venerdì 27 febbraio 2026

LA DONNA E' MOBILE

La donna Eleventy ama viaggiare, per questo veste capi diversi per situazioni diverse, sempre accomunati però da una vestibilità confortevole e con una precisa identità, caratteristiche del brand.   Ai colori iconici, dal bianco a tutte le gradazioni del beige e all’immancabile blu, si aggiungono il giada e il viola, interpretati con sfumature. Tra i materiali il mix di lana, seta, cashmere per  giacche e pantaloni. Svariati i gilé imbottiti. Il cappotto adotta la coulisse in vita. Il nuovo completo ha un pantalone corto e largo, quasi una gonna. La giacca di pesante Principe di Galles s’illumina di paillettes (foto qui in basso).   






Quasi interamente per la sera la collezione di Nissa dove il punto vita è sempre segnato. Satin, seta, pizzo, velluto i tessuti. L’abito corsetto è protagonista, con un voluto riferimento al mondo dei cavallerizzi. Specie nei dettagli di cinturini e cinture.  Hanita rivede i classici, con un’attenzione ai volumi e ai colori sempre in gradazione. Tra i pezzi più interessanti il giubbotto in Teddy, materiale dei peluche (v.teddy bear) e il cappotto in lana con zip e cappuccio. Il mondo della calzatura è sempre più personalizzato. Baldinini sceglie la B, iniziale del nome, come fil rouge di una collezione dalle linee pulite, dove niente è sopra tono. La B c’è sempre, piccola si intreccia con la pelle o firma lo stivale di camoscio con il minuscolo tacco (in alto a destra). Diventa fibbia in un oro dalla lucentezza smorzata. Flash di pelle maculata, leopardo e zebra, per ballerine e stivali. Raso e B in strass per la sera. Da AGL tutto ruota intorno a un fiocco. E’ sul mocassino rosso (in alto a sinistra), caratterizza lo stivaletto, personalizza lo scarponcino con alta suola di gomma. Tra i pezzi clou lo stivale ispirato al corsetto vittoriano e quello con texture invecchiata. Una salamandra serpeggia nella collezione da sera di Giuseppe Zanotti. E’ intera sulla clutch, ma si fa in vari pezzi sul tallone come sulla punta del sandalo o sul raso del sabot e sullo stivaletto con bordo di pelliccia. Fracomina nella boutique di Via Manzoni “celebra” il denim in tutte le forme. Decorato, ricamato, in forma di abito, di top, di trench, di gonna. Che la Fashion Week milanese sia sempre più internazionale ormai è un dato di fatto. Afraa, brand del Qatar, creato da Afraa Al-Noaimi, ha sfilato ieri nella Casa degli Artisti. Linee fluide e volumi ampi. Sete, nappe e jersey i materiali più visti. Mafi Mafi, brand fondato dalla designer etiope Mahlet Afework, sceglie l’Accademia del Lusso come passerella per le collezioni Haset e Zellan, entrambe con elementi tipici della cultura etiope. Nella prima linee fluide e tinte tenui, nella seconda  materiali resistenti e con contrasti grafici. Cinque e molto creativi, gli stilisti coreani che hanno mostrato le loro collezioni di abbigliamento e accessori, occhiali compresi, in un pop up di fronte al multimarca Antonioli. L’oro è dominante nei blazer e nei cappotti di Ara Lumiere, brand sostenibile fondato dalla filantropa indiana Kulsum Shadab Wahab, che nel suo atélier impiega solo donne sopravvissute ad attacchi con acido. Notevoli i ritratti di alcune di loro sulla parete dello spazio espositivo.   

giovedì 26 febbraio 2026

LA VARIETA' E' IL SALE DELLA MODA

Non è facile proporre capi con quel quid in più, ma che rientrano in un vestire probabile e donante. E, invece, questa potrebbe essere la definizione della collezione di Mantù. Che a un primo sguardo veloce  ha una buona vestibilità, ma subito dopo qualcosa salta all’occhio ed è il frutto di una forte creatività e di uno studio attento di volumi e materiali. Così il cappotto in tweed con collo di lana, l’abito in organza con ricami a mano, il completo in Viscosa, l’unire "il sweet al rough". Borsalino presenta la collezione in uno show room con tavoli di laboratorio in piena attività. Il tailoring è in primo piano con le impunture a contrasto, le rifiniture in morbidi pellami. Tra i nuovi colori il purple lipstick, il verde cappero, il giallo cedro, e l’animalier. Come forme Lucille leggermente a pagoda. Nuovi i berretti in lana, di cui alcuni con visiera e pronti a diventare caldissimi passamontagna. Continua la produzione di borse e di occhiali, con i nomi di icone del cinema e dello spettacolo da Robert(Redford) a John (Belushi), a Frank (Sinatra).





Dhruv Kapoor, brand indiano, racconta l’attesa, il passaggio, il non finito. Una metafora della vita esplicitata anche nelle piccole foto di aeroporti, ascensori, hall di hotel. I ricami sui capi sono lasciati volutamente incompiuti, i disegni definiti incontrano tracce di bozze. Formale e tempo libero convivono, come imperfetto e perfetto (foto in alto). Tutto è perfetto da Curiel con flash inaspettati per addolcire il rigore.  Così l’abito con la gonna dal taglio obliquo o il capotto con un’imprevedibile fodera con i bozzetti. La "Swinging London" rivive in una formula inedita nella collezione Forte-Forte disegnata da Giada Forte (foto in basso). I capisaldi dello stile british come il pied-de-poule con toni di verde si confrontano con la mantellina con frange e inserti dorati. Il cappotto a lavorazione jacquard si accompagna al top di paillettes. Per il brand canadese Ports, Francesco Bertolini nuovo direttore artistico, sceglie il tema del viaggio, con invito in forma di biglietto aereo. Ma il suo non è un viaggio vero quanto un viaggio di pensiero, che si compie anche quando si indossa un abito e ci si sente cambiati. Svariate quindi le proposte. Dal cappotto di pelle con coulisse in vita agli abiti neri dalle forti asimmetrie ma anche il caldo twin-set di tipo norvegese o lo chemisier con gonna plissé soleil. Da Biagini, come sempre, la varietà è vincente. Nelle forme, nei colori, nei materiali. Dalla micro borsa con custodia impermeabile per i giorni di pioggia alla pochette a forma di lingotto d’oro. Dalla borsa di medie dimensioni con manico a forma di muso di cavallo o di gatto all’ampia borsa in cavallino , naturale o colorato nelle tinte tipiche del brand verde e bordeaux. Come materiali dall’anguilla al coccodrillo, allo suede. Florania debutta alla Fashion Week con una collezione per uomo e per donna dove ampiezze e asimmetrie sono punti fermi di una nuova vestibilità.

