venerdì 5 luglio 2019

SAPER VEDERE



Non è da tutti tenere una platea, assolutamente variegata per età, cultura, formazione, professione, con lo sguardo incollato al palco per due ore, parlando di Michelangelo. Vittorio Sgarbi ci è riuscito. Non è stata la prima volta del suo spettacolo Michelangelo, l’altro ieri nell’enorme anfiteatro dello IULM di Milano, per la Milanesiana, ma la prima a ingresso libero. La competenza di Sgarbi non è una novità ed è data per scontata in chi propone un tema come questo. Stupisce, invece, sempre la chiarezza di esposizione che non sconfina mai nel didattico, che può essere in certi casi pesante e quasi offensivo. Una chiarezza che significa capacità di rapportarsi agli altri, di condividere. Peraltro inaspettata in uno come lui dall’io gigantesco e prevaricante. Di Michelangelo si è già detto tutto il dicibile, eppure Sgarbi riesce a trovare un aspetto sconosciuto, non secondario, ma fondamentale per guardare un’opera. E far scoprire perché è straordinaria. E soprattutto resta tale per sempre. Perché quando la creatività è a certi livelli, non esiste il tempo. Ed ecco che Sgarbi mette a confronto artisti distanti di secoli facendo notare in una scultura la posizione di un braccio, in una pittura dei particolari sullo sfondo. E con Michelangelo l’ha fatto partendo dalla sua prima Pietà, scolpita da giovane, raffrontandola con la reinterpretazione di Jan Fabre. Le posizioni della Madonna e di Cristo sono le stesse, ma nell’opera di Michelangelo la Madonna ha il viso di una ragazza, che potrebbe essere la figlia di quel figlio che tiene tra le braccia, perché ormai è in un’altra dimensione e anche sul suo viso non c’è il dolore che prova una madre. Nella Pietà di Fabre il tempo è segnato dal volto della Madonna che è un teschio e la contemporaneità è espressa dall’abbigliamento di Cristo in giacca e cravatta. Sullo schermo scorrono le immagini del Davide e Sgarbi ne mostra l’analogia con un bronzo di Riace scolpito secoli prima, che Michelangelo non può aver mai visto. E poi ci sono le divagazioni su quelle tre persone alla finestra nel dipinto di Edouard Manet, nella stessa posizione che René Magritte in uno suo dà a tre bare. Annotazioni incredibili si susseguono sulla Cappella Sistina, sui movimenti dei personaggi, sulle storie che si possono leggere in un occhio, in una torsione del busto, sui riferimenti che emozionano, tanto sono raccontati in modo persuasivo. Le ultime parole sono per la Pietà Rondanini con un condivisibile sfogo sugli inutili e costosi lavori per dargli una nuova, discutibile sistemazione al Castello Sforzesco di Milano. Ed è l’unico momento che, come lui stesso ammette, si sente la sgarbata. Per il resto il racconto scorre veloce con solo brevi intermezzi in cui l’ottimo violinista Valentino Corvino esegue brani composti da lui stesso. L’impressione, quando si esce, non è quella di aver imparato molte cose, ma di avere capito il piacere dell’arte. 

