
o non facili da
individuare per chi non ci abbia vissuto, come l’autrice, cinquant’anni e soprattutto
mantenga immutata la voglia di scoprire. Per cui anche le mete più turistiche
sono raccontate da un punto di vista diverso, tanto da apparire una sorpresa
perfino per chi credeva di conoscerle. Certo è autobiografico, anche se a quattro
mani, ma non ha niente di autoreferenziale. Anzi l’essere scritto in prima
persona serve a rendere più appassionanti e intriganti le descrizioni, le
storie, gli aneddoti e a fare diventare
il lettore partecipe delle scoperte. E’ così per la parte più corposa scritta
da Simonetta che, attraverso la città, ripercorre la sua vita di ragazza di
buona famiglia palermitana sbarcata nella Swinging
London al tempo dei Beatles e delle minigonne, sposata, diventata avvocato
nella City, madre, eccetera. Ma anche per le pagine finali Minestrone londinese del figlio George, nato e sempre vissuto a
Londra, con padre londinese. Da cui ha preso l’humour tutto british, ma
spruzzato con verve siciliana. Qui la critica è più forte, ma sempre nei limiti
e con l’invito continuo al sorriso e al riso. In appendice una dozzina di
pagine sull’immigrazione degli italiani a Londra e sui ristoranti, dai classici
ai più nuovi, che sfatano, in parte, le dicerie sulla cucina inglese. Alla fine
del libro è assolutamente improbabile non condividere la frase sul retro di
copertina di Samuel Johnson, l’illuminista inglese con le cui citazioni
iniziano tutti i capitoli: “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco anche
di vivere: perché Londra offre tutto ciò che la vita può offrire”.
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