mercoledì 25 febbraio 2026

L' ELEGANZA NASCE DAL MIXARE

Rivivono gli anni ’50 delle star nella collezione di Alabama Muse,   intitolata "Bellissima". Alice Gentilucci porta sulla passerella della Fondazione Sozzani una versione Tremila delle donne che hanno dominato cinema e riviste.  Per loro visoni, volpe nere, astrakan, leopardo, ovviamente animal free, con tagli ed enfasi del guardaroba da star, portati su abiti-sottoveste in colori delicati. Ma pronti a diventare la versione femminile e donante del cappotto per tutte le ore. Quasi all’opposto la donna di Daniela Gregis che sfila nel chiostro dell’Oratorio della Passione in Piazza S.Ambrogio. La stilista mette insieme tessuti pesanti, soprattutto pied-de-poule di dimensioni diverse, con sete stropicciate e maglieria vintage. I pantaloni sono larghissimi, le gonne fino ai piedi e ampie. In testa le modelle portano fazzoletti annodati. Beige, nero, grigio i colori con flash di rosso, anche negli occhiali (foto qui in basso). 




Per la prima volta Herno presenta i suoi capi indossati. Per mostrare la fluidità delle linee e per farne tastare la morbidezza dei materiali. Il Principe di Galles dell’abito è rivisto nel colore, la gonna diritta è in finta pelle spalmata. Il cappotto è in eco-pelliccia, il trench in cashmere. Sul piumino sono applicati fiocchi di neve, sull’abito in mohair c’è una spruzzata di paillettes. Sealup (foto in basso) continua a rivedere il capo di tradizione sportiva con la cura sartoriale. Ecco nel piumino i dettagli di Alcantara su colletti e polsi, per eventuali personalizzazioni. Il peacoat è in velluto liscio. L’interno del cappotto ha una plissettatura. Il giaccone “marinaro” è vivacizzato da bottoni d’oro diversi. Il piumino ha un’imbottitura fatta degli scarti delle sete di Ratti.  Si chiama  Evolving Architecture  la collezione di Valextra. Le sue borse, pur rimanendo legate alla tradizione, seguono criteri innovativi nei materiali, nei dettagli, nella costruzione. Così Iside Editor ha una silhouette allungata. Iside Tin è completata da una tracolla, Iside Lily è movimentata da intarsi e ricami.  Nuova Giò, omaggio a Giò Pontirazionale ed essenziale, è anche in shearling (foto al centro).  Da Starbucks si raccontano le Apron Stories. E cioè i grembiuli elaborati da Francesca Ragazzi, direttore di Vogue Italia, Galib Gassanoff del progetto Institution, Carolina Castiglioni di Plan C e Sara Battaglia. Saranno venduti solo qui e il ricavato sarà devoluto in beneficenza. Redemption sceglie l’attraente cornice della Terrazza Duomo per il suo ritorno all’Aristopunk. Il direttore creativo Gabriele Moratti gioca sui contrasti, mette insieme velluti e broccati del vestire per serate chic con il perfecto(il giubbotto senza maniche) in ecopelle del mondo rock. E dai contrasti esce una nuova eleganza. Christopher, brand indiano con produzione totalmente italiana, ha mostrato i suoi accessori luxury nell’elegante Galleria Robilant-Voena. Dalle scarpe, per uomo e per donna, con dettagli curatissimi, alle borse veri gioielli d’artigianato, ai foulard fino agli occhiali. A Palazzo Morando, fashion hub di Camera della Moda, Phan Dang Hoang, presenta Lacquer, supportato da Afro Fashion Association, organizzazione no-profit per promuovere il lavoro di creativi africani e non solo.  Il designer vietnamita mette insieme elementi del guardaroba occidentale con pezzi della sua tradizione. Oltre a un omaggio a uno scultore e a un pittore del suo Paese.    

martedì 24 febbraio 2026

DONNE D'INVERNO

Primo giorno di Fashion Week milanese per la donna del prossimo autunno-inverno.  Ad aprire le danze Simonetta Ravizza con una sofisticata rivisitazione dell’archivio (foto qui in basso). Nessuna interpretazione nostalgica, ma una rilettura chic, dove il vintage diventa status symbol. Ripresa di peli dimenticati come il rat mosqué, la capra tibetana, rigorosamente nella catena alimentare. Rivive lo shearling come pelliccia soprattutto a pelo lungo. Ritorno della stola che diventa una sciarpa perfetta per completare un insieme per tutte le ore. La volpe prende le macchie o diventa reversibile con la maglia. Interessante e inserita "nell’attenzione alla sostenibilità" la giacca realizzata con scarti di visone cuciti insieme e colorati. A completare giacche, camicie, pantaloni in camoscio. 




