mercoledì 21 marzo 2018

LE PIETRE RACCONTANO


Non c’è compiacimento nostalgico, e neppure una idealizzazione del passato in Argan39, prima tappa di una mostra-installazione di Mitra Azar, da vedere, da oggi fino al 10 maggio, nella Project Room della Nuova Galleria Morone di Milano (Via Nerino 3). Anzi, c’è un approccio che non concede nulla all’estetizzante fine a se stesso, ma guarda alla tradizione per coglierne aspetti capaci di dare vita e nuova identità a non luoghi.

Indicativi sono i due video . Uno,  realizzato dall’ artista con un drone, mostra  dall’alto la zona delle miniere di Sulcis Inglesiente nel sud ovest della Sardegna, abbandonate  completamente negli anni 70. L’altro, di proporzioni inferiori ed evidentemente risalente a quasi un secolo prima, ritrae il lavoro in quelle miniere con un tipo di immagine che fa pensare alla fantascienza datata di Metropolis .
Le riprese, fatte negli anni 50, sono di  Nando Pizzetti figlio di Ernesto Pizzetti, bisnonno di Mitra Azar, il cui lavoro è stato il punto di partenza del progetto-installazione. Pizzetti, in un viaggio da Firenze alla Sardegna con i Fratelli Alinari per documentare l’industrializzazione dell’isola, viene colpito dal luogo e decide di restarci e  aprire qui la sua attività di fotografo. Oltre a dedicarsi a ritratti,  ambienti, cerimonie,  diventa il fotografo ufficiale delle miniere. Nel negozio, come spesso accade, alla fotografia affianca l’ottica. Ed ecco in una vetrinetta occhiali, strumenti per la misurazione della vista, lenti, oltre a pellicole Agfa Gevaert, una cinepresa Paillard, rullini e foto.  Di cui alcune della famiglia, compreso il figlio di Ernesto, nonché nonno di Mitra, che  ha continuato l’attività del padre. Purtroppo molto di quell’archivio è stato distrutto ma ne è rimasto a sufficienza per raccontare la trasformazione della pietra, proprio quella raccolta nelle miniere. Da  cui si estraeva il silicio e l’argento fondamentale per la costruzione  di protesi oculo-centriche ,come gli occhiali e le macchine fotografiche sia analogiche che digitali. Un’altra miniera con pozzi profondi 400 metri, l’unica  rimasta attiva, è diventata un luogo di ricerche  per i fisici nucleari. Perché vi si produce un particolare isotopo, appunto l’Argan39 che dà il titolo alla mostra, “adatto a investigare la materia nera dell’universo”.

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