mercoledì 8 luglio 2020

GENTE COMUNE

 

Fotografie delle città in tempo di Covid-19 ne sono state fatte moltissime. Sicuramente seguiranno per mesi, forse anni, mostre sull’argomento. Con formule svariate. Quella di Daniele Camilli, giornalista e fotografo, è particolare, e non solo per il singolare allestimento ma per tutto il discorso che ci sta dietro. Le foto sono diciassette di cui quattro in formato 12 metri x 3 e tredici in formato 6 metri x 3. Da lunedì 6 fino al 20 luglio sono affisse sui cartelloni pubblicitari per le vie del centro storico di Viterbo, nei parcheggi, lungo le mura. Non hanno un titolo, ma solo il numero del cartellone pubblico e la via dove sono collocate. Sono ritratti, primi piani, foto a figura intera di gente comune: badanti, braccianti, operai, sacerdoti, migranti, rifugiati che abitano i quartieri popolari della città. Sono “uomini e donne dimenticati, che hanno vissuto l’emergenza anche col problema della sopravvivenza quotidiana e che più di tutti subiranno le conseguenze economiche di quanto accaduto” scrive l’autore. Non sono immagini di dolore o di miseria, ma raccontano di persone che durante la pandemia hanno continuato a riempire gli spazi lasciati vuoti dagli altri, reclusi in casa. C’è l’uomo sulla porta di casa in attesa di qualcosa o qualcuno, la donna anziana che si lega un foulard sul viso, uomini che aspettano forse la chiamata a un lavoro,  profili con la mascherina. L’esposizione si chiama At Home perché il concetto di casa è cambiato radicalmente e per questi soggetti in particolare. Il luogo della memoria e del ricordo, secondo Camilli non è più la casa, dove fare ritorno quotidianamente, ma nel periodo di Coronavirus il luogo del ricordo è diventato il contesto urbano e sociale. La mostra è realizzata con il patrocinio del Comune di Viterbo.

domenica 5 luglio 2020

CHE BELLO, CON LA CULTURA SI MANGIA!



Una libreria dove si pranza o si cena non è una novità. Anzi i grandi librai ne hanno fatto la formula vincente. Tanto che nei loro punti vendita è facile vedere, anche con le restrizioni del post pandemia, il pieno di chi mangia e beve e nessuno che sfoglia o acquista libri. Il caso di Anarres Libreria-Bistrot è diverso. Specie se confrontato con i colossi. La sua apertura non parte da una strategia di marketing con finanziamenti e prospettive di alti profitti, ma dall’idea di quattro trentenni di costruirsi un’occupazione che conciliasse, interesse, studi, passioni. E così Andrea, Edoardo, Francesco, Luca hanno trovato un magazzino in Via Crespi a Milano, zona al limite di NoLo e in crescendo come frequentazione, e hanno aperto il bistrot a dicembre. Certo la pandemia non li ha favoriti. "Abbiamo avuto subito un certo successo, racconta Francesco, sociologo, mente e coordinatore del locale, fino al 9 marzo quando si è chiuso tutto". Edoardo è lo chef. I suoi piatti sono pochi e rappresentativi della cucina italiana, dagli arrosticini abruzzesi all’insalata caprese, ma sempre con qualche tocco nuovo o piccole varianti. Mentre Luca, mettendo a frutto l’esperienza in un birrificio, è l’addetto al bar. Dove le birre sono da intenditore, ma c’è anche una buona selezione di gin, pochi vini ma non banali e un’interessante proposta di cocktail caraibici. Ad Andrea, filosofo, è affidata la scelta dei libri. Pochi gli illustrati e senza snobistiche ricerche estetizzanti, una prevalenza di saggistica molto variegata e novellistica che mette insieme titoli premiati, italiani e non, con novità di piccoli editori. L'arredamento è lineare e funzionale, ma non triste e minimale: un bancone del bar ben illuminato e punto chiave, una vecchia credenza, tavoli e sedie in legno con le giuste distanze da regolamento. E librerie dappertutto, con piani di appoggio per consultazioni veloci e, per letture più attente, una comoda poltrona in pelle. Periodicamente presentazioni di libri, reading anche di testi in fase di pubblicazione e piccole mostre curiose. Come quella in corso con le foto dei reperti del futuro. Per restare in tema di fantascienza utopica, stile Anarres. Per info: www.anarres.it



giovedì 2 luglio 2020

FONTI FATATE


Ogni edizione di Artigianato e Palazzo, nel Giardino Corsini a Firenze, è ricca di sorprese. Ma questa, numero XXVI, dal 17 al 20 settembre, sempre organizzata da Giorgiana Corsini e Neri Torrigiani, ne propone una quanto mai intrigante, come annuncia il titolo Giambologna e la Fata Morgana. Si tratta di un progetto di raccolta fondi, come lo sono stati nel 2018 quello per la riapertura del Museo della Manifattura Richard Ginori di Doccia e nel 2019 quello per il restauro delle opere d’arte della Comunità russa a Firenze, tra Ottocento e Novecento. Questo riguarda un esempio cinquecentesco di architettura da giardino “a metà tra il ninfeo e il grotto” come spiegano gli organizzatori(nella foto all'interno della Fonte), nel parco della Villa Il Riposo, nel Chianti, donata dalla famiglia proprietaria al comune di Bagno a Ripoli. Si chiama Fonte della Fata Morgana, ha un intonaco esterno che simula mattoni rossi, in contrasto con la pietra albanese bugnata e bianca intorno a porte e finestre. Dentro, sul pavimento c’è un mosaico di sassolini di fiume, bianchi e neri, che compongono la scritta Fata Morgana. Un insieme davvero fiabesco che un tempo comprendeva anche una statua in marmo della Fata, scolpita da un giovanissimo Giambologna e andata distrutta. Il progetto prevede la ricostruzione di questa scultura, affidata a Filippo Tattini,  specializzato in restauri di Beni Culturali. Ma non è l’unica opera persa. Ne sono scomparse una decina tra le quali un Mascherone di Medusa, il Mostaccio di gatto da cui zampillava l’acqua, lo stemma dei Medici. Di queste il giovane artista Nicola Toffolini sta disegnando delle copie. I disegni saranno esposti nella Sala da Ballo di Palazzo Corsini, per la prima volta aperta al pubblico durante la mostra. Nei Giardini e nella Limonaia ci sarà, come al solito, il meglio della tradizione artigianale: ceramisti, molatori di vetro, orafi, sbalzatori d’argento, liutai, sarti, intarsiatori di pietre dure e legno, intrecciatori di paglia. Un cappello di paglia realizzato dal Consorzio Cappello di Firenze e ispirato alla Fata Morgana, verrà regalato ai sostenitori del progetto. 