Guarda all’archivio anche Alberto Affinito, fondatore e designer di Art259Design. Il 70% della sua collezione è una rielaborazione di capi di passate collezioni: le giacche si allungano, l’abito si trasforma in un top, lo spolverino si stringe in vita e diventa un vestito. Solo la maglieria non ha un passato. Pesanti tweed, scozzesi in toni pacati, pied-de-poule inediti sono i tessuti della collezione genderless di Zona 20 dove l’asimmetria è dominante. Silhouette verticali e allungate per una vestibilità universale, come sempre, nella sfilata di Martino Midali, nata in collaborazione con Stati Generali delle Donne, rete impegnata nella promozione della parità di genere e del valore del lavoro femminile. Tessuti morbidi in colori luminosi e caldi si alternano a tessuti tecnici opachi, in una perfetta armonia. La luce e il lucicchio è il fil rouge che lega tra loro i capi di Custo Barcelona. Che siano i revers del blazer dal taglio maschile o le fasce con cristalli che spiccano su abiti e pantaloni. Ritorno della gonna a palloncino e degli abiti bustier.  S’intitola "A room with a view" la presentazione di Borbonese (foto in basso). Solo un riferimento con il cult di James Ivory del 1985. Portare la natura nella quotidianità. La continua ricerca del nuovo senza dimenticare la tradizione. A fare da cornice alla collezione, a Palazzo Crespi progettato da Piero Portaluppi nel 1930, le sculture e le installazioni video dell’artista italo-argentino Martin Romero. Tra le novità i pezziforti del brand in materiali inediti come cavallino, montone, ecopelliccia e tessuto riciclato maculato. Alta artigianalità e dettagli a sorpresa sono i punti forti delle borse e delle scarpe di Rodo disegnate da Giorgio Dori, terza generazione del brand che quest’anno compie 70 anni. Dai giochi di impunture alle fibbie per le scarpe in metallo intrecciato a mano, dal corno degli alamari del montgomery, rivisti in metallo, per i sandali alla nappa stropicciata per le borse, agli zirconi che illuminano le clutch. Verde petrolio e rosso ciliegia sono i colori del momento  per le borse De Marquet. Svariati i pellami: pelle verniciata, pelle dollaro (martellata), pelle di vitello liscia, falso coccodrillo e camoscio. Tra gli eventi di Camera della Moda l’apertura del Fashion Hub a Palazzo Morando e la presentazione del progetto Next on air realizzato da CNMI in collaborazione con Rinascente: nell’Air Snake al primo piano del department store sono in esposizione e in vendita da oggi al 9 marzo le collezioni di dieci brand internazionali selezionati da una giuria di professionisti.

venerdì 20 febbraio 2026

IMPAREGGIABILE GASTEL

Se qualcuno ha ancora qualche piccolo dubbio e considera la fotografia un’arte minore vedendo la mostra Giovanni Gastel Rewind, li supera immediatamente. Tutto questo senza togliere nulla al valore della fotografia d’autore, non solo in termini di documentazione e di creatività. La personale del grande fotografo, scomparso nel 2021, è a Palazzo Citterio a Milano fino al 26 luglio. Con più di 250 foto, video, sue poesie e scritti e oggetti personali.  Per quanto ci siano dei raggruppamenti, non esiste un percorso vero e proprio, comunque non in termini cronologici. Appena entrati si è subito abbagliati dagli still life, realizzati soprattutto per le riviste Donna e Mondo Uomo, che sono state un trampolino di lancio per molti. Entusiasma la capacità di Gastel di dare vita a capi e accessori, con l’aggiunta di qualche elemento spesso in contraddizione.


Ecco, per esempio, un casco di banane che con un paio di occhiali e una cravatta diventa uno strano animale-personaggio. Un fazzoletto semiaperto è un naso su cui poggiano degli occhiali tartarugati. Uno spremiagrumi si trasforma in un volto con una fetta di arancia che fa da cappello e dei grandi occhiali azzurri. Un paio di guantoni in pelle nera diventano un viso di cui un’apertura diventa la bocca. Degli occhiali crescono da un vaso, come una pianta. Una Tour Eiffel capovolta è il tacco di una scarpa, portata su una sexy calza a rete. E tutto senza mai svilire l’oggetto da presentare. Anzi dandogli vita, storia, identità. Di Gastel hanno detto che fotografava gli oggetti   come modelle. E le modelle come oggetti. Non è uno sterile gioco di parole, ma conferma la sua capacità di non togliere niente né alle persone, né agli oggetti, anzi di valorizzarli nei modi più imprevedibili. Interessante un angolo in cui è stato ricostruito il suo studio, con libri, carte, oggetti vari, e le sue poesie. Curiosa la stanza con le foto di modelle incorniciate e trattate come icone russe. Vari i ritratti di personaggi, con uno sguardo e un sorriso speciale, che coglie solo chi sa guardare al di là delle apparenze. Così Obama fotografato nel 2017, Andrea Bocelli a figura intera forse su un palco, Michele De Lucchi designer e architetto, Flavio Lucchini creatore e direttore storico di Vogue Italia (oltre che di Donna e Mondo Uomo), Carlo Verdone naturale, in un momento di massima empatia. Un’intera parete è dedicata alle foto che amici, colleghi, personaggi hanno scattato a lui. E anche in queste si percepisce una vicinanza, si intuisce come Gastel avesse un ottimo rapporto con le persone. E il video in cui si racconta lo conferma. Semplice ma senza false modestie, appassionato senza esaltarsi. “Fotografare è una necessità e non un lavoro. Rendere eterno un incontro tra due anime mi incanta” il suo pensiero.


giovedì 19 febbraio 2026

ARTISTICO, ANZI METAFISICO

Fa parte del "palinsesto espositivo" su Metafisica storica e Metafisiche dei linguaggi artistici da vedere a Palazzo Reale di Milano, ma la mostra dell’artista sudafricano William Kentridge, dedicata a Giorgio Morandi, ha comunque una sua identità precisa.  Aperta il 6 febbraio, in occasione dei Giochi Olimpici, è a Palazzo Citterio in via Brera fino al 5 aprile.   



