Fino a
qualche mese fa l’attacco al politically
correct, se fatto con ironia e la voglia di colpirne l’integralismo
ridicolo, era condiviso anzi piaceva anche ai suoi più convinti sostenitori.
Ora considerato quel che avviene nel cosiddetto paese delle libertà
oltreoceano, si potrebbe avere qualche dubbio. Su Terapia di gruppo, divertente commedia di Christopher Durang del
1981 (rappresentata per la prima volta off-Broadway
con una giovanissima Sigourney Weaver e diventato poi film con la regia di
Robert Altman nel 1987) di dubbi non se ne hanno. Per
eliminarli completamente in questa messa in scena, al Teatro S.Babila di
Milano fino al 19 febbraio, il regista Stefano Messina, che è anche attore, ha
aggiunto sapientemente qualche frase al testo originale. La vicenda parte dall’appuntamento al buio di Bruce e
Prudence che rispondono a un annuncio sul giornale. Lui, che si dichiara
bisessuale ed è incline al pianto,
convive con l' isterico Bob, succube della mamma, che per l’aggiornamento viene descritta identica
a Donald Trump. Lei, giornalista frustrata, cerca disperatamente il principe
azzurro, ma si concede senza problemi al suo analista. Che nel pieno rispetto
dell’etica professionale è geloso di lei e la blocca in tutti i suoi tentativi
di conoscere uomini. L’attacco agli analisti non si limita qui, ma prosegue con
il ritratto di un altro esemplare della categoria, la Signora Wallace, da cui è
in cura Bruce e da cui si reca anche Bob. Smemorata, pazza, adora parlare di sé
e dei suoi mariti, non sta a sentire i pazienti e si lascia prendere dalla rabbia
perfino con insulti omofobi .Tutto si svolge
fra il bar, dove si incontrano ben tre volte Bruce e Prudence, gli studi
dei rispettivi analisti e la casa di Bob e Bruce, dove si sprecano i cuscini a
forma di cuore e i nomi dei due scritti insieme dappertutto. Recitazione
brillante, ritmo sempre sostenuto, aiutato anche dai rapidi cambiamenti di scena, grazie
a un sistema di carrelli.
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