedì Art Week con mostre ed eventi vari, a cui si aggiungerà il 17 MIART, fiera internazionale d’arte moderna, accolta questa volta nella South Wing di Allianz MiCo. Intanto per le vie, soprattutto del centro, sono in allestimento, e qualcuna è già allestita, le presentazioni del Fuori Salone che affiancherà in anticipo la 64° edizione del Salone del Mobile, dal 21 al 26 aprile. Inutile dire che palazzi storici, giardini, edifici particolari saranno coinvolti, così come i musei. 




Ben quattro nuove mostre-progetti hanno aperto i battenti nel Museo del Novecento già il 9 aprile. Come ha detto il direttore del museo Gianfranco Maraniello “Raccontano un’istituzione in trasformazione, per rafforzare il dialogo fra la città e la scena artistica contemporanea”. Un anticipo della seconda torre che diventerà un nuovo spazio espositivo del museo. Domani, dalle 19 alle 20,30, il pubblico è invitato a un percorso, gratuito e guidato, nella collezione permanente e nelle nuove mostre. Che sono: nella Sala Fontana, nella torre,  Salut!Hallo!Hello! di Diego Marcon, vincitore del Premio Acacia, che entra a far parte della collezione donata al museo. In un video, incorniciato dalle grandi vetrate aperte su Piazza Duomo, scorrono immagini di una tipografia che si alternano alle classiche cartoline dei luoghi di vacanza, che qui venivano stampate (foto in alto). Al primo piano, dedicato agli approfondimenti monografici dei maggiori artisti italiani del secondo Novecento, Vedere l’aria. Racconta una manifestazione, ideata e realizzata da Bruno Munari nel 1969, con fogli di carta buttati dalla torre di Como, documentata dalle foto di Ugo Mulas e completata da disegni dello stesso Munari. Al piano terra, negli spazi di Forum900, con pezzi di arredo iconici del secondo Novecento,  una quadreria con lavori di pittori e fotografi entrati nella collezione del museo attraverso premi, acquisizioni e donazioni di artisti e collezionisti (foto al centro). Nella Lounge900 al quarto piano, infine, è di scena la collezione di artisti, legati alla “ricerca verbovisuale” anni 70 e 80, donata al museo da Anna Spagna Bellora, (nella foto in basso un'opera di Sarenco).

martedì 14 aprile 2026

RACCONTI SCOLPITI

Una piccola mostra che comunica molto, quella di Giuseppe Guerrera, a Milano, nell’ambito di Art Week, curata da Luciano Bolzoni. Il titolo Stati d’animo è perfetto, non solo anticipa i contenuti, ma presenta e ritrae l’artista. Architetto e docente, Guerrera (classe 1948)  palermitano, che attualmente vive tra Palermo e Milano, da anni si dedica alla scultura con un occhio, una mano, ma soprattutto un pensiero particolare. 

 
 


I suoi lavori in terracotta nascono da considerazioni su temi contemporanei forti, capaci di generare appunto “stati d’animo”. Uno è quello della violenza sulle donne, non solo quella fisica.  Ed ecco simbolici corpi femminili con intarsi che richiamano le coltellate, le urla, il tentativo di difendersi con un’alzata del braccio e poi grandi fori che evocano la pesantezza dei colpi sferrati. La violenza psicologica è raccontata da La Partigiana, terracotta con rivestimento in foglia d’argento. E’ una donna stilizzata a testa in giù, per “mettere a fuoco” la dignità capovolta. In mostra un video in cui passano le lettere autentiche di donne partigiane, uccise per avere sostenuto la causa della Resistenza, che si scusano con le famiglie, soprattutto con i mariti e i figli maschi per aver preso parte alla lotta partigiana. Come ha ricordato nella presentazione della mostra Guerrera, alle partigiane non solo non è stato mai riconosciuto il grande contributo dato alla causa, ma sono state considerate “donnacce”, perché dormivano nei boschi con gli uomini, tanto da non essere accettate nei festeggiamenti del 25 aprile 1945. Un altro gruppo di sculture parla del “tuo volto domani”. Sono sculture bidimensionali di volti con buchi attraversati “dall’ombra della luce”. Una metafora di quel che resta di una persona quando muore. E poi ci sono le opere ispirate all’Odissea. Un poema quello di Omero “che ha trasformato la normalità dell’umano in mito” raccontando le passioni, l’amore, i sentimenti negativi, le guerre, la brutalità da sempre legata all’uomo. Dai tre volti di Ulisse, in terracotta con smalto a freddo, feroce, bonario, furbo, a una Penelope bifronte bianca da una parte, nera dall’altra, per raccontarne l’ambiguità. Ai ciclopi coloratissimi che danzano. Stati d’animo, è da oggi al 19 aprile all’Art Marginem Concept Room (Via Walter Tobagi 13). Uno spazio accogliente, assolutamente da vedere. Anche per il laboratorio di artisti, con forno per le terrecotte, meta di visite delle scuole e vera esplosione di creatività.