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Si compone della videoinstallazione More sweetly play the dance e di Hommage to Morandi. Se la mostra, come dice il titolo, è inequivocabilmente legata all’artista italiano, l’installazione può essere vissuta in modo assolutamente indipendente. Nell’omaggio a Morandi Kentridge reinterpreta in cartone gli oggetti delle famose  nature morte del pittore. Non ci sono colori, tutto è grigio, impreciso, volutamente non finito. Fa pensare a un passato, ma rivisto in una chiave poetica . Gli stessi tratti grigi e imprecisi si ritrovano nello sfondo della grande installazione che domina la sala Stirling. E’ un enorme video circolare dove inizialmente si vedono dei tratti grigi su un fondo nebuloso, poi improvvisamente parte la musica e lo schermo diventa un lungo sentiero popolato da figure umane, più o meno realistiche e più o meno riconoscibili. Ognuno di loro ha qualcosa da raccontare. Nel modo di sventolare la bandiera, piuttosto che in quel camminare aggrappato a una macchinario per ossigeno che invece sostiene un vecchio telefono. Ci sono donne e uomini che ballano e altri che incedono zoppicando. C’è chi porta dei palloni con facce umane. C’è la banda che suona le trombe, ma c’è anche un uomo che dal suo pulpito arringa la folla. E’ la storia di un popolo, di un Paese, dei casi della vita. I personaggi si avvicendano portando casse, gabbie,  bandiere. Ognuno di loro è una sorpresa eppure ognuno di loro contribuisce con qualcosa di fondamentale alla storia. Quando gli ultimi personaggi scompaiono e la musica finisce, svanisce un mondo e si ha l’impressione di aver sognato.   

lunedì 16 febbraio 2026

VEDERE CON ARTE

A distanza si notano soprattutto i colori, mai invasivi ma  caratterizzanti e ben accostati. Avvicinandosi, si individua un piccolo scoiattolo da una parte e una foglia dall’altra. O una minuscola cornice barocca, delle ali multicolori, dei riccioli che richiamano la decorazione o il portale di un palazzo patrizio. O ancora dei semplici elementi geometrici in una varietà di tonalità a effetto. Sono sul volto di persone, ma non sono maschere o parte di un travestimento e nemmeno un espediente per non farsi riconoscere. Tutt’altro, servono per vedere meglio. 



Sono infatti occhiali, anzi montature di occhiali completabili con lenti da vista o da sole. Ognuno di questi è un pezzo unico, con l’unicità proprio di un oggetto d’arte, di una scultura.  Il marchio è Design Shower e il suo creatore è il designer coreano Zone Feel Kim, capace di mettere insieme arte e tecnologia, rigore asiatico e fantasia. Cesellati e assemblati interamente a mano su suo disegno, gli occhiali sono realizzati nei migliori acetati coreani e italiani.   Elemento non trascurabile, nonostante l’impegnativo design, sono di straordinaria leggerezza e quindi particolarmente confortevoli da indossare. “Un occhiale che non si sente sul volto ma si fa guardare dal mondo” è il commento di Maria Vittoria Vanoni dell’Ottica 58EttorePonti di Milano.

venerdì 13 febbraio 2026

PASSIONE BIANCA

E’incredibile vedere come i Giochi Olimpici invernali siano ispiratori, oltre che di eventi previsti, di mostre d’arte. Basta pensare a quelle  visitabili a Milano. Svariati i punti di vista da cui partono. Le montagne e la neve sono tra i principali. Lo sono di due mostre alla Fabbrica del Vapore, diversissime tra loro. 

A visionary at altitude – N vijionar so alalt nella Sala Bianca fino al 13 aprile è una “Mostra fotografica di Stefano Zardini” dice il titolo, curata da Margherita Palli, Thina Adams, Valentina Vitali. Al primo impatto le foto potrebbero sembrare immagini di gare di sci. Ma basta uno sguardo più attento per entrare in un’atmosfera particolare. Le foto sono in prevalenza di gare, scattate durante le Olimpiadi Invernali di Cortina d'Ampezzo del 1956, ma completamente rivisitate.  


 


Zardini, fotografo ampezzano, ha attinto dall’archivio fotografico del padre e dello zio, e ha inserito colore al limite del pop, creato ombreggiature e flash particolari. Da sue personali foto di luoghi di montagna con funivie, impianti di risalita, affollamenti vari, invece, ha tolto ombre e colori ed enfatizzato il bianco.”Un progetto di grande forza poetica e visiva capace di mettere in dialogo l’immaginario urbano con quello delle vette dolomitiche “l’ha definito l’Assessore alla Cultura Tommaso Sacchi. Dietro al lavoro di Zardini non solo un incredibile e virtuosistico intervento artistico, ma soprattutto un messaggio, una provocazione che spinge a rivedere una montagna trasformata in luna park. Oltre alle immagini colorate di The Pioneers’Passion e quelle dove il bianco è dominante di Snowland , c’è Tracce-Lasciare che l’occhio squarti il paesaggio  con  gigantografie delle righe e dei solchi che gli sci lasciano sulla neve.      



Nella porta accanto, la Sala delle Colonne ospita la mostra Silvia De Bastiani. Water and Peak, fino al 6 aprile. Sono straordinarie immagini di montagna da punti di vista diversissimi con una precisione di dettagli fotografica. Invece, sono acquarelli realizzati dall’artista (Feltre, classe 1981), diplomata in Pittura, laureata in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo e docente presso le Accademie di Belle Arti di Venezia e Verona (nella foto).  Dotata di una conoscenza profonda dell’ambiente alpino, De Bastiani sale sulle vette e cammina per boschi con pennelli e tela nello zaino, per riportare quello che vede. “Le montagne non sono mai rappresentate come vedute statiche, ma come organismi in continuo mutamento".

martedì 10 febbraio 2026

RIDERE IN PROGRESS

Applausi scroscianti, ma soprattutto risate continue che, alle volte, impediscono di afferrare le ultime sillabe di una battuta. Nessun momento di pausa o sospensione qualsiasi. Un ritmo incalzante, inarrestabile, frenetico, a cui è difficile tenere dietro. Questo succedeva ieri sera al Teatro della Cooperativa di Milano. Sul palcoscenico Finché la barca va. Non uno spettacolo, ma un laboratorio comico, come lo definisce la stessa ideatrice, nonché capocomica,Debora Villa (nella foto).


