
E’ il titolo di un libro appena uscito, ma anche il
nome di un’associazione che a Milano vuole rendere di nuovo navigabile quel
corso d’acqua che attraversava il centro storico e che iniziò a essere chiuso sotto il Fascismo nel 1929, per venire quasi completamente sotterrato negli
anni ’60. Per chi ha visto qualche vecchia foto, l’idea ha un colore di
romantico passatismo, con spunti di velleitarismo un po’ patetico. Perché
inseguire un’immagine di città decisamente superata e soprattutto investire del
denaro in un’operazione nostalgia, con tutte le problematiche del momento da
risolvere? E invece leggendo attentamente il libro e soprattutto ascoltando il
punto di vista di chi a questo progetto ha lavorato e sta lavorando, si scopre
che riaprire i Navigli non è un’iniziativa vetero, ma un’opera contemporanea. La Lombardia è la prima regione italiana per
estensione fluviale, e curiosamente
anche quella con più vie navigabili. Addirittura per l’Europa è inserita nella
macroregione Adriatico-Jonica. Non a caso lo storico Carlo Cattaneo scriveva
che la storia della Lombardia è una storia d’acqua. I Navigli navigabili non
darebbero solo più fascino alla città,
ma da studi fatti porterebbero vantaggi per l’agricoltura, l’industria, i
trasporti oltre che per il turismo. Otto chilometri navigabili a Milano
connessi con il Naviglio Grande e quello Pavese potrebbero segnare un
utilissimo collegamento con i laghi e il Po fino all’Adriatico.
Il problema è dove trovare i fondi per opere di
ingegneria e architettura di un costo stimato fra i 120 e i 150 milioni di euro. E’ importante,
dicono i responsabili dell’associazione,
far conoscere il progetto, spiegarlo alla gente, non solo ai milanesi, e poi procedere da una
parte con la richiesta di finanziamenti europei, dall’altra con sottoscrizioni
popolari o formule di crowdfunding, magari approfittando dell’occasione Expo.
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