venerdì 6 dicembre 2019

I RAGAZZI CHE GUARDAVANO I TRENI

 

All’inizio, soprattutto per la messa in scena, Trainspotting lo spettacolo di Sandro Mabellini al Teatro Menotti di Milano, ha dei toni surreali. Ma nel giro di   

pochi minuti diventa, in un crescendo drammatico ma non forzato, realistico e quanto mai attuale. Eppure è la versione teatrale, firmata da Harry Gibson e poi adattata dal libanese Wajdi Mouawad, dell’omonimo romanzo di Irvine Welsh che risale al 1993. Diventato poi un film con la regia di Danny Boyle nel 1996. Sono passati quindi più di vent’anni, il tema della droga ora non è così in primo piano, eppure lo spettacolo è una fotografia aggiornata all’ultimo momento di una straziante situazione. Non c’è un sipario al Teatro Menotti, dove è in scena fino all’8 dicembre, ma i quattro attori accolgono il pubblico seduti a livello della platea, da cui sono state tolte diverse file di poltrone. Se ne stanno lì in indumenti intimi con le braccia conserte. E poi incominciano a vestirsi e a parlare. Sono frasi mozzate, in gergo, colorate da un turpiloquio corrente, che rivela all’istante la vita di questi quattro giovani che hanno deciso coscientemente di rovinarsela. Non avere un lavoro, dovere cercarlo, non avere un amore o un amore che finisce, i conti da pagare, gli amici che se ne vanno o muoiono, il pensiero del futuro costringono a una continua situazione di attesa e inesorabilmente all’infelicità. Drogarsi significa ridurre tutti i problemi a uno solo, trovare l’eroina. Ed è semplice. Questa la loro filosofia per non essere più schiavi di nessuno, non importa se lo si diventa della Madre Superiora, un vecchio compagno di scuola ex tossico che non si droga più, ma spinge gli altri a drogarsi, per ubriacarsi e inseguire quei miti consumistici e borghesi che i ragazzi che guardano i treni sfuggono e aborriscono. Marco S.Bellocchio, Valentina Cardinali, Michele Di Giacomo, Riccardo Festa, si muovono in modo straordinario in una drammaturgia scenica di cui sono autori. Sono talmente naturali e reali che anche le battute velate di umorismo, non fanno che rendere più vera la scena tanto che nel pubblico nessuno ride. Anzi si rimane più coinvolti. Verrebbe voglia di aiutarli a smascherare quella falsa sicurezza destinata inesorabilmente a distruggerli. Non ci sono moralismi o critiche, ma solo una rappresentazione senza filtri di alcun genere. E proprio per questo quanto mai efficace. 

giovedì 5 dicembre 2019

VISIONI DA UN TAPPETO


C’è un palazzo con porte altissime dietro alle quali s’intravvedono delle bandiere. Una scalinata conduce a un rudere o forse a una torre. C’è una piazza di notte da cui partono strade chiuse. C’è un percorso tra case, fabbricati, campi, giardini. Uno strano aereo plana nel cielo. Sono immagini sfumate, interrotte, avvolte nelle nuvole, mai sbiadite 

però: visioni di un mondo probabile in movimento, come riprese dall’alto di un aereo. Sono i tappeti in mostra alla Galleria Francesco Zanuso di Milano. Realizzati in lana pregiata, sono lavorati con la tecnica del taftato a mano, meno dispendiosa di quella a nodi, proprio per essere tappeti d’arte sì, ma per tutti. Questa la volontà del loro creatore, Luca Scacchetti l’architetto e designer, morto prematuramente nel 2015. Sua è la distinzione dei pezzi inediti in due collezioni, La terra degli uomini e Magical Carpet Tour. Nei tappeti della prima, quadrati di un metro e mezzo per lato, è possibile individuare un percorso con l’abitato e la campagna marchigiana, che fa parte del vissuto autobiografico di Scacchetti. Nei Magical Carpet, a forma rettangolare di cm 270x140, il fantastico  predomina. Difficile trovare qualcosa di definito, più facile lasciarsi trasportare dall’immaginazione, proprio come in un magical tour su un tappeto volante. Non a caso Alessandro Mendini titola l’introduzione del piccolo catalogo, scritta nel novembre 2012, Tappeto volante. Parla di “paesaggi architettonici”, di “arcaiche e sconosciute civiltà scomparse”, di “un percorso compiuto dall’alto sopra un mondo silenzioso d’intensa poesia strutturata e percepita come narrazione”. Nell’affascinante galleria, connotata da archi con mattoni a vista, i tappeti sono appesi alle pareti, in una sequenza studiata da Cinzia Scacchetti Anguissola. La mostra, curata con evidente passione da Gianpaolo Tibaldo, grande amico di Luca Scacchetti, chiude il 24 dicembre, per poi riaprire dall'8 al 24 gennaio 2020.