 

In pratica un movimentato cabaret a più volti dove il fil rouge non è tanto l’argomento trattato, ma il tipo di comicità. Pur nelle sue svariate sfaccettature. Accanto a Debora, che apre l’immaginario sipario, quattro artisti. Tema trattato la risposta a “Come va?”. Una domanda spesso formale che riceve e solleva, invece, risposte diverse. C’è chi come Debora cerca di stabilire cosa sia la felicità, fondamentale per stare bene e difficile da incontrare in questo momento. C’è chi come Daniela Panetta, cantante jazz, insegnante, vocologa, interviene cantando e con i ritratti di qualche allievo della scuola di musica, non proprio allineato.  Flavio Pirini, cantautore e cantattore, con la sua chitarra non la mette sul personale, ma resta “sul generale” con follia. Giochi di parole anche da Rafael Didoni, con un’interpretazione fuori dagli schemi, in linea con la sua definizione di comico surreale e poeta. Più "terreno" Alessandro Girami, monologhista e attore, che riesce a costruire un piccolo, irresistibile show sull’abitudine milanese di chiedere, a chi dice di essere di Milano: "Ma Milano Milano?". Non sul cartellone, ma perfettamente in linea-humour con il resto, gli interventi a sorpresa del "milanese imbruttito" Germano Davide Lanzoni e di Gianmarco Pozzoli. Il prossimo spettacolo-laboratorio Finché la barca va di Debora Villa, con show diverso, sarà al Teatro della Cooperativa il 23 marzo. 


domenica 8 febbraio 2026

ALICE GUARDA IL NONNO?

Alice non canta De Andrè ha esordito al Teatro Gerolamo di Milano in prima nazionale ieri e oggi. Detto così il titolo non è chiaro o  sembrerebbe da scoprire nel corso dello spettacolo. Ma poi sapendo che quell’Alice di cognome fa De Andrè è che è lei, insieme ad Alessio Tagliento, l’autrice del testo nonché la regista, oltre che l’unica interprete, allora tutto diventa più chiaro. Quel De Andrè di nome fa Fabrizio e lei Alice è sua nipote, la figlia di Cristiano.  




In effetti non canta nessuna canzone del nonno, rivela subito di essere stonata e nemmeno usa le sue canzoni come sottofondo, pur avendo sempre sulla scena l’ottimo violoncello di Giulia Monti. Il racconto, monologo, parte comunque da lì, da quel nonno mai conosciuto di cui, in qualche modo per bocca del padre, ha forse il ricordo di quella carezza sul collo quando era ancora in pancia della mamma, pochi mesi prima che lui morisse. Quello di Alice, comunque, è un omaggio al grande Faber. Anche se ribadisce che quel cognome le è stato alle volte un po’ stretto. Ma lo dice senza drammatizzazioni, che suonerebbero stonate, e ne prende spunto per far ridere. Proprio su una certa ovvietà di pensiero della gente.  Regista e drammaturga, Alice De Andrè ha lavorato con una compagnia di ragazzi Asperger e con questa, tra l’altro, è stata applaudita al Teatro Gerolamo, qualche mese fa. Ed è anche molto bella Alice, con una presenza scenica notevole, una vivacità e una simpatia istintiva. Questo rende ancora più apprezzabile il fatto di non aver voluto sfruttare quel cognome, senza però volersene disfare. Anche perché a quel nonno lo legano tanti ricordi, che non sono solo le canzoni ma l’aver vissuto in Sardegna nella sua casa, i racconti del padre, certi suoi modi di dire, la passione comune per la torta pasqualina. Risultato un mix di comico e di poetico che prende, diverte e per i più agés fa pensare e commuove. Un po’ lungo e meno tonico il finale, subito superato e dimenticato da un bis con il quiz per far indovinare al pubblico la canzone di Faber suonata al violoncello.   

mercoledì 4 febbraio 2026

MOMENTI DI INCOMMENSURABILE MAGIA

Sono moltissimi, ed è logico, in questo periodo di Olimpiadi gli eventi che parlano di sport. A Cortina, ma per la maggior parte a Milano. Le mostre, soprattutto d’arte e fotografiche sono in primo piano. Difficile riuscire a vederle tutte, anche perché spesso hanno durata limitata. Ed è un peccato. Per esempio per I am possible. La magia dello sport, inaugurata il 2 e aperta solo fino all’11 febbraio a Milano, nell’ex Fornace sul Naviglio Pavese.  




Quel termine"magia"del titolo non si riferisce solo all’entusiasmo e all’atmosfera che lo sport può generare. Ma a un qualcosa che può davvero cambiare la vita delle persone. Con le foto di Cristina Corti, che ne ha curato anche l’allestimento, e il patrocinio del Municipio 6 del Comune di Milano, la mostra è in partnership con Stelle nello sport. E’ questo un progetto di "promozione della cultura sportiva e dei suoi valori etici e sociali" al 27° anno di attività. Protagonisti delle immagini, quindi, ragazze e ragazzi con disabilità fisiche, psichiche e sociali che nello sport hanno trovato valori e modi per superare la diversità. Le foto di Corti sono il frutto di anni di reportage in società sportive liguri. Gli sport, esclusi quelli da neve, ci sono tutti, da quelli di squadra a quelli da singoli, dalla vela all’equitazione, dalla scherma al tennis, al tiro all’arco. Alcuni utilizzano equipaggiamenti particolari, altri no.  Ma in tutte le foto la fotografa è riuscita a cogliere oltre il movimento, lo sforzo, la tenacia, quel particolare sorriso o sguardo capace di raccontare un traguardo “di vita”. Completano la mostra una serie di foto in bianco e nero degli atleti ripresi soprattutto nei momenti di relax, di convivialità, di festeggiamenti. In questi ancora di più si avverte l’empatia, la solidarietà, l’aver conquistato più che un "traguardo" sportivo. Come è scritto in un pannello, si intuisce la magia dello sport che “leva il dis e divento abile”. Ottima la scelta della ristrutturata ex Fornace come spazio espositivo. 

sabato 31 gennaio 2026

SURREALE COINVOLGENTE

In principio era la neve s’intitola lo spettacolo di e con Gianfelice Facchetti, da ieri all’8 febbraio al Teatro della Cooperativa di Milano. La neve come elemento della natura e l’uomo nel suo rapporto con lei: argomento rilevante in questo momento, non solo perché tra qualche giorno iniziano le Olimpiadi invernali. Quanto perché, si chiede Facchetti, "i giochi del freddo" in un periodo di guerre dappertutto potrebbero essere l’occasione per far pace con la natura cogliere l’opportunità di una tregua.  




