giovedì 19 ottobre 2017

VIVIENNE E LA SEDUZIONE IN BOTTIGLIA



Dell'idea dei due giovani bolognesi di 24bottles, la parte più geniale è quella di essersi appoggiati per il lancio a Vivienne Westwood. E chi meglio della stilista inglese, paladina di  numerose campagne sociali ed ecologiste, avrebbe potuto aiutare una start up che produce qualcosa di sostenibile, per l’ambiente, contro lo spreco, ecc. ecc. Sì, perché 24 bottiglie  risponde a un concetto importante, anzi a una mission. Oltre a proporre oggetti esteticamente validi, elimina l'uso della plastica, sostituendola con l’acciaio inossidabile, materiale durevole che rende riutilizzabili le bottiglie. In più abbatte le emissioni totali di C02 provenienti da produzione, imballaggio e trasporto. E così il brand creato nel 2013 da Giovanni Randazzo e Matteo Melotti ha presentato ieri, nella boutique di Vivienne Westwood a Milano, la prima Clima Bottle, realizzata in collaborazione con la designer britannica. E’ in acciaio, ma  rivestita di vernice dorata con il logo Clima Revolution della campagna green di Westwood. E’, come le altre del brand, termica, in grado quindi di mantenere le bevande fredde per 24 ore (da cui il nome) e calde per 12. Può  essere personalizzata con il proprio nome o le proprie cifre. Molto leggera, è perfetta da portare sempre con sé e può diventare davvero un accessorio di stile per fashion victims e non solo. E’già in vendita, oltre che nei monomarca Vivienne Westwood, in alcuni negozi selezionati e on line. Il successo tra gli italiani,così attenti alle firme della moda, sembra garantito. Perché è curioso, pur essendo 24bottles un marchio made in Italy che raddoppia il fatturato ogni anno, conta fra i primi mercati la Germania, la Svizzera e il Benelux, seguiti da Cina, Giappone e Nord Europa e sta perfezionando il suo posizionamento nel sud est asiatico. Accanto alle bottiglie, con laccature in diversi colori e anche stampate, rivestimenti in neoprene, ci sono vari tappi da alternare, bicchieri in acciaio, portabottiglie da legare alla bici o alla borsa e una serie di zaini con il comparto apposito. Tutto sul sito www.24bottles.com


martedì 17 ottobre 2017

PIU' CHE MANIFESTO




Nessuno, neanche chi non ha cognizioni in materia, ha dubbi sulla grandezza artistica di Toulouse Lautrec. E la mostra Il mondo fuggevole di Toulouse Lautrec, promossa da Electa e Giunti da oggi al 18 febbraio a Palazzo Reale di Milano, ne è un'ulteriore conferma. Eppure per decenni è stato considerato un macchiettista. Danièle Devynck, curatrice del Musée Toulouse Lautrec di Alby, dove è nato l’artista, racconta  che alla sua morte, a 37 anni nel 1901,i genitori offrirono alla città di Parigi l’intera sua opera. Ma fu rifiutata, a parte qualche disegno che rimase alla Biblioteca Nazionale. Di geni incompresi è piena la storia dell’arte, ma questo caso stupisce particolarmente. Non solo Toulouse Lautrec aveva un tratto, un uso del colore e una capacità di osservare e cogliere attimi fuggenti straordinaria, ma è stato determinante nella storia della pittura del ‘900. Impossibile non vedere in certe sue figure           femminili, a parte punti di contatto con contemporanei come Van Gogh, Manet, Degas, riferimenti con opere di Francis Bacon, Lucien Freud, Otto Dix e anche di un primo Picasso. Ha saputo mettere insieme certi tratti delle litografie giapponesi da cui il mondo fuggevole del titolo della mostra, con l’occhio fotografico, quasi un iperrealismo, con cui ha anticipato i grandi maestri del ‘900.  La mostra, curata oltre che da Danièle Devinck da Claudia Zevi, tiene conto di questo. E varie sono le opere esposte di Utamaro, proprio a confronto. Qualcuna forse è anche in più. Così come una parte dell’esposizione è dedicata alle prime fotografie in bianco e nero scattate da amici, in cui l’artista è spesso al centro della scena (v. foto in basso “Lautrec strabico in abito giapponese”). L’allestimento, con la scelta di diversi colori, sottolinea il percorso artistico e le differenti proposte. Un intonaco grigio fa da sfondo alla parte documentaristica con le foto delle prime sale. Una tinta sabbia racconta le case  della Parigi di Montmartre dove viveva. E il French Cancan risuona nelle sale con i personaggi del Moulin Rouge e dintorni. Da Jane Avril ad Aristide Bruant, da May Milton a la Goulue. Figure che sarebbero morte ma alle quali, con i suoi affiche, Toulouse Lautrec ha dato vita eterna. Come ha detto Domenico Piraina, direttore di Palazzo Reale.  Sono ritratti in cui spesso si divertiva a far emergere la bruttezza morale  dei soggetti, forse per vendicarsi della fastidiosa pietà che la sua bruttezza fisica ispirava.  Le pareti in varie sfumature di rosso, infine, accolgono le ragazze delle case chiuse, che lui ritrae  nella loro quotidianità di donne comuni. E, quasi in contrapposizione, c’è una piccola collezione di foto hard prese dai bordelli parigini dell’epoca.  
 