domenica 12 aprile 2026

MILLE LUCIE

Dall’incontro di due "pilastri" della comicità raffinata e intelligente come Lucia Poli e Stefano Benni c’era da aspettarselo. Eppure Vecchiette, aragoste, ballate, solo ieri e oggi, al Teatro Gerolamo di Milano, non solo mantiene le promesse ma supera addirittura le aspettative. Sul palcoscenico l’attrice rende omaggio al geniale amico scomparso un anno fa, recitando pezzi di una sua “antologia di mostri e disastri” quanto mai umoristica e graffiante. 




Una collaborazione quella dei due artisti che risale agli anni '90. I monologhi di Lucia Poli sono alternati e alcune volte accompagnati dall’ottima musica del sassofono di Francesco Marini. Dietro a ogni storia un mondo svariatissimo e popolato, come accenna il titolo, da personaggi, tra il reale e il surreale. Da una Biancaneve e i sette nani, da favola  molto rivista, a un’aragosta cinica e pronta a tutto, alle varie versioni di un duetto d’amore. Le battute e i giochi di parole si susseguono “fulminanti”, senza alcun attimo di sospensione  o di incertezza. Anche i veloci e ben studiati cambiamenti di costume aiutano Poli a rendersi convincente. Dall’umano all’animale, ogni figura rappresentata  ha una sua  precisa e ben delineata identità. Impossibile distrarsi, il ritmo è incalzante. Si sorride, si ride, ci si stupisce. Con molti spunti di riflessione sulla contemporaneità,  intriganti ma mai ambiziosamente prevaricanti.

venerdì 10 aprile 2026

PIENI DI MEMORIA

Difficile stabilire se Tradimenti di Harold Pinter sia un testo teatrale centrato sulla memoria o sul rapporto di coppia. Più facile pensare che sia una storia di amore e tradimenti, vista in retrospettiva. Tesi confermata dallo stesso Pinter, per il quale  “La memoria è una stupida macchina senza logica. Comincia dall’ultimo istante e si riavvolge all’indietro”. Scritto nel 1978 e considerato tra i capolavori del drammaturgo inglese, Tradimenti è al teatro Out Off di Milano, in prima nazionale, fino a domenica 26. Con la regia di Maurizio Schmidt, è prodotto da Out Off in collaborazione con Farneto Teatro e la sua “creatura” Boffalora Acting Studio, non una scuola per la formazione, ma una palestra per professionisti dove sviluppare nuovi progetti. E la scelta di Pinter, considerato il drammaturgo dell'assurdo, è vincente, anche se sicuramente molto impegnativa.

 

Sul palcoscenico Lucrezia Mascellino, Gaetano Franzese, Claudio Pellegrini, nei ruoli di una coppia e di un amico e compagno di lavoro di lui, nonché amante di lei. Sempre in scena anche Chiara Schmidt che al pianoforte suona brani da Schubert a Chopin, da Liszt a Mozart, da Mussorgsky a Satie, e altri ancora. La musica non è un sottofondo musicale ma un filo conduttore importante per legare i vari momenti della storia a tre, nei suoi dieci anni. Questi sono scanditi da una scritta sul fondale che dice l’anno e la stagione.  La storia inizia nel 1978, con l’incontro dei due amanti, che si sono lasciati e non si vedono da tempo. La conversazione procede stentata, per certi versi formale, per altri espressione di una rievocazione sfumata e unilaterale. Quindi seguono gli incontri, da quelli precedenti fino al primo del 1968, quasi sempre a due: i due amanti i più numerosi.  Più rari i due amici, la coppia o tutti e tre insieme. A ogni incontro la scena cambia, nel senso che tutti gli elementi sul palcoscenico vengono spostati, molto velocemente, dagli attori compresa la pedana con il pianoforte, che continua a suonare. E sono movimenti al limite del balletto. In perfetta sintonia con i dialoghi dove ironia, imbarazzo, passione travolgente, sospetti, e qualche senso di colpa si mescolano.  Tradimenti è la seconda puntata della trilogia di Harold Pinter al Teatro Out Off, che iniziata a dicembre con Sketches and short plays, si concluderà con L’Amante dal 5 al 10 maggio.