 

Ben conscio dell’impossibilità che questo accada, Facchetti coglie l’opportunità di parlare delle assurdità nel rapporto uomo e natura, ma non solo. Anche tra uomo e donna, tra chi vuole esercitare la forza e chi la subisce passivamente. Tutto questo lo racconta sul filo di un surreale ironico, quanto mai coinvolgente.  Sul palcoscenico, con una scenografia inconsueta e intrigante a cura degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera, è affiancato dagli ottimi Raffaele Kohler alla tromba e Luciano Macchia alla fisarmonica. Perfetti per far uscire dai loro strumenti molto di più di una musica, tanto da trascinare veramente il pubblico. Facchetti parte da punti forti come la morte, per poi continuare con la descrizione di certi animali, con il rapporto dell’uomo con montagne particolari, che si chiamano Montessori, Monte di Venere e Monte dei Pegni. Con un confronto continuo tra l’uomo e l’animale e sempre, anche sotto a quel che potrebbe sembrare una battuta o un gioco di parole di fine umorismo (come "Il pesce quando dice amo muore"), affermazioni e informazioni sul distorto rapporto uomo-natura. Senza mai drammatizzare o volere “dare una lezione”. Per questo molto più convincente ed emotivamente stimolante. “Ci tatuiamo il lupo sulla spalla”, ma appena gli animali si avvicinano, li rifiutiamo. “Non riusciamo a far pace con la natura se non in versione cartone animato” la sua constatazione.   

mercoledì 28 gennaio 2026

STORIE DI STRAORDINARIO MALESSERE

Il virtuosismo teatrale, se così si può definire, può essere irritante specie se il monologo in questione, perché è nei monologhi che si riscontra, è drammatico. Spesso diventa una dimostrazione di bravura eccessiva che in qualche modo allontana dai contenuti per il troppo puntare sulla forma. Per Tre studi per una crocifissione, di e con Danio Manfredini al Teatro Menotti di Milano, questo non avviene. E non certo perché lo spettacolo è composto di tre monologhi, tutti sullo stesso tema: la solitudine, la ricerca di affetto, la non integrazione.




Scritto e rappresentato per la prima volta nel 1992, il lavoro continua a essere attuale, anzi sempre più vicino alla realtà. Dietro si individua il grande professionismo di Manfredini, formato e cresciuto nell’ambito di centri sociali autogestiti, fondatore di collettivi teatrali, vincitore di ben tre Premi Ubu. Tanto da essere definito “maestro invisibile del teatro” e “avere influenzato intere generazioni di teatranti”. La sua immedesimazione nei tre personaggi che interpreta è straordinaria, senza nessun aiuto, eccetto un tavolino e una sedia e delle luci ben disposte. Nel primo dei tre studi è un paziente di un ospedale psichiatrico, racconta di sé e non sembra vagheggiare, anzi alle volte è buffo. Ma è un riso amaro quello che provoca, drammatico, pieno di sconforto, tanto da rendere fastidiose e fuori posto le risate di alcuni del pubblico. Nel secondo studio è una donna, anzi una trans e lo diventa con un cambio in scena, con l’aggiunta di reggiseno sul torso nudo, abito aderente e parrucca. E’ così perché, orfano e desideroso di affetto, ha sperato di trovarlo in un uomo, che ora non la/lo vuole più. Il terzo racconta l’emarginazione di un uomo in un paese straniero. Qui Manfredini si esibisce in un balletto, quasi un tip-tap rivisitato, che rende ancora più struggente il personaggio.  E da cui emergono anche le sue doti di musicista, con un album alle spalle come cantante e chitarrista. Lo spettacolo, ieri al suo debutto, è in scena solo fino a questa sera, ma da venerdì 30 gennaio fino al 1° febbraio è in prima milanese, sempre al Teatro Menotti, di Dino Manfredini, Cari spettatori con la sua regia e gli attori Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro. E’ la storia di due uomini che, usciti da una comunità psichiatrica, vivono insieme in un appartamento della Caritas, ricordano, parlano, si esprimono.      

venerdì 23 gennaio 2026

CREATURE IMPOSSIBILI

E’ uno zoo speciale quello nello Spazio MM di Via Maroncelli a Milano, sede di MM Company, piattaforma per progetti e ricerche d’arte. La mostra s’intitola Animalia, ma non pensate di poter riconoscere un qualche esemplare del regno animale. 




Le strane bestie, create da Luciano Francescon, sono ricoperte di pelliccia, più o meno folta che come si può dedurre dai colori sgargianti e improbabili, è un rivestimento tessile realizzato con filati sintetici, pellicce artificiali, corde. Mentre l’ossatura delle colorate creature sono parte della natura. Sono, infatti, rami caduti da alberi o arbusti trovati dall'artista per terra, nei boschi.  Che Francescon, prima di rivestire, manipola. Taglia i piccoli rami lasciando solo i più lunghi che fungono da sottili gambe, ma la modellatura è quella naturale. Tanto che le loro posizioni sembrano ispirate a quelle dell’umano. Qualche animale ha anche degli pseudo-occhi, o qualcosa di simile a una coda, ma non nella posizione consueta.  Altri non hanno gambe ma solo un simil-busto, una testa. Appoggiano tutti su piattaforme-piedestalli di un marmo che simula il sale rosa, come fossero usciti o emersi da qualche strano luogo nascosto della terra. Gli animali hanno anche una voce, un suono speciale studiato dal sound designer Giovanni Campana. Animalia è allo Spazio MM fino al 28 gennaio. Da vedere.


giovedì 22 gennaio 2026

QUANDO LA CREATIVITA' E' IN TESTA

E’stato uno dei grandi maestri della pubblicità, i suoi manifesti, gli spot, gli slogan sono entrati nelle case e nel linguaggio di molti per più di trent’anni. Armando Testa, fondatore dell’omonima agenzia, non è stato solo un grande art director, ma un artista capace di raccontare svariati prodotti in modo efficace e sempre sul filo dell’attualità e dell’ironia. Lo sport è stato uno dei tanti temi trattati. 