mercoledì 4 dicembre 2019

COME IN UN FILM


Il titolo La figlia cinese sulla via della seta intriga. In un primo momento potrebbe essere l’anticipo di una storia, dopo confonde, crea dubbi, di sicuro dà aspettative. Contribuisce anche la copertina (foto Italo Bertolasi) con due donne dai grandi cappelli, una cinese l’altra occidentale, sullo sfondo di grattacieli. Dal commento sul retro di copertina il libro di Alessandra Dal Ri si presenta come un romanzo, ma non lo è. Nonostante ci siano tutti gli ingredienti: trama, personaggi, dialoghi, descrizioni, finale. Sarebbe meglio definirlo un racconto di viaggio. Di un viaggio vero e proprio, ma soprattutto di un viaggio interiore, nei pensieri, nelle fantasie, nelle reazioni di Bia, la protagonista. Bia è una giornalista freelance, proprio come l’autrice, che gira il mondo per intervistare personaggi, ma anche per sfuggire a un matrimonio stanco, senza batticuori e futuro. L’incontro con l’indecifrabile Li Mei, la figlia cinese, le restituisce i batticuori, con molto tormento. La loro frequentazione è fatta di appuntamenti in aeroporti, di momenti ritagliati dal lavoro, frenetico per la manager Li Mei, di pause in luoghi di relax, dove si aggirano presenze inopportune, ombre. I dialoghi sono intramezzati da sensazioni e riflessioni di Bia, così realistiche da coinvolgere il lettore. Notevole è la capacità di Dal Ri con pochi flash di raccontarti un luogo, che sia la hall di un hotel a cinque stelle, una strada di New Delhi, il banco di un mercato. Vedi i volti della gente, la consistenza degli oggetti, come in un film. L’ avvio del libro è lento, non è  chiaro dove ti vuole portare e poi a poco a poco ti immerge in un’atmosfera che ti sembra di vivere dall’interno. Il libro è edito da Albatros e parte del ricavato delle vendite è destinato alla realizzazione e al sostegno dei laboratori solidali di scrittura LetterariaMente.  

lunedì 2 dicembre 2019

IL RIVOLUZIONARIO DELLE FIANDRE



OMG: non ha niente a che vedere con le ONG. Inutile cercare di cosa possano essere iniziali le due lettere che seguono la O, che in genere sta per Organizzazione(o Organisation). E’ parte di OMG Van Eyck was there, titolo di un programma di celebrazioni per Jan Van Eyck, il pittore che ha rivoluzionato la pittura fiamminga. La frase è quella che l’artista usò come firma per il famoso Ritratto di Giovanni Arnolfini e sua moglie, dove lui stesso appare nello specchio dietro alla coppia. Ma OMG è anche l’acronimo di Oh my god che esprime la meraviglia di fronte ai capolavori. Si tratta della terza puntata di Flemish Masters 2018-2020, dopo le celebrazioni per Rubens nel 2018 e quelle per Bruegel nel 2019, e avrà come mostra centrale Van Eyck An Optical Revolution dal 1° febbraio al 30 aprile 2020, al MSK Museo di Belle arti di Gent. Qui verrà esposto, dopo il lungo restauro, il suo capolavoro, il Polittico dell’Agnello Mistico, destinato alla Cattedrale di San Bavone. Altre mostre saranno a Bruges dove Van Eyck si trasferì giovanissimo, visse e morì, a Mechelen, a Lovanio, a Bruxelles. Sono previste, tra l’altro, riaperture di luoghi sacri con dipinti religiosi e svariate esperienze di realtà aumentata, che offrono un’ottima occasione per visitare le Fiandre. In attesa di vedere le opere del pittore in queste città, se ne può avere un soddisfacente assaggio al Palazzo Ducale di Venezia. Qui fino al 1° marzo, nel sontuoso appartamento del Doge, si tiene la grande mostra Da Tiziano a Rubens. Capolavori da Anversa e da altre collezioni fiamminghe, iniziata il 5 settembre. Davvero straordinari i ritratti di Van Eyck, a volte solo studi per un dipinto con gruppo . Si nota il realismo dell’espressione che racconta tutto del personaggio, come solo un ottimo fotografo potrebbe riuscire a cogliere. Svariate le opere di Rubens che vanno dai quadri religiosi e mitologici ai ritratti, ai modelli per architetture, agli arazzi, fino alle brocche e ai vassoi d’argento. Quasi sconosciuti, ma di grande valore, i dipinti di Michaelina Wautier, l’Artemisia Gentileschi dei fiamminghi. E gli still life di Clara Peeters, uno con i formaggi e l’altro con i pesci, che si potrebbe definire a chilometro zero, perché tutti pescati nel fiume e nel mare vicino. (Nelle foto: un ritratto di Jan Van Eyck che sarà alla mostra di Gent. Uno dei camini dell'Appartamento del Doge).