giovedì 4 luglio 2019

CAVALLI E SEGUGI



Segugi pochi, parafrasando il discusso e audace sottotitolo di un libro di Aldo Busi. In realtà per quanto i cani siano sempre più numerosi, di questa razza non se ne vedono molti in giro. Forse perché è difficile riconoscerli, essendo diversi tra loro. C’è il segugio Posavatz che viene dalla ex Jugoslavia con pochi tratti in comune con il segugio jugoslavo da montagna, a parte il pelo liscio, e ancora di meno con il segugio della Bosnia, più tozzo e con un pelo folto tipo barbone. Il segugio finlandese è alto, mentre il tirolese selezionato per cacciare in Tirolo (l’importanza della specializzazione) può essere alto 30cm. C’è il segugio svizzero, snello e slanciato, che discende dai cani da caccia del Nilo e perfino il segugio lucernese, gran fiutatore e gran arrampicatore, in terreni impervi of course. C’è il segugio italiano muscoloso, di 60cm. al garrese con pelo raso e liscio o forte e ruvido, definito da un autorevole testo “testardo, instancabile, non sa fare altro che il cacciatore”. Il segugio di Hannover ha gambe cortissime e molte rughe sulla fronte, non si sa se per conseguenza. Quanto al segugio della Transilvania è nero, ovviamente, ma con dettagli bianchi o fulvi. Di cavalli a Milano ce ne sono svariati e sono identificabili. I primi sono arrivati con il Fuori Salone in aprile e resteranno in città fino al 30 ottobre. Selezionati da Cristina Morozzi, sono di vari materiali e s’ispirano al cavallo di Leonardo, che il genio non riuscì mai a costruire, ma di cui furono poi realizzate varie versioni come quella che fa bella mostra di sé all’ingresso dell’Ippodromo di S.Siro. Questi sono di dimensioni più ridotte. In Galleria del Corso c’è il cavallo di Antonio Marras, a City Life quello di un altro stilista, Marcelo Burlon. Tra i meglio inseriti nel paesaggio urbano,il cavallo Narciso di Simone Crestani, un unicorno in mezzo al cortile del Filarete all'Università degli Studi. Visibile, sempre da lontano, ma da tutte le angolazioni e con differenti luci (in alto). O il Cavallo alato dello scultografo Daniele Papuli, bianco e azzurro, perfetto e inaspettato nella nuova Piazza Adriano Olivetti (in basso). Dal 31 agosto ne sono attesi altri tre che si aggiungeranno ai dieci esistenti. Uno alla Rotonda della Besana, uno in Piazza Missori e uno, firmato Matteo Cibic, nella Biblioteca degli Alberi, il nuovo parco di Porta Nuova.

martedì 2 luglio 2019

AMACA AMICA




Può capitare di questi tempi in una torrida Firenze, popolata da turisti zombi che non desistono a farsi dei selfie, di entrare in antichi palazzi per ammirarne il cortile, ma soprattutto alla ricerca di qualche grado di calore in meno . Palazzo     

Strozzi è una di queste mete, una targa indica che c’è la mostra sul Verrocchio. Ma qualcosa di colorato che dondola in mezzo al cortile attrae l’attenzione. E’ una tela dai colori solari, gli stessi della pace, ma non è il solito striscione.  Guardando meglio ci si rende conto che è un’immensa amaca legata con corde a una struttura fatta di pali, di un telone di copertura trasparente e di un pavimento di legno. A fianco c’è uno scaffale, dove sono posate scarpe di vari numeri e tipo. Sulle amache sono distesi adulti che leggono o ammirano il soffitto, bambini che saltano, qualcuno cerca perfino di dormire. E’ un’installazione del collettivo di artisti brasiliani Opavivarà!  E lì dal 16 maggio e ci resterà fino al 14 luglio. Tutti sono invitati a salirvi, purché senza scarpe, senza avere in mano cibo o bevande e, se bambini, sotto la sorveglianza di un adulto. E’ un modo totalmente nuovo, "anticonvenzionale e senza gerarchie" per vivere l’architettura del palazzo e magari incontrarsi. Non a caso s’intitola Rede social.  E’ la fase finale di Beyond Performance, a cura di Alberto Salvadori, che ha visto dal 12 aprile al 12 maggio, nei saloni della Strozzina, un’installazione dell’artista inglese Cally Spooner (classe 1988),  che coinvolge il pubblico sul rapporto tra realtà e manipolazione della realtà con un video e un coro di donne che trasforma in canto gli appunti di un’agenzia di pubblicità.  E in contemporanea un percorso con performance  tra  video, pittura e musica del messicano Mario Garcìa Torres (classe 1975).