giovedì 9 aprile 2026

L' ALTRA FACCIA DEL MALE

Ancora una volta un esempio di come una pièce teatrale, tratta da un famoso romanzo, possa diventare uno spettacolo a sé stante, tanto da non spingere minimamente al confronto. Così è Il male oscuro fino al 12 aprile al Teatro Menotti di Milano. Certo molto è dovuto alla profondità del capolavoro di Giuseppe Berto (da cui Mario Monicelli nel 1990 ha tratto un film), ma è anche da attribuire all’alta professionalità di chi l’ha portato in scena. 



Da Giuseppe Dipasquale, che ne ha curato l’adattamento teatrale e la regia, ad Alessio Vassallo che interpreta il protagonista Bepi e a Ninni Bruschetta, sdoppiato nella parte sia dello psicanalista sia del padre di Bepi. Ma anche delle quattro attrici e dei due attori, molto di più di comparse, che si alternano ognuno di loro in vari ruoli, di contorno, ma assolutamente fondamentali. Notevole anche la scenografia con enormi teli argentati e trasparenti, indispensabili per delimitare gli spazi e crearne dei nuovi, ma anche perfetti per raccontare le incertezze, il vagare dei pensieri, anche le ombre e l’allontanarsi dalla realtà del protagonista.  Solo con l’uso dei cubi, il palcoscenico diventa, di volta in volta, l’aula di una scuola elementare con i primi innamoramenti dello scolaro Bepi, il salotto di casa, lo studio dello psicanalista, una camera di ospedale. Mentre dietro i teli trasparenti si muovono i personaggi dei ricordi di Bepi. Un io narrante, scrittore affermato, che non riesce a liberarsi dei pensieri negativi, ha difficoltà a rapportarsi sia con i famigliari,  madre e sorelle, sia con fidanzate, mogli, amanti. Ma soprattutto logorato dal pensiero del padre nei confronti del quale, ora che è morto, sente forti sensi di colpa. Il ritmo è sempre sostenuto, senza mai attimi di vuoto, dovuto anche alla buona scelta delle musiche. E pur nell’esasperazione della situazione qualche elemento tragicomico, curiosamente, riporta al realismo.

lunedì 6 aprile 2026

CONOSCI BRUGNATO ?

Si chiama Brugnato. E’ un paese di 1291 abitanti, in provincia di La Spezia ed è sicuramente uno dei tanti comuni italiani con storie interessanti da raccontare. A 40 minuti d’auto da Moneglia nelle Cinque Terre, si raggiunge facilmente in autostrada da Genova e da La Spezia. Vicino quindi al mare, ma attraversato dal fiume Vara e circondato da colline, con un paesaggio quasi montano. Anche sul nome c’è qualcosa da dire. E’ una trasformazione di "brigne" o "brignun" che in dialetto del luogo significa susino, e una pianta di susino è sullo stemma araldico del comune. Una spiegazione controversa, a cui si oppone quella, meno istituzionale, che fa derivare il nome da "brignae", massa di sterpi con tipologie di piante di varia natura. 




