nel Teatro Sociale. Come la Lectio
Magistralis di Renzo Piano del primo giorno, sul recupero urbano alla luce della
tragedia di Ponte Morandi o le Linee Rosse
di Federico Rampini dell’ultimo giorno, geopolitica sulle trasformazioni del
mondo e sul senso dei confini. Tema del festival, apertissimo come al solito, Visioni. Che significa cosa succederà
ma anche cosa è successo. Dall’economia alla storia, dalla letteratura al
cinema. Con una speciale attenzione al peso sempre più determinante del web. Dai vari dibattiti è nato anche un progetto
che potrebbe portare Camogli a diventare una smart city, per quel che riguarda l’informazione, le infrastrutture
, il territorio. A giudicare dal successo della manifestazione e dalla folla
oceanica (si parla di 35 mila presenze) in coda ordinata, parecchio prima
dell’inizio degli incontri più ambiti, e comunque sempre attenta, Camogli sembra
sulla buona strada. Novità di quest’anno la colazione con l’autore, cappuccio e
brioche nell’ormai storico Bar Auriga in Via Garibaldi, la via pedonale che
costeggia il mare. Dallo scrittore al divulgatore scientifico, dallo
psicoterapeuta al direttore dell’Ente Parco di Portofino. Nuova anche la lettura
dei giornali dal festival con i commenti, ironici e semiseri, di giornalisti,
attori, personaggi. Vari i laboratori per i giovani e giovanissimi dai 5 ai 19
anni. Da quello sulla robotica, il mare e l’esplorazione dei poli, in
collaborazione con il CNR di Genova,a quello tenuto da Piergiorgio Odifreddi,
matematico e saggista, dal divertente titolo Lasciate che i pargoli vengano alla matematica. Molto seguito e toccante il film 1938 Diversi direttamente dalla Mostra
del cinema di Venezia. Con la regia di Giorgio Treves, spezzoni di film luce, testimonianze
di sopravvissuti, interviste a storici e politologi, racconta delle leggi razziali e del fascismo. Con il
monito-messaggio “Il fascismo può ancora tornare. Il nostro dovere è
smascherarlo” di Umberto Eco, tra gli ideatori del Festival. Purtroppo di attualità
in questo momento.
lunedì 10 settembre 2018
VISIONI DAL MONDO
giovedì 6 settembre 2018
FAVOLA A LIETO FINE
Difficile non sconfinare nella retorica parlando
del caso Brunello Cucinelli. Ma non è la storia del figlio di contadini che, grazie all’idea di colorare il cashmere, diventa in pochi anni imprenditore di un’azienda conosciuta in tutto il mondo e
quotata in borsa. La favola a lieto fine è quella di un progetto ambizioso e
apparentemente impossibile, annunciato quattro anni fa, che ha ridato bellezza
a un’intera vallata. Perché la bellezza
dei luoghi, come la dignità dell’uomo
sono i valori che ha sempre inseguito Cucinelli. E così dopo aver acquistato
negli anni ’80 il borgo di Solomeo lo
ha ristrutturato, ne ha fatto la sede dell’azienda e ha aggiunto un teatro, con
una programmazione. Quindi ha costruito la fabbrica a valle, che risponde a
certi requisiti, perché vi si possa
lavorare bene: grandi finestre affacciate su prati verdi, molta luce, spazio, aree per
pausa-caffé. E i risultati non si vedono solo nel prodotto curatissimo, ma
nella passione dei dipendenti. Si intuisce in Giorgia, appena assunta , che
come altri colleghi, ha fatto da guida a uno dei tanti gruppi dei 500 ospiti, invitati da tutto il mondo per vedere il
progetto realizzato. Efficiente, ma senza arie
da prima della classe, restia a parlare di quello di cui non è
informata, precisa, puntuale, pronta a
rispondere con garbo e un sorriso a domande e richieste. E soprattutto entusiasta nel mostrare il
lieto fine della favola: la trasformazione di una vallata di cento ettari,
devastata da 320 metri cubi di fabbriche dismesse. Cucinelli ha acquistato il terreno, ruderi compresi, li
ha demoliti e ha introdotto le coltivazioni. Nelle dolci colline ora ci sono
filari di viti, girasoli, ulivi, alberi da frutta. E’ un parco da vivere dove
chiunque può entrare, mangiare un frutto, assaggiare un acino, cogliere un fiore, o stare seduto sulle
panche in ardesia. Uniche costruzioni, in mattoncino, perfette per inserirsi
nel contesto, la cantina a volta con le
botti del primo vino prodotto e un oratorio laico dove i bambini possono
giocare come un tempo. E, a suggellare il coronamento del sogno, il
monumento-tributo alla dignità dell’uomo. Una costruzione semicircolare con cinque archi, ognuno dedicato a un
continente. Al centro l’Africa da cui tutto è partito. Qualcuno potrebbe vederci un po’ di retorica,
ma sparisce subito. Basta pensare che l’azienda del cashmere colorato dà lavoro
e quindi dignità a quasi due migliaia
di persone nella zona, che sarebbero state costrette a emigrare. E ha ridato bellezza a una valle offesa.