mercoledì 1 luglio 2020

GIOCHI NELL'ACQUA


Perché si tiene in casa un acquario o un pesce rosso? Non è certo per la compagnia che può dare un cane, un gatto, al limite un coniglio o una cavia. Il fattore estetico gioca sicuramente. Ci se ne rende conto alla mostra di Letizia Fornasieri all’Acquario Civico di Milano. Anche se non sono gli unici soggetti dei trenta olii esposti, i carassi dorati o pesci rossi sono proprio quelli della fontana sulla facciata Liberty dell’Acquario, fermati con una foto dall’artista e poi da lei riprodotti con i pennelli. Se ne coglie il movimento, la leggerezza, i guizzi, gli effetti su di loro della luce. Con l’impressione di entrare in un altro mondo. Oltre ai pesci ci sono le anatre del piccolo stagno vicino, ma anche la vegetazione delle rogge intorno a Milano, le ninfee, i fiori e gli animali, come le oche dei cortili o le cicogne. Un mondo poco più che a chilometro zero visto attraverso la luce che filtra dalle fronde, riflette e rimbalza sull’acqua, formando immagini di una natura attraente e con quel tanto di mistero che non toglie nulla all’accoglienza. Quell’acqua che aprendo le dighe invade i terreni uno dopo l’altro, come spiega Fornasieri. E poi ci sono gli olii con i fiori molto diversi tra loro, alcuni semplici, autoctoni, ricorrenti nella zona, altri mai visti, esotici, trapiantati. Sono quelli coltivati nei giardini degli allevatori di mucche da latte che nei campi tra le rogge trovano il foraggio per le loro bestie. Spazi verdi curati, con piante selezionate che raccontano la passione per la terra e che la sensibilità di Fornasieri riesce a trasmettere. La mostra è aperta da oggi al 20 settembre, martedì e mercoledì dalle 11 alle 18. Un’ottima occasione, per chi non l’ha mai fatto, di visitare l’Acquario, che osserva gli stessi orari. Meglio prenotare: museicivicimilano.vivaticket.it

mercoledì 24 giugno 2020

OLTRE IL GIARDINO


Milano è piena di luoghi inaspettati. Con il recupero di aree ex industriali se ne scopre sempre di nuovi, piacevoli sorprese in un momento di uscite caute dopo il lockdown. In via Ripamonti, all’altezza della Fondazione Prada, un’anonima traversa porta a un cul de sac. Percorrendolo fino in fondo ci si rende conto che finisce su un boschetto che costeggia la Roggia Vettabbia, progettata da Leonardo. Poco prima c’è un portoncino, lo si nota perché è affiancato da due piante. Siamo da Mari&cò. Si può  passare da un piccolo, godibilissimo giardino, verde e frondoso, oppure salire qualche gradino ed entrare direttamente all’interno.  Un grande loft con vetrate, che lascia immaginare il vissuto di officina meccanica, perché la ricerca dell’arredo, dei tessuti, dei colori, dei dettagli, per quanto sofisticata e colta, non soffre di contaminazioni forzate. Dietro, il buon gusto e l‘attenzione agli equilibri di Marinella Rossi, discendente da una famiglia di chef. Qui lei organizza catering speciali preferiti dal mondo dell’arte, del design, della moda. Il perché lo si capisce dal mix di oggetti e mobili diffusi negli stanzoni. Qua e là opere di giovani artisti emergenti, scaffalature zeppe di cestini, in una stanza con lampadario a gocce le grucce del guardaroba diventano un’installazione. Nelle toilettes sopra a piccoli lavabi splende una sequenza di specchi con cornici barocche. Gruppi di poltrone comode si alternano a spazi vuoti che negli eventi accolgono tavole con un’apparecchiatura lussuosa, ma mai convenzionale. Ora con le giuste distanze. Chiuso per l’emergenza Covid, Mari&cò ha riaperto con una cena placée. Ma a cucinare nelle attrezzate cucine, questa volta, il napoletano Roberto Di Pinto, chef di Sine di Milano, primo ristorante gastrocratico. Una parola dal suono faticoso, da lui coniata, che mette insieme gastronomia, scienza base della cucina, e kratos, potere in greco: potere di seguire la tradizione, ma liberati dai preconcetti per andare incontro alle esigenze dei clienti. Ed ecco piatti capisaldi della cucina partenopea con interferenze milanesi e viceversa, come l’ottimo risotto Milano/Napoli con zafferano e frutti di mare. Insalate che diventano liquide e si amalgamano con ghiaccio e cioccolato, eccetera. Tutto accompagnato da vini scelti con cognizione e passione. La cena Sine è stato il primo di una serie di incontri inventati da Marinella per far conoscere la cucina di giovani e brillanti chef di tutta Italia (Foto di Paolo Rinaldi).