E questo, anche all’occhio meno preparato, è più evidente.  Basta uscire pochi metri dal centro del paese per imbattersi in una vegetazione foltissima. Salite scoscese, rovi, fitti boschi, con cammini stretti ma assolutamente intriganti, dove è facile immaginare film di fughe e thriller. Il paese è perfetto con le case basse e colorate, gli archivolti, la chiesa costruita fra l’XI e il XII secolo con una strana navata centrale e una sola laterale. Una piccola piazza con portici, un ponte sul Vara di probabile origine romana con una curiosa passatoia verde. Le targhe delle strade riportano il nome in italiano e in dialetto, che spesso suonano completamente diversi. Qualche ristorante, bar con piacevoli dehors, un’insegna di bed & breakfast, ben due banche, una grande libreria-cartoleria. Più di un parrucchiere e un centro estetico, una boutique di abbigliamento con una scelta raffinata e un negozio di tatoo. E, a sorpresa, un distributore di latte gratuito. Subito intorno un centro scolastico, una zona sportiva con campi da tennis e da calcetto, case con giardini tenuti perfettamente con cani addestrati, che convivono in pace con galline e pavoni. Nessun nanetto nei giardini, neanche quelli di Philippe Starck, ma finti cani neri dall’aria protettiva. Strade pulite, poche persone sorridenti in giro, un’impressione di vita piacevole e sicura dove anche una bimba di dieci anni, dai grandi occhi azzurri, può portare il fratellino di tre mesi in carrozzella, senza temere niente.

sabato 4 aprile 2026

OLTRE IL PONTE

Cosa deve avere una città per diventare capitale italiana della cultura? La risposta sembra ovvia. Avere un certo numero di palazzi, istituzioni, monumenti che possano essere di attrazione per un tipo di turismo colto, interessato all’arte, alla storia, alle scienze, a ogni forma di cultura. In sostanza caratteristiche legate al passato. Ma questo è solo una minima parte di tutto quello che una città deve mostrare, proporre, organizzare, progettare. Eloquente è stata la presentazione della candidatura di Bassano del Grappa come Capitale italiana della cultura 2029 alle Gallerie d’Italia di Milano. 




Sicuramente il passato è importante, “Bassano ha tutte le carte in regola per primeggiare, grazie al ruolo che ha sempre mantenuto nella sua storia come crocevia di scambi culturali tra l’area alpina, la pianura e Venezia” ha detto Alberto Stefani, Presidente della Regione del Veneto. Basta pensare al ponte disegnato da Palladio, interamente costruito in legno, dipinto di rosso e coperto. “Un ponte vissuto come una piazza, un luogo collettivo” l’ha definito Paolo Dalla Sega, Advisor di Candidatura. O all’opera di Giovanni Segantini ”cantore della montagna intesa come luogo fisico e insieme simbolico”. O ai Musei Civici, tra i più antichi del Veneto, con opere di Tiepolo, Hayez, Lorenzo Lotto, Artemisia Gentileschi, oltre alle collezioni grafiche di Remondini e della ceramica bassanese. O ancora al più ampio patrimonio di opere di Antonio Canova. A cui il 14 dicembre si aggiungerà il colossale cavallo. Iniziata la costruzione nel 1807, come parte di un monumento equestre dedicato a Napoleone, fu poi realizzato in bronzo e si trova a Piazza Plebiscito a Napoli. Mentre l’originale, interamente in gesso e poi dipinto con una vernice effetto bronzo, alto ben 4 metri escluso il basamento, fu smontato a metà Ottocento, smembrato in più di 200 pezzi e abbandonato nei depositi del Museo di Bassano. Dopo anni di lavoro è stato ripristinato e da novembre è esposto nel grande salone delle Gallerie d’Italia, dove resterà fino al 6 aprile. Questa ricostruzione fa parte di un programma, iniziato da anni, volto a rafforzare l’immagine culturale di Bassano. E’ ormai alla 46° edizione l’Operaestate Festival Veneto, festival multidisciplinare di danza, teatro, musica, circo, da cui è nata Dance Well pratica di danza rivolta ai malati di Parkinson. E poi la Biblioteca Civica che conta oltre 100mila presenze annue. In progetto varie iniziative per coinvolgere le nuove generazioni. Come Cantiere 35 dedicato agli under 35 per co-working, incubazione d’impresa, laboratori di formazione professionale. O l’hub culturale che sarà ospitata nel quattrocentesco Palazzo Bonaguro per progetti di rifunzionalizzazione. Varie e interessanti le mostre in programma.  A Palazzo Sturm, dal 24 aprile al 27 settembre,
 Olivetti. L’arte di comunicare, dedicata all’utopia Olivetti, all’avanguardia per visione sociale e strategie di comunicazione.  Dal 24 ottobre al 4 aprile 2027, Sebastiao Salgado. Collezione della Maison Européenne de la Photographie di Parigi.