lunedì 3 settembre 2018
UN ROMANTICO WESTERN FRANCESE
per la morte del suo
cavallo, si addormenta mettendo sotto la testa uno scialle regalatogli, si
suppone, da una donna? Nel film The
Sisters Brothers del francese Jacques Audiard succede. Tratto dal romanzo
del canadese
Patrick DeWitt, racconta la vita dei due fratelli Eli e Charlie
Sisters, in viaggio dall’Oregon a
S.Francisco, facendo stragi, per conto
di un certo Commodore. Se Charlie interpretato da Joaquin Phoenix è il cow boy
classico, duro, implacabile, restio a qualsiasi forma di dolcezza, Eli il
maggiore, uno straordinario John C. Reilly, è quello dello spazzolino da
denti e dei buoni sentimenti, sempre pronto a proteggere il violento fratello
(in primo piano in una scena del film con Phoenix e nella foto in conferenza stampa con il regista, lo sceneggiatore Thomas
Bidegain e l’autore delle musiche Alexandre Desplat). Nella storia c’è anche
l'investigatore poi diventato cercatore d'oro, interpretato da Jake Gyllenhaal,
non nuovo al ruolo di cow boy, essendo stato protagonista nel 2005 del discusso
I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee. Tra pistolettate,
sparatorie nei saloon, come da manuale del perfetto western, e lunghe
cavalcate che, ha commentato Reilly ridendo, sono state per lui la sfida
maggiore. In realtà, come ha detto Audiard, è una storia di sentimenti, di
amore fraterno, che tocca davvero il cuore. Tutto con numerosi flash d’ ironia
e tenerezza nei dialoghi scarni, ma ben congegnati. Nei film di questa mostra
l'affetto tra fratelli e l'amicizia sembrano essersi sostituiti all'amore
classico. Da Frères ennemis del
belga Oelhoffen dove due bambini cresciuti insieme si trovano, da adulti,
poliziotto e criminale a confronto, a La
quietud dell'argentino Pablo Trapero che affronta il rapporto tra due
sorelle che si incontrano dopo anni. Fino all'amicizia di una vita di Lenù e
Lila in L'amica geniale di Saverio
Costanzo. Ieri il tappeto rosso del
film, con tutti i ragazzini interpreti, in un pomeriggio finalmente di sole, ha
rianimato questa edizione della mostra, un po' sotto tono, forse per le piogge
improvvise e torrenziali.
domenica 2 settembre 2018
OLTRE L'HORROR

Un applauso con standing ovation
di una decina di minuti e un coro di El pueblo unido jamàs serà vencido è
seguito alla proiezione di La noche de 12
anos, dell’uruguayano Alvaro Brechner (classe 1976). Racconta, supportata da documenti e
testimonianze, la detenzione, iniziata nel 1972 e durata dodici anni, di tre tupamaros, fra cui l’ex presidente dell’Uruguay
José Mujica. Una ricostruzione fedele, con il filtro di una grande sensibilità,
per cui le scene di violenza efferata non sono compiaciute. Ma finalizzate a
evidenziare l’orribile disegno della dittatura di portare i prigionieri alla
pazzia. Cosa non riuscita (nella foto al centro il momento della liberazione e
dell’abbraccio con i parenti). Trasmettere delle speranze per il futuro
perché un fatto così non si ripeta più è
stato il punto su cui ha voluto insistere il regista. Ed è proprio questo che
ha suscitato la reazione entusiasta del pubblico, in un momento in cui certi
valori di libertà e dignità che non sembravano più messi in discussione, lo
sono di nuovo.
Niente standing ovation ma
applausi, sentiti e meritati, per l’atteso primo episodio di L’Amica Geniale, tratto dai libri di
Elena Ferrante con la regia di Saverio Costanzo (nella foto in basso con Alba
Rochwacher, entrambi in abiti Giorgio Armani), a novembre sulla Rai. Ottimo il
casting, specie per quel che riguarda le protagoniste bambine, Elena detta
Lenù e Lila. Ma anche la maestra, i genitori, Don Achille e tutti i ragazzini
che popolano quel rione della periferia di Napoli, così ben ricreato.
Fotografia impeccabile, dialogo per la maggior parte in napoletano che tiene
fede ai romanzi. Ben ricostruiti gli ambienti, a cominciare dall’arredo delle abitazioni
modeste agli abiti dei bambini, con quei tessuti spessi e ruvidi.
Cast al femminile (foto in alto) per il
film clou della giornata, Suspiria di
Luca Guadagnino. Il remake dell’horror di Dario Argento è ambientato nella
Berlino degli anni ’70 e di Baader Meinhof. Ma di quella Berlino si vede ben
poco, tranne il palazzone austero della scuola di danza, dove si svolge quasi tutta
la vicenda. La trama è volutamente intricata e la ridondanza di effetti facili è al limite del pacchiano. Con il risultato che scene che
dovrebbero essere horror diventano comiche e ridicole. Nonostante le
interpretazioni di brave attrici come Tilda Swinton e Dakota Johnson. Più
plausibile, anche se un po’ caricaturale la figura dello psicanalista,
interpretata da un vero psicanalista il Dottor Lutz Ebersdorf, fondatore di una
compagnia di teatro sperimentale. Notevoli le coreografie e le musiche di Thom
Yorke.
sabato 1 settembre 2018
A STAR IS BORN
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