mercoledì 30 settembre 2026

RAGIONE E SENTIMENTO

Difficile, forse impossibile, inquadrare in un genere teatrale (commedia, tragedia ecc.) Agamennone, in scena al Teatro Menotti Filippo Perego di Milano fino al 7 ottobre, dopo aver esordito in prima nazionale al Segesta Teatro Festival in agosto. Il testo, scritto e pubblicato da Fabrizio Sinisi nel 2026, prende spunto dall’omonima tragedia di Eschilo. Ma ne filtra e ne raccoglie gli elementi che rendono la vicenda, se così si può definire, attuale. Non è quindi una rivisitazione in chiave contemporanea del dramma che apre la trilogia Orestea. 


Al centro dello spettacolo più che il ritorno dalla guerra, sono le sue conseguenze sulle persone. Sia di quelle che ritornano anche vittoriose, come appunto Agamennone, sia di quelle che “a casa” hanno atteso “i guerrieri”. Un tema che non affronta solo il dramma della guerra, ma il dramma del distacco nel tempo. Che porta a sovvertire situazioni, dove i ricordi belli e quelli brutti si incrociano con nostalgia, rimpianto, sensi di colpa mai risolti. La scena ha luci attenuate, che evocano gli oscuri interni del palazzo e gli esterni con l’arrivo della notte. Nessun arredo, solo un elemento che diventa, senza o con una coperta, ora ringhiera, ora sedile, soprattutto letto, su cui siedono i personaggi, per parlare di tradimenti, di incomprensioni, ma anche di amori persi. Bravissimi gli attori, guidati dalla convincente regia di Gianluigi Fugacci. Maddalena Crippa è Clitennestra, la cinica regina moglie di Agamennone.  Per lei i ricordi d’amore sono superati dalla voglia di vendetta. Sarà lei, aiutata da Egisto (cugino di Agamennone e suo amante) e sostenuta dal popolo, a fare uccidere il marito. Sergio Basile è Agamennone, un uomo finito, schiacciato dai rimorsi, che arriva dalla guerra non come trionfatore, distrutto dal pensiero di aver sacrificato la figlia Ifigenia agli dei per la vittoria. Si accompagna alla giovane Cassandra, alias Emilia Scatigno, sacerdotessa e profetessa, rovinata dal sapere troppo del destino suo e di chi le sta intorno. Una figura fragile, ambigua, nel bene e nel male.  E poi c’è il Coro con Claudio Pellegrini e Alessandro Sampaoli, in veste di guardie del corpo, inservienti-segretari, vestiti in abiti scuri contemporanei, gli unici a raccontare veramente i fatti. Funzione da sempre del coro nella tragedia greca, come è stato detto nell’interessante dibattito, aperto al pubblico, che ha seguito la prima rappresentazione al Teatro Menotti.

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