venerdì 13 ottobre 2017

IL VINO E' DI MODA



Ieri, l’ottava edizione della Vendemmia di Via Montenapoleone a Milano è stata un successo. Confrontata con l’ultima Vogue’s Fashion Night, piuttosto disertata,  conferma che l’interesse per il buon bere  è in netta crescita. Certo il target è diverso e per accedere alla Vendemmia occorre una tessera o un invito, non richiesti per l’altro evento. La moda e il design hanno fatto da vetrina a cantine e aziende                

vinicole. Un  esempio del tanto auspicato fare sistema, così difficile da attuare in Italia. Anche se fra i cento partecipanti ci sono monomarca di maison straniere, collegate però spesso a vini nazionali. Così da Lanvin, dove le modelle sfilavano in abiti da sera, si sorseggiava Il Gavi dei Gavi, straordinario bianco della tenuta La Scolca di Novi Ligure. Da Stella McCartney Venica & Venica, famiglia di vignaioli della zona di Gorizia, proponeva Chardonnay e Friulano, il bianco con vitigno Tocai che non può più chiamarsi con il nome ungherese. C’è stato anche chi ha optato per vini della sua zona. Come Il Bisonte. Nella boutique appena aperta in Via S.Spirito, tra borse, valigie, portafogli e accessori vari, emergevano le bottiglie di Selvapiana, azienda famigliare di Rufina, alla sua quinta generazione. I Chianti dal retrogusto straordinario erano accoppiati ad  assaggi di pappa al pomodoro e ribollita, del mitico Coco Lezzone di Firenze. Da Santoni in Via Montenapoleone, ammirando le scarpe di pregiata lavorazione, si gustavano i vini dell’azienda Agricola Moroder, anch’essa nelle Marche. Non territoriale, ma neanche casuale la partnership fra Coach e Villa Sandi. Il must delle bollicine di Valdobbiadene ha scelto, per presentare una versione più leggera del suo Opera, la boutique del brand americano, diretto a un pubblico giovane. Bollicine anche da Chiara Boni in Via Sant’Andrea: brindisi a La Petite Robe con Cuvée Sergio 1887 di Mionetto. Da DSquared, nel nuovo negozio Via Spiga angolo Sant’Andrea, si è bevuto rossi e bianchi di Castello delle Regine, azienda pugliese di Narni. Infine dall’unico esponente del design, Venini in Via Montenapoleone, sono stati protagonisti i vini di Valle dell’Acate, nel ragusano.  Comparse, non secondarie, i deliziosi dolci della Pasticceria di Pasquale sempre di Ragusa.   

sabato 7 ottobre 2017

DI LA' QUALCOSA SI MUOVE


Pare che il teatro costi allo Stato italiano una cifra  spropositata. Poco seguito e minacciato, più che dal cinema, dai canali Tv a pagamento. Eppure le compagnie sono numerose e le programmazioni stimolanti. Ma quello che è più significativo, e sembra in controtendenza, sono sempre di più le scuole di teatro e sempre più numerosi i giovani che scelgono di lavorare nello spettacolo. C’è quindi da sperare in un cambiamento di scenario. Il teatro Dilà, nel suo piccolo, potrebbe rientrare in questa mini rivoluzione. Anche perché dietro, oltre a entusiasmo e creatività, certo necessari ma non sufficienti, c’è un lavoro serio e organizzato. Nato qualche anno fa in un semi-scantinato milanese di una zona in crescita, data la presenza piuttosto vicina della Fondazione Prada, non ha mai avuto una stagione, ma spettacoli sporadici in scena al massimo per tre giorni. Ora ha un suo cartellone con un calendario dal 13 ottobre al 26 maggio. Anche se non in tutti i periodi sono previsti spettacoli,è ben articolato e con una certa varietà di proposte. Da La Bisbetica domata, un quasi teatro nel teatro, preso dal capolavoro di Shakespeare da Delia Rimoldi , direttore artistico di Dilà, che qui è  regista e interprete. Ai Racconti di Hoffmann,  da un’opera di Jacques Offenbach, a sua volta tratto da una pièce di Michel Carré e Jules Barbier, ispirata ai racconti dello scrittore del Romanticismo tedesco E.T.A. Hoffmann. Con un adattamento di Delia Rimoldi e Claudio Gaj, che è anche in scena (v.foto). Di Rimoldi il testo e la regia di La Rosetta di Piazza Vetra, dalla storia vera di una cantante la cui strana morte fu un caso nella Milano dei primi Novecento. In Raucherinnen im strapse (due fumatrici in calze a rete), Gaj rielabora un testo di Brecht. In Grandi Speranze Rimoldi adatta al palcoscenico il romanzo di Charles Dickens. In Nictalopia Jacopo Veronese, che nello spettacolo è anche regista e attore, s’ispira a I ciechi del drammaturgo belga Maurice Maeterlinck, un racconto-metafora sulla perdita della fede. A movimentare il cartellone Dilàpason, quattro serate di musica da camera, di cui l’ultima chiude la stagione. Claudio Gaj è al pianoforte con l’ottima soprano Albertina del Bo, in un trio e in copia con il clarinettista Daniele Primucci. Sabato 3 marzo è, invece, ospite il Quartetto Indaco, con un programma ancora da definire.