   




E’riuscito a “trasformare le pratiche sportive in metafore di cambiamenti sociali e culturali del nostro tempo”. Ottima quindi l’idea di dedicargli una mostra a Milano in occasione delle Olimpiadi. Aperta oggi al Museo del Novecento, curata da Gemma De Angelis Testa e Gianfranco Maraniello, intitolata Urrà la neve! Armando Testa e lo sport propone una selezione di opere realizzate in oltre trent’anni di attività. Dagli anni Cinquanta con il manifesto delle Olimpiadi di Roma e del Moto Guzzi Lodola Sport 175 agli anni Sessanta e Settanta con il Concorso ippico internazionale, la pubblicità dello sci estivo di Cervinia e il Grand Prix della pubblicità, scelto anche come locandina della mostra, con la gamba pelosa il cui piede è uno sci. E’ di fine anni Ottanta la pubblicità giocata sull’azzurro di Azzurra, mentre per il calcio di Torino 90 uno stadio è inserito nella O. E infine su un piccolo televisore, come si usavano in quei tempi, c’è il famoso "carosello" dei wafers e degli Urrà Saiwa, proiettato dal 1966 al 1969 chiamato Il treno per Saiwa. Nessun riferimento a un avvenimento sportivo, ma un piccolo film dove il corpo umano diventa macchina in movimento. Legato anche a Milano-Cortina 2026, perché il trenino è fatto da uomini che si tengono per la vita, come nei trenini delle feste, e percorre un sentiero tra le nevi. Molto divertente, con i fischi di partenza, lo sbuffare come un motore del primo della fila e la voce da altoparlante di stazione che annuncia: “Da oggi a merenda si cambia”.   

mercoledì 21 gennaio 2026

L' ENIGMA DEI PREGIUDIZI

E’ stato un libro Alan Turing. The Enigma di Andrew Hodges, nel 2001 un film The imitation game diretto da Michael Apted (Gorky Park, Gorilla nella nebbia, Chiamami Aquila)e prodotto da Mick Jagger, una pièce teatrale, scritta da Hugh Whitemore nel 1986. Da ieri fino al 25 gennaio Enigma (Breaking The Code), nella traduzione di Antonia Brancati, con la regia di Giovanni Anfuso, prodotto dal Teatro Biondo Palermo e Teatro di Messina, è al Teatro Menotti di Milano. 




Enigma è stato un dispositivo elettromeccanico utilizzato dai sommergibilisti tedeschi per comunicare tra loro durante la seconda guerra mondiale. La vicenda narrata è quella di uno scienziato inglese Alan Turing, unico a essere riuscito a decifrare questi messaggi. Ma non tratta la sua attività, quanto, in varie fasi, quello che è avvenuto prima, ma soprattutto dopo la guerra e ha riguardato la vita privata dello scienziato. Come in parte anticipa quel Breaking the Code del sottotitolo. La scena, curata da Alessandro Chiti, è sempre la stessa. Un grande tavolo grigio con sgabelli intorno dove gli attori siedono, ci camminano vicino e sopra, ci si distendono. Sullo sfondo, uno schermo con una serie di messaggi in codice si alternano a immagini di un giardino, dietro a finestre.  Nella parte di Turing il bravissimo Peppino Mazzotta, noto ai più come "il Fazio di Montalbano". Un flash iniziale sulla sua adolescenza, quando la matematica è già una sua grande passione e poi altri della fine e di dopo la guerra. Quando non è più la sua genialità da matematico al centro dell’attenzione, ma la sua omosessualità svelata nell’interrogatorio dell’ufficiale Ron Miller, al seguito di una denuncia dello scienziato stesso. Da qui è tutto un crescendo in cui sempre di più Turing è messo in difficoltà, ma non perde il suo aplomb, tanto da far diventare ridicoli gli accusatori. Non conta più l’ottimo lavoro fatto per il suo paese, neanche a salvarlo dalla giustizia inglese, per cui l’omosessualità è punibile. I pregiudizi trionfano sugli altissimi meriti. Processato, dovrà lasciare il lavoro. Nell’ultima scena, dopo un piccolo monologo, disteso sul tavolo-piattaforma, Turing ha in mano una mela rossa intrisa di cianuro. Anche se la madre non sosterrà mai la versione del suicidio.

lunedì 19 gennaio 2026

MODA UOMO: ULTIMO CAPITOLO

Ultimo giorno della Fashion Week dell’uomo in presenza, che si conclude questa sera con lo streetwear di PDF, adorato da rapper e giovanissimi. Domani sette sfilate solo in streaming. Ad aprire la giornata David Catalàn e Miguel Vieira che scelgono come passerella la nuova, ma ormai superfrequentata, Fondazione Sozzani di Via Bovisasca.                                 

                                         





Un ottimo mix di sportswear e classico caratterizza la collezione di David Catalàn, brand nato in Spagna nel 2013 ma con base anche in Portogallo. Linee abbondanti, rivisitazione dei tessuti, profili di pelle per giacche e pantaloni. Ritorno della cravatta per accessoriare l’abito a quadri, ma anche in pelle per camicia e pantaloni in pelle o per blazer sartoriale e jeans (foto al centro). Miguel Vieira, marchio portoghese creato dall’omonimo stilista, ormai un habitué della fashion week milanese, sdogana completamente il rosa per l’uomo. Non solo pull o T-shirt, ma abiti, completi di gilé. O ancora tessuti tipici del vestire maschile come il gessato o il Principe di Galles rivisti in rosa. E poi ancora rosa le cravatte o le righe delle camicie. Rombi rosa accostati ad altri beige e bianchi per il gilé-piumino. Unico altro colore il nero, impreziosito da elementi come una rosa di volants o illuminato da paillettes (foto in alto). Attesissima la sfilata di Giorgio Armani (in basso i saluti finali), con la prima collezione disegnata interamente da Leo Dell’Orco, compagno di vita e di lavoro dello stilista scomparso. Perfettamente rispettati i suoi canoni e i suoi codici, come i colori: dall’armaniano greige al burgundy, ai blu intensi. Cappotti avvolgenti, pantaloni ampi, blouson dalla linea fluida anche con cintura, maglieria con trecce o jacquard geometrici. E poi pullover in stile montagna omaggio ai Giochi Olimpici, già anticipato dalla serata di presentazione della collezione EA7 con l’abbigliamento e gli accessori che vestiranno gli atleti nei momenti conviviali, tra cui inaugurazione e premiazione di Milano-Cortina 2026. Una serata che ha sostituito la tradizionale sfilata dell’Emporio. Svariati i completi indossati da donne. La presenza femminile si è notata su molte passerelle.  Addirittura solo brand donna (Blanchett Goose, Sara Roka, Hildamaha, MRZ, 120% Lino) alla sfilata organizzata da Camera Showroom e Confartigianato Moda per presentare l’eccellenza artigiana che incontra la sostenibilità. Nella boutique di De Wan, sempre presente alle fashion week con nuove proposte, oltre a zainetti, porta-cellulari, raffinati e iperpratici trolley per lui, le magiche borse in pelle che cambiano colore per lei.  