domenica 1 dicembre 2019

I GIOIELLI RACCONTANO


Non è casuale che sia stata presa la foto di quella collana per la locandina della mostra Van Cleef & Arpels. Il tempo la natura e l’amore a Palazzo Reale di Milano dal 30 novembre al 23 febbraio. 
Non è la più preziosa, non è stata indossata da un personaggio, non è stata creata per un avvenimento particolare, ma è indicativa dello spirito dell’esposizione. Ha la forma di una zip dalle maglie a spiga orlate da cuori in fili d’oro, incastonati con zaffiri, smeraldi, rubini, diamanti. Ha un pompon da far scorrere per aprirla, chiuderla e trasformarla in bracciale. E’ del 1951, ma l’idea della zip pare sia stata suggerita dalla Duchessa di Windsor, icona di eleganza, addirittura negli anni ’30. Si trova nella sala della moda, uno dei riferimenti insieme ad arte, architettura, danza, poesia, natura, amore. E anche tempo, come dice il titolo. Ma il tempo non ha niente a che vedere con la celebrazione cronologica della maison, fondata nel 1906 a Parigi, in Place Vendôme. Il percorso espositivo si snoda fra gli appartamenti del principe e le sale degli arazzi. Suddivisi per temi i gioielli realizzati in periodi diversi raccontano l’evoluzione delle tecnologie e delle tecniche di lavorazione, ma soprattutto i mutamenti delle mode, i diversi punti di vista estetici, l’attualità. Un esempio? Nel 1922 Howard Carter scopre la tomba di Tutankhamon. L’egittomania divampa. La maison crea gioielli con sfingi, scriba e scarabei. La curatrice Alba Cappellieri, docente di Design del gioiello e dell’accessorio al Politecnico di Milano e direttore del Museo del gioiello di Vicenza, che ha avuto carta bianca dalla maison, prende spunto dalle sei( di cui la sesta mai completata) proposte per il prossimo millennio delle Lezioni americane di Italo Calvino: leggerezza, rapidità, visibilità, esattezza, molteplicità. Per la rapidità protagonisti gli orologi. La magia della clip-fata si riallaccia alla visibilità. Per la molteplicità emblematica è la Minaudière del 1935, pochette da sera con scompartimenti per contenere gli oggetti indispensabili a una signora, tra cui l’accendino Paradoxe del 1948, in oro giallo con  minuscola  sezione per i fiammiferi di scorta. Una sala è dedicata all’architettura nel gioiello e qui i pezzi sono déco. C’è anche un’installazione della designer americana Johanna Grawunder, che ha progettato l’allestimento della mostra trovando, grazie all’uso delle luci, la perfetta sintonia tra i gioielli e gli ambienti. Nelle sale della natura, una per la fauna l’altra per la flora, la varietà di soggetti ispiratori è infinita e spesso a sorpresa. Quanto all’amore il discorso è più facile e immediato, a cominciare dai nomi di alcuni gioielli come le spille Juliette e Roméo (foto in alto) fino ai pezzi che raccontano storie d’amore. Come il diadema con diamanti indossato da Grace di Monaco per il matrimonio della figlia, simile alla parure offertagli da Ranieri per le nozze o la collana Lion Barquerolles trasformabile in due bracciali, che Richard Burton regalò a Elizabeth Taylor per la nascita del primo nipote nel 1971. Il catalogo è di Skira.