domenica 18 gennaio 2026

NUOVO SOFT

La terza giornata della Men’s Fashion week si è aperta con la sfilata di Simon Cracker, sempre coerente con il suo stile. Uno stile che potrebbe apparire non in sintonia con la tendenza di stagione che vuole capi funzionali e confortevoli. Eppure si inserisce perfettamente in questa linea, perché la collezione, disegnata come sempre da Simone Botte, propone capi con "protezioni capaci di adattarsi a ogni corpo e ogni genere". Con uno sguardo al passato e con ogni piccolo dettaglio non casuale. Può essere un drappeggio particolare, un’asimmetria nell’allacciatura o tutti gli elementi della sartoria assemblati in un unico capo (foto a destra).  


      


Decisamente diverso il confort Eleventy, per una collezione perfetta dalla città al tempo libero. Come ha spiegato Marco Baldassari, art director oltre che co-fondatore del brand, c’è stato un cambiamento nei colori come nei tagli e nelle silhouette. Non più toni chiari, ma il burgundy, l’ambra, il "verde selva" e il "blu notturno", con solo qualche flash di bianco. I tessuti sono più morbidi, dalla vigogna protagonista al cashmere. Anche i tagli sono rinnovati, ecco la giacca con collo Mao, essenziale e facile da indossare. La maglieria in lana e cashmere richiama le atmosfere montane (nella foto la indossa l'olimpionico brand Ambassador Marco Tamberi). In sintonia gli accessori, dai berretti alle scarpe, agli zaini, alle sciarpe(v.foto). Un classico riveduto nei colori e nei volumi, ma dove la sartorialità è dominante da Canali, che ambienta la presentazione in un bar da club ricostruito nella Galleria Meravigli, esempio di liberty.  Nasce dal ricordo di un viaggio a Parigi la collezione di Brett Johnson. Soprattutto per quei toni raffinati e senza tempo, come il grigio nebbia, uno speciale punto di verde, il nocciola. Ma anche i volumi, strutturati e fluidi, richiamano le architetture parigine. Morbidi e leggeri i tessuti, curatissimi i dettagli, dai bottoni in corno alle zip in "bagno palladio". Una funzionalità garantita quella di TRC dato che i i capi guardano all’abbigliamento da lavoro con i dovuti aggiustamenti. Particolare la capsule ispirata al mondo dello snowboard, rivisto in colori quasi pop. Jeans cinquetasche e con inserimento  della cintura. Denim accostato al nylon. Dal workwear nasce anche la collezione di Victor-Hart, al suo debutto a Milano.  Fondato dal ghanese Victor Hart, il brand trasforma  con il "soft tailoring" le tute, le salopette, le giacche da lavoro. E il denim è in primo piano(foto in alto a sinistra). 

sabato 17 gennaio 2026

CONFORTEVOLISSIMEVOLMENTE

Che il futuro dell’uomo, e forse anche della donna, vada verso un modo di vestire sempre più confortevole è assodato. In questa Milano Fashion Week maschile, le conferme si vedono. 

             

Per Giulio Maragno, fondatore e direttore creativo del brand Maragno,  laurea come costumista e scenografo teatrale all’Accademia di Belle Arti di Venezia e master in stylist allo IED di Roma, i capi devono offrire protezione. E lo spiega con un’installazione con cui presenta la sua collezione genderless (in alto a sinistra). Una piramide di tessuti a formare una capanna, proprio come si faceva nei giochi da bambini. Sui manichini giubbotti ampi, cappotti over, pantaloni elastici e senza chiusure vincolanti. Tutto in sete e lane morbide, ricavate da tessuti fine serie, nei colori della terra, sfumature del beige e del marrone. Sul confort si basa, da sempre, Alessandro Pungetti designer di Ten C, che utilizza l’OJJ (original Japanese Jersey) uno speciale jersey in fibre di nylon e poliestere, ultraleggero, traspirante e impermeabile. In collezione giacche con tasche o senza, di look militare e no (in alto a destra). Interamente in OJJ o in abbinamento al nylon, imbottite con piuma e no, e pantaloni in abbinamento. Una silhouette “essenziale, rilassata, confortevole”  quella del The Gentle Man di Corneliani, disegnata da Stefano Gaudioso Tramonte. Particolare la presentazione, come sempre nel palazzo di Via Durini: un mix di video e passerella.  Nel cortile, trasformato in cinema con sedute d’epoca, prima la proiezione di un microfilm creato con l’AI con scene ispirate a film cult, dove il filo conduttore è l’amore e la gentilezza. Quindi i modelli sembrano uscire dallo schermo. Per loro giacche e cappotti doppiopetto in materiali  pregiati come l’alpaca, giubbotti in nappa super soft, maglieria in cashmere in una teoria di grigi interpretati. Dietro di loro, come i crediti di un film, compaiono i nomi di chi “contribuisce al patrimonio creativo di Corneliani”.  Il richiamo alle imminenti Olimpiadi prosegue e in serata è EA7 Emporio Armani a celebrarle nello store di Via Manzoni. Con varie iniziative, tra cui una sfilata con le tute, gli occhiali e i vari accessori che saranno in dotazione degli atleti, nei momenti conviviali di Milano